I Verdena

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I Verdena sono i Verdena. Quando sono usciti nel 1999 la stampa parlava della risposta italiana ai Nirvana. Non so, non credo ci sia mai stata nemmeno una domanda dall’America per avere una risposta italiana ai Nirvana. Non era quello, era che per i ragazzi della mia età (nel 99 ne avevo 21) in Italia i Verdena erano una bella cosa. Nella mia città c’erano già gruppi con più gusto musicale e la cosa divertente era che nei Verdena (in Onan per esempio) ritrovavo i suoni già sentiti da alcuni gruppi della mia città (uno si chiamava Moja). Ma spammate dai massmedia di band come i Verdena non ce n’erano poi tante. Erano dei fighi. Anche solo quella canzone facile facile, Valvonauta, aveva spaccato il culo a una qualsiasi canzone dei Marlene, per fare il paragone con il gruppo italiano più osannato di quel momento (ma spaccare il culo ai Marlene era facile o difficile? Ha senso prenderli come riferiemnto o no? Non lo so, dipende dai punti di vista sui Marlene Strunz), e suonava un po’ come In Bloom, un po’, coi suoni un bel po’ più compressi, ma per un nuovo gruppo italiano mainstream era già tantissimo. Non ne ho mai fatto una questione di continente o nazionalità, ascoltavo musica, veniva da dove veniva, non avevo la necessità di avere un gruppo nostrano all’altezza di quelli americani. Non è che avessi poi così grande interesse neanche a capire se i Verdena fossero davvero la risposta italiana ai Nirvana, avevo solo voglia di ascoltare le canzoni che avevo voglia di ascoltare. “Sto bene se non torni mai” era la frase più emo che venisse da un gruppo non emo italiano e che non fosse gli Eversor. Valvonauta buttava tutti in pista a ballare, anche quelli a cui la roba italiana faceva schifo, quelli a cui i Verdena facevano schifo. Al Velvet tutti la ballavano. Un significato deve pure avercelo questa cosa, e non doveva essere solo che appena avevi bevuto due birre quel pezzo ti montava dentro alle gambe che era una meraviglia, come se fosse bombastico. L’attacco chitarra e batteria richiamava tutti, di corsa anche. Il giro della strofa teneva tutti in piedi, senza far prendere male a nessuno, fino alla fine della canzone. E poi avevamo pure le braccia alzate. Questo è successo per alcuni anni, through the years proprio. Bah, comunque, non guardavo ai Verdena col cuore aperto, ma con un po’ di diffidenza motivata dal fatto che sono stati da subito pompati perché dietro di loro c’era una produzione influente (Giorgio Canali dei CSI per Verdena) e dal fatto che entrarono subito in un vortice di concerti che li portò ovunque facendoli tornare un po’ su come i peperoni, ma dal vivo non erano un granché, e in questi casi non sai mai che futuro possa avere un gruppo e se sia o no tutto studiato a tavolino. Il primo disco era ok, poteva contrapporsi a tutto questo, ma non quelli successivi. Adesso so che non sono una band costruita a tavolino, sono ancora loro, ma si sono fermati prestissimo a fare cose belle. La cosa eccezionale, oggi, è che è un dato di fatto che il batterista assomigliasse a Dave Grohl prima che a Dave Grohl venisse il mento alla George Lucas e, oggi, non c’assomiglia più. Alla fine, però, all’uscita di ogni disco sono sempre curioso, di quella curiosità che sul momento resetta ogni cosa ascoltata prima.

