Abbi dubbi su Montage of Heck

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Avevo 16 anni nel 1994, mi piacevano molto i Nirvana, come più o meno ad altri 6 milioni di persone. Oggi ne ho 37 e mi piacciono ancora. Non hanno avuto tempo di fare dischi brutti. Anche Montage of Heck mi è piaciuto e il motivo principale è che sono 20 anni che continua a piacermi Kurt Cobain, un piantino era scritto che glielo facessi. Di magagne ce ne sono però.

Cose belle. Prima di tutto, è bello vedere al cinema le cose che ho sempre visto in home video o comunque nella tele. Poi mi piace il fatto che il racconto vada avanti anche per interviste: la mamma, il babbo, la seconda mamma, la prima fidanzata, Kris Novoselich e l’ultima fidanzata – Courtney Love. No la figlia, no Dave Grohl. Mi piace che la prima canzone sia Territorial Pissings, una delle mie preferite, e su questo non ho dubbi. Mi piace anche la narrazione per animazione che, a parte ricordare Quando ero un alieno che non è un granché, evita totalmente l’effetto telenovela che probabilmente si sarebbe avuto se si fosse fatto un filmino fiction.

Uno a cui piacciono i Nirvana, e che ha 20 anni adesso, sicuramente sarà preso molto bene a vedere questo docu. I genitori saranno invece di sicuro presi malissimo, perchè Kurt Cobain è un esempio negativo. Il quanto è più negativo adesso rispetto ad allora è direttamente proporzionale a quanto si è parlato del suo essere tossico. Cioè molto mi pare. Il film mette in primo piano la sua personalità, le tendenze distruttive, ma anche il fatto che sia riuscito a fare qualcosa. Conquistato definitivamente dall’eroina dopo l’incontro con la moglie, prima aveva problemi fisici, era rimasto deluso dalla noncuranza famiglia nei suoi confronti e dal modo di vivere degli amici. Può succedere a tutti, e chi cerca di più ha ragione. Prima di diventare Kurt, non lavorava, stava in casa a incidere nastri, era un maledetto scansafatiche, ma alla fine c’ha visto giusto sul proprio talento. L’epilogo della sua vita è un disastro, il fatto che non si sapesse gestire è un altro disastro, ma non vediamo solo i lati negativi: Cobain dimostra che si può fare meglio di quello che la vita ci riserverebbe se la facessimo andare avanti per inerzia. Montage of Heck fa vedere quale direzione è riuscito a dare alla rabbia, una direzione che ha prodotto risultati esplosivi, facendo impazzire milioni di ragazzi di tutto il mondo per una cosa: la buona musica. Niente di nuovo, ma una cosa bella.

L’ultimo problema di Montage of Heck non è un problema di Montage of Heck ma è un problema mio. Molti dicono che vedendo il film si sono ricordati di quando andavano in giro con la camicia a scacchi e i calzoni rotti. Non è mai successo. Lo dicono come se la camicia e i calzoni rotti fossero la cosa più importante che hanno trattenuto da quello che sanno della vita di Kurt Cobain. E poi si fanno i selfie con la maglietta dei Nirvana, la camicia a scacchi e i calzoni rotti. Adesso vanno molto di moda, con Belen non c’è nessuna differenza. Non dicono neanche “quando andavo in giro con Nevermind nel lettore cd e i calzoni blah blah”. C’è gente che tre anni fa se parlavi di Nirvana ti mangiava la testa e diceva MA ANCORA I NIRVANA?!? Adesso quella gente è sempre stata una grande fan, e naturalmente nel 94 aveva la camicia a scacchi e i calzoni rotti. Che poi non è che la indossasse così spesso, Cobain. I calzoni rotti sempre, ma la camicia a scacchi non mi sembra. L’anno scorso era il 2014, ventesimo anniversario dell’uscita di In Utero, e c’era qualcuno che per festeggiarlo diceva che per tutto l’anno si sarebbe vestito grunge. Ha lasciato anche questa eredità, una moda, è limitativo della complessità del personaggio ma è così. In Last days di Gus Van Sant Kurt Cobain è coolissimo e i piani sequenza e la confusione temporale fanno diventare pomposi gli ultimi giorni di vita di uno che stava malissimo. Last days è il risultato di quella visione che ha portato a vedere il suicidio di Cobain come una cosa di cui parlare sentendosi sicuri nell’esprimere un’opinione carica di ammirazione che non considera le motivazioni che l’hanno generata. Montage of Heck non è così. Ma ci sono Courtney Love e la figlia Frances Been divise tra il dolore, il ricordo (loro e nostro) e il desiderio di sfruttarli per battere cassa. E questo è il problema alla base del film, che spalanca la finestra sulle altre cose brutte.

Cose brutte. Molti filmati di Montage of Heck sono già visti. I più introvabili erano già nell’edizione dei 20 anni di In Utero e nel cofanetto With the Lights Out. Le immagini in casa e in famiglia non le avevo mai viste. È difficile cogliere Kurt Cobain anche nelle immagini private: a volte è fatto, a volte fa lo scemo di fronte alla telecamera, a volte sembra di no. Quindi, ok, fa effetto vedere quelle riprese, ma non raccontano niente di lui che non sapessimo già. Mi aspettavo più