La prima volta dal vivo li ho visti al Vidia, mi sa nel 2004, con il mio amico Achille, che allora era il più grande spacciatore di musica. E lì ha incominciato a scendermi davvero la catena. Era il tour di Il suicidio del Samurai. Già dal secondo album, quello precedente, Solo un grande sasso, erano diventati un po’ la caricatura di se stessi. Un po’, ma un po’ mi piacevano, sempre per lo stesso motivo che i Verdena che palle, si però dai fammi sentire. Ero abbastanza grande da pensarmi abbastanza grande per provare abbastanza stupore di fronte a un gruppo di più giovani di me che facevano una canzone come Nova. Solo un grande sasso era già più conforme ad altri gruppi italiani (Cara prudenza, 1000 anni con Elide, ma anche Balanite del Samurai QUASI UGUALE Marlene Kuntz) rispetto a Verdena. Questa cosa è rimasta, fino a Endkadenz Vol. 1, dove l’influenza degli Afterhours alcune volte è invadente – anche in Verdena si sentono i Marlene, ma lì c’è un suono più sfacciato. Non si sono più ripresi, hanno sempre sperato di fare qualcosa in più ma non l’hanno mai fatto, e questa è un’accusa nei loro confronti. Il primo album era una bella cosa, poi niente di così esplosivo. È il percorso più comune di tutti per un gruppo che tutti avevano pensato potesse diventare chissà cosa. Io non l’avevo pensato, ma non avevo pensato neanche il contrario. Nessuno dei gruppi italiani di metà o fine anni novanta con velleità finto indipendenti sono diventati qualcosa di musicalmente significativo adesso, e la piccola evoluzione fatta in Endkadenz Vol. 1 (piccola elettronica, ma sufficiente, di più avrebbe reso difficile per noi ascoltarlo e per loro realizzarlo) può significare qualcosa e può darsi che Endkadenz Vol. 1 sia nel 2015 il miglior disco dei gruppi italiani venuti fuori a metà o fine anni novanta. Lungo la loro carriera, il miglioramento, anche se non è progressivo e regolare, è comunque evidente. Le idee migliorano, ma non sempre (Phantomatica, Elefante, Il suicidio dei Samurai alla fine sono belle canzoni da tutti questi punti di vista, ma non lo sono per esempio le due subito prima nel Samurai, Far Fisa e 17 Tir nel cortile). Cioè, è in casi come Far Fisa e 17 Tir nel cortile che viene fuori quella specie di vuoto che si sente ma che non rappresenta tutti i Verdena, solo una loro parte, quella che si alterna alle cose belle. Le cose belle non sono solo quelle che si evolvono e dal postgrunge diventano psychorock o shoegaze, ma sono anche quelle che tornano indietro o rimangono immobili. Quindi la bellezza non è una questione di evoluzione, perché quando vogliono essere diversi da se stessi diventano pacchiani (metà dell’ultimo disco e per esempio Non prendere l’acne Eugenio da Requiem), oppure sono sul limite tra essere fighi e l’essere stucchevoli da che sono scontati (Isacco nucleare), oppure sono solo senza idee (Canos, che ascoltata su spotify sembra uno stacco pubblicitario di Spotify). Ma quando mollano la canzone più sputtanata di tutte, mollano la migliore canzone che potessero fare, e in quei casi riescono a fare una cosa bella. Quando è uscito Elefante mi piaceva, per esempio, era in ritardo di dieci anni rispetto all’America delle desert session ma questo non significa niente. Alla fine tutta la loro discografia è caratterizzata dall’irregolarità, non hanno saputo tenere sempre lo stesso livello, non sempre alto, e tendono un po’ a riempire i dischi, e questo è il problema. Il disco più riempito è Requiem, dove sanno cosa fare ma non sanno come farlo, cioè alcune volte ci sono le idee ma non c’è il resto, come in Il Gulliver, che non è il gran pezzo che vorrebbe essere, non è all’altezza delle pretese. Altre volte mancano proprio le canzoni (Wow). Non credo che i Verdena si siano limitati per paura di perdere i fan, credo che Ferrari il cantante non abbia fatto cose diverse rispetto a quelle che ha fatto perché non era in grado di farle. Ha fatto quello che voleva e sapeva fare, lo dimostrano anche i tentativi di cambiarsi nel corso della carriera. Ma non è stato sempre un granché.

Comunque, anche dal vivo non li ho trovati all’altezza di quello che avrebbero voluto fare o che avevano fatto in studio nei momenti migliori. Mi ricordo il passaggio strumentale psycho in mezzo a 1000 anni con Elide tutto scollato. La stessa impressione l’ho avuta quella volta che a Ferrara hanno suonato come headliner dopo i, oltraggio, Dinosaur Jr. Mi sono fermato lì, non li ho più visti, ho cristallizzato la mia opinione a quella volta, ma nel mio mondo cristallizzato non sono assolutamente d’accordo con quello che dicono i Fast Animals and Slow Kids.

E Wow com’è?, me lo sono cagato poco quello quando è uscito. Riascoltandolo sembra racchiudere ancora (Loniterp e Per sbaglio) un po’ di voglia di cambiare qualcosa rispetto al precedente clamoroso disco più brutto della carriera. In effetti è molto diverso, ma in modo indefinito e conservativo. Wow dimostra che arrivati a questo punto i Verdena sono dei pipponi che non sono stati in grado di trasformare la forza che avevano all’inizio in qualcos’altro di altrettanto forte, l’hanno solo persa e si sono persi un po’ nella canzone d’autore. Qui intendo canzone d’autore come canzone intimista, più delicata rispetto alle chitarre grosse, e testi personali che comunicano con un po’ più chiarezza rispetto al solito. All’improvviso, in tutta la prima parte di Wow, i Verdena diventano questo e si trasformano in uno di quei gruppi come i Muse, che fanno il rock e la cui strana carriera li ha fatti diventare in qualche modo alternativi agli occhi di chi ascolta il rock dei grandi numeri, ma in realtà di alternativo non hanno nulla. È l’ambiguità dell’utilizzo della definizione “rock alternativo”, che viene usata per fare credere di ascoltare rock alternativo a chi non lo ascolta per vendergli un disco, e travolge anche i Verdena che di alternativo agli altri gruppi italiani non hanno nulla, perché proprio come loro cercano questa benedetta unione tra rock alternativo e canzone d’autore (È solo lunedì). Cazzo, ma, rispetto a Wow, quando spaccava la spocchia anche di Ovunque? In più, non fanno altro che azzerare quello che c’era di bello, il flusso di arrangiamenti più o meno liberi ma comunque strutturati in strofa e ritornello, con la batteria che ogni tanto sbotta e uno che vaneggia urlando sotto agli strumenti. Wow parte seconda accentua questo azzeramento e lo rende ancora più sterile: a volte dentro non c’è niente (Nuova luce). Un mix micidiale di cose. Wow II è strutturato esattamente come Wow I, inizia forte, poi si butta sulla canzone d’autore (apice: Canzone ostinata), esplode per un attimo (Sul ciglio) e torna a mettere da parte le chitarrone. È un cambiamento, ma venuto male.

A oggi, 2015, era un po’ che non infilavano una canzone di quelle che iniziano a girarmi in testa e che mi fa sentire languido e debole come Un po’ esageriEndkadenz Vol. 1 ha qualcosa di bello e nuovo ma lascia comunque l’impressione del non riuscire mai ad esplodere del tutto, del non essere in grado di farlo. Siam sempre lì. Endkadenz Vol. 1 cerca soluzioni diverse, soprattutto nei suoni, ma nel momento in cui le cerca diventa posticcio, e la prima cosa a cui penso quando l’ascolto è che il disco non suona vero, e che alcune sonorità siano messe lì per imporsi un cambiamento non sentito, il che innesca un corto circuito per l’ascolto in sé, fatale nel momento in cui quell’impressione prende il sopravvento sulle melodie e le annulla. Prima di questo corto circuito (mi piace tanto che lo riscrivo), cioè fino a Rilievo, il disco rimane il migliore degli ultimi anni, dopo Requiem. Poi arriva l’effetto apocalittico Muse (Derek). Il fatto è che i Verdena di Endkadenz Vol. 1 suonano un po’ dorotei, con quelle canzoni calme e shoegazeggiate al sapore di elettronica che sembrano avere tutta l’intenzione di catturare i ciellini ma anche chi ha bisogno di distorsioni per ascoltare roba. In generale i suoni sono medi, nel senso che il risultato è ovattato e molto compresso ed è ovattato e compresso perché vuole essere ruvido ma anche bello levigato, e sembra che i Verdena non avessero un’idea precisa di come dovesse suonare questo disco. Se Inno del perdersi non fosse così indecisa nelle distorsioni, forse sarebbe un gran bel pezzo. Il rischio è quello di diventare ridondanti. Strano, ma il non aver scelto con decisione un suono ha avuto come risultato anche la pomposità, che arriva in modo definitivo in chiusura, in Inno del perdersi e Funeralus. Non so se una metà bella di un disco basta per dire che un disco è bello. Più che altro so che Endkadenz Vol. 1 è così, medio.

Sabba e Gli Incensurabili, “Sogno e son Fesso”: Non Mi Fotti Più

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Il secondo album di Sabba e Gli Incensurabili, “Sogno e son Fesso”, racchiude in sole dieci canzoni il diritto alla speranza di una generazione rinnegata dalle sue stesse radici che, dopo vent’anni di silenzio, si ritrova a sostenere il peso di una storia a cui non sente di appartenereSogno e son Fesso è il desiderio irrefrenabile di voler sognare comunque, anche nella consapevolezza che “potrebbe andare molto peggio di così” come si canta in Bang!, ritratto ironico di un uomo completamente schiacciato dalla crisi socio-economica del bel Paese tanto da scegliere come unica paradossale vittoria quella di sparare alla compagna. Ed è proprio la leggerezza e la freschezza dell’ironia la firma inconfondibile di Sabba e gli Incensurabili che permette di scivolare dentro ogni piaga di questa generazione ed uscirne con una nota di energia positiva nella volontà di non arrendersi. Non è il caso del protagonista di Chiamatemi Nerone che lascia i suoi sogni dietro il trono perché tanto “la storia questa storia la conosce già” e suona molto familiare anche a noi. Non è concesso di accomodarsi in questo album, neppure nelle voglie semplici e l’ha capito bene la voce di Ruby Sparks (La Bambola) che nell’avere tra le mani ciò che esteticamente pare non avere difetti, si rende poi conto di quante altre sfaccettature possa avere la Bellezza; una Bellezza che viene cercata al limite della disperazione in Un Giorno Perfetto (feat. Giovanni Block) spesso identificandola anche solo nella semplice Libertà, una fuga dalla routine quotidiana, e tutto ciò che ci svuota di ogni significato. “Le parole sono importanti!” gridava Nanni Moretti nel celebre Palombella Rossa e, riprendendo questa stessa frase, in Le Parole Sono Importanti si canta e si suona (con la collaborazione di Gennaro Porcelli, ex chitarrista dei Bluestaff e attualmente al fianco di Edoardo Bennato) della vanità del nostro tempo e di quanto si possa essere frivoli, nei pensieri e nelle parole, producendo così opere prive di sostanza, prive di passione e di un messaggio ultimo. Non Mi Fotti Più riesce a tradurre la consapevolezza di essere sotto il controllo di poteri forti come la politica, i media, le mode del momento, in un grido di rivalsa, omaggiando delicatamente Rino Gaetano nel suono profondo del megafono “siamo in recessione, l’ha detto la Tv, arrivano i marines, ma poi non cambia niente, il Presidente nero, il Papa dolce e buono, non credere a nessuno, che non è colpa tua, tu scrivi le canzoni”. In Tre Minuti Di Celebrità abbiamo un ironico elogio a quello che, forse inconsapevolmente, cedono molti dei giovani talenti odierni aspirando ad una fama più grande: la banalità, senza comprendere quanto siano intrappolati in quei soli tre minuti di celebrità avendo spento con un clic! il cervello. Una leggerezza, quella della banalità, che non dà frutti, assai diversa dal Valzer Senza Peso che si presenta come una dolce danza della fantasia, una pausa dalla frenesia del mondo.
Sogno e Son Fesso può essere riassunto nella frase “via dall’idea che non meritiamo di più” che troviamo nella canzone Per Resistere: perché l’album si propone di dare, di trasmettere a chi ascolta un motivo per andare avanti, oltre le proprie battaglie quotidiane.

A modo loro, Sabba e Gli Incensurabili hanno scelto di resistere con la Musica.

Sabba incontra gli Incensurabili nel luglio 2010. Li unisce un obiettivo comune: l’utilizzo della musica come mezzo di denuncia. Si parla di situazioni che vengono oscurate per fare spazio a cose ben più importanti per l’italiano medio: il Grande Fratello, la partita della nazionale, l’intreccio amoroso tra il V.I.P. di turno e la spogliarellista anonima che diventa celebrità tutto d’un tratto.
I testi di Salvatore “Sabba” Lampitelli, già voce e chitarra di Franco Del Prete & Sud Express, si sposano col sound che mettono insieme quattro musicisti con background molto diversi: un mix fresco e frizzante che la band riesce a trasmettere con l’energia e la rabbia di chi non vuole abbassare la testa di fronte ai silenzi e alla rassegnazione che stanno conducendo il Paese inesorabilmente alla deriva. Nell’estate 2011 registrano un primo Ep dal titolo “Sì, Ma Quanta Gente Porti?”, un monito alla situazione dei live della scena musicale indipendente in Italia. Il Lavoro ottiene grande interesse da pubblico e critica e viene susseguito da un tour ricco di date che tocca le principali città italiane. Nello stesso periodo calcano i palchi di 4 festival dedicati a band emergenti: “Emergenza Indie”, “Nano Contest”, “Musica e Libertà”, “Festival Pub Italia” risultando vincitori in tutte e quattro le manifestazioni.
I mesi a cavallo fra il 2011 ed il 2012 sono tempi di crisi per l’economia capitalistica globale e di rinnovamento nelle alte sfere direzionali delle politiche europee. In questo stesso periodo Sabba e Gli Incensurabili decidono di attendere il bivio “crollo o rinascita” del sistema civiltà negli studi di registrazione dove nasce il loro primo disco. Argomento principe è l’irriverenza nel raccontare le anime, i disagi e le ombre che si nascondono fra la gente comune; così nasce Nessuno Si Senta Offeso (BulbArtWorks/Audioglobe). Dieci racconti che rappresentano estratti di vita di altrettanti personaggi del quotidiano: panettieri e impresari, donne gioiose, emigranti ed innamorati persi, sempre visti attraverso un occhio lungimirante e con uno spirito umoristico che spesso sa di provocazione.
Il 14 Ottobre 2012 ricevono il premio M.E.I.“Rete dei Festival” ai Disco Days presso la Casa della Musica di Napoli come rivelazione nei festival del 2012 in collaborazione con il Mei (Meeting dell’Etichette Indipendenti).

Accade poi
Ospiti Premio Mario Musella – Napoli 2013
Ospiti Premio Bianca D’Aponte – Aversa 2013
Ospiti Fiumeinpiena, Piazza del Plebiscito – Napoli 2013
Ospiti America’s Cup – Napoli 2013
OpenAct: Concerto Manu Chao, Mostra d’Oltremare – Napoli 2013 Finalisti Premio Fabrizio De Andrè – Roma 2013

Tra gli openact figurano anche le ospitate al Meeting del Mare (Marina di Camerota) nel 2012 come openact per Modena City Ramblers e nel 2014 come openact per i Gogol Bordello, e ancora all’Atellana Festival come openact per il Pan del Diavolo.
Il 21 novembre 2014 esce nelle radio il singolo Per Resistere che anticipa il secondo disco di Sabba e Gli Incensurabili, il Sogno e Son Fesso di cui sopra.

Genere
Cantautorato Italiano/Folk/Blues/Cabaret Rock/Swing ‘n Roll

Lineup
*SABBA
– Salvatore Lampitelli: voce, chitarra, kazoo, storie
*GLI INCENSURABILI
– Luca Costanzo: basso e backing vocals
– Alessandro Grossi: sax, flauto traverso, chitarra, tastiere, armonica, programmazione
– Alessandro Mormile: lead guitar e backing vocals
– Andrea De Fazio: batteria, percussioni

www.facebook.com/glincensurabili

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il concerto dei Mineral.

Alle due e un quarto del mattino, con le orecchie che ancora fischiavano, ho aperto la cornice porta-vinile e preso in mano the Power of Failing per osservarne i particolari e tutti i segni del tempo. Dentro c’è il foglio dei testi in carta normale rossa, è tutto scritto senza andare a capo e senza punteggiatura. Dietro c’è un’etichetta che copre i titoli con altri titoli corretti, togliendo due canzoni (80 – 37Take the Picture Now), non ricordavo questo particolare. Ho scoperto che il mio vinile è quasi clandestino, c’è scritto 1995 ma ovunque, persino sul sito della Crank!, dice che quell’album è uscito nel febbraio del 1997. In realtà la mia versione è la prima delle nove stampate ed esiste veramente. Quindi possiamo anche iniziare a festeggiare il ventennale.
Assieme ai Mineral, in altre due cornici uguali, ho messo una copia autografata da Garrett Klahn di Do you know where you are? dei Texas is the Reason e Sultans of Sentiment dei Van Pelt. Ho esposto questi vinili quando ho saputo della reunion dei Mineral (a breve i Van Pelt avrebbero suonato all’Hana-bi) con l’intenzione di sostituirli solo dopo il concerto, a chiusura di un cerchio. Nel frattempo il mio giradischi è fuori uso da mesi, ho acquistato due cd in due anni (anzi quello dei Clever Square me l’hanno regalato) e, con buona pace dell’etica e dell’elemento nostalgico, mi sono abbonato a Spotify e ogni tanto spendo qualche euro -mai più di cinque- su Bandcamp.

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Ho comprato questi tre dischi tra il 1996 ed il 1997; per me rappresentano una pagina ben definita di una passione musicale che per tanti motivi, soprattutto personali, non si è mai più ripresentata con la stessa intensità. A causa di un amaro destino e della loro breve vita non ho mai visto queste band dal vivo negli anni novanta. Fatico ad immaginare la mia reazione se mi avessero detto che circa quindici anni dopo, grazie ad una serie abbastanza notevole di circostanze, Garrett Klahn avrebbe fatto un secret show a casa mia.
Sulle reunion delle band si è scritto fin troppo e ben prima che diventassero una piaga. Io non ho quasi mai trovato in queste reunion una reale necessità oltre al fattore economico per i singoli componenti, peraltro non sempre consistente. In passato, quando alcune band per me intoccabili si sono riunite, sono stato esageratamente integerrimo. Mi rifiutai pure di andare a vedere gli Slint a Bologna, a pochi minuti di bicicletta da dove abitavo ai tempi dell’università. Per fortuna col passare degli anni si tende a diventare più moderati, anche se rimangono alcune perplessità. A tal proposito il mio post scriptum di una mail a Garrett recitava: “no chances to see Texas is the Reason live again, I guess. I never did and I’m really sorry, but I’m not a particular fan of reunions. Things should be lived out fully at their times”. Nella risposta glissò sull’argomento, parlandomi dei suoi progetti futuri.
È sempre stato il fattore temporale la chiave delle mie perplessità, come se riportare alla luce fuori tempo e fuori contesto quel tesoro che apparteneva al passato fosse qualcosa di sacrilego. Appena ho saputo del concerto dei Mineral mi è tornata alla mente quella frase di Slower (la mia canzone-manifesto dell’epoca assieme a Souvenir dei Lifetime) che fa I would gladly trade a lifetime of convenience for an honest day or two. Anche in questo caso stavamo parlando di convenienza? a giudicare dalla pronta ristampa dei vinili, dalla nuova raccolta di album e sette pollici, dai prezzi del merchandising la risposta poteva essere sì.
Poi alla fine, fanculo i presupposti, si tratta di vedere un concerto che hai aspettato per quasi vent’anni e sentire l’effetto che fa.
Rivedere Lele degli Eversor su un palco con i June and The Well è stata una bella cosa, avrei voluto abbracciarlo. Poi i Solemn Sun col loro suono gonfio hanno vinto a mani basse il premio band da deridere della serata, comunque una buona occasione per la seconda birra e tante chiacchiere per stemperare l’attesa.
Il Velvet è un posto immenso ed io immaginavo preoccupato che il concerto fosse nel palco grande, ma il buon senso ha prevalso e hanno deciso per la sala interna. Tutto sommato un posto non troppo diverso da alcuni centri sociali nei quali suonavano le band hardcore negli anni novanta. Proprio qui ci avevo visto Shift ed Earth Crisis, per dire.
Comincio così a provare la sensazione che essere lì faccia parte del corso naturale delle cose, nessuna forzatura, nessuna reunion da giustificare e nessuna lacuna temporale da colmare. Le prime note di Five. Eight and Ten mi calamitano verso il palco e quando lo stacco di batteria irrompe sugli arpeggi iniziali è già chiaro che stasera i Mineral ci faranno male. Sono così assorto che nel silenzio che precede Gloria mi sembra di sentire il fruscio della puntina sul vinile. Il suono è incredibile, non so come ci siano riusciti ma esce perfetto: leggermente impastato e sporco, saturo sui bassi quanto basta. I nostri giradischi di bassa qualità suonavano esattamente così. Contengo a stento l’entusiasmo, mi giro indietro verso gli amici con un sorriso infinito: “se adesso fanno Slower faccio stage div…” Slower. Provo a fare una cosa. Provo a guardare il soffitto e a chiudere gli occhi mentre canto people like you and me will never know the easy way. Ne esco male, cioè bene, con i brividi lungo la schiena e gli occhi umidi. A quel punto mi aspetto Dolorosa, mi aspetto che facciano tutto il primo album per tornare volentieri a casa a piedi con la temperatura sottozero. Non è stato così ma siamo rimasti in tema: February e M.D. (dal 7″ uscito per Caulfield Records nel 1998) sono due perle notevoli prima di lasciare spazio ai brani del secondo album. A Letter, SoundLikeSunday, For Ivadel e gli altri pezzi di &Serenading sono una grande sorpresa, perché se è vero che questo album pecca quasi di manierismo nella sua perfezione, dal vivo i pezzi suonano tremendamente autentici, al pari di quelli del primo album. Insomma i Mineral stanno suonando meglio dei Mineral ed il concerto sta superando ogni aspettativa. La voce di Chris Simpson non è cambiata. Imperfetta e non particolarmente intonata, forse non raggiunge più la stessa estensione vocale ma trasmette quelle identiche emozioni.
Non so suonare la chitarra e non so perché i Mineral abbiano bisogno di accordare dopo ogni pezzo, causando silenzi tanto interminabili quanto solenni. Mi piace pensare che suonare con quella intensità faccia sì che anche le corde non reggano l’urto emotivo e si lascino andare.
Con la parentesi movimentata di 80 – 37 si ritorna alle origini, dice che non la suonavano dal vivo dal 1997. Poi &Serenading torna protagonista, un po’ me l’aspettavo e va bene così. L’incedere lento di Unfinished ci fa ciondolare le teste, WakingToWinter e la title track ci ricordano che siamo fortunati a vedere questo concerto in inverno; persino dentro il locale fa freddo. Allevio il bruciore degli occhi crepati dalla stanchezza strizzandoli forte e cantando when I was a boy I could hear symphonies in seashells, so why am I so deaf at twenty-two to the sound of the driving snow that drives me home to you. Penso che i Mineral siano il mio gruppo preferito di sempre. Magari domani cambierò idea, ma adesso è così.
Scendono dal palco e potrebbe bastare così. Per la maggior parte dei concerti i bis sono come le reunion: non necessari, superflui. Ma questo concerto è diverso e siamo nel 1998. Questa non è nostalgia, i Mineral non ci hanno portato indietro, stiamo vivendo in questo tempo e basta.
LoveLetterTypeWriter, Palisade e si chiude tornando a the Power of Failing con Parking Lot. Curioso, l’immenso parcheggio sterrato del Velvet, suggestivo in piena notte, è legato per me a certi ricordi dolenti che si sono fatti sentire per tanto tempo. La mia fortuna è che ho sempre potuto scaricare il peso di questi ricordi sulla bellezza di queste canzoni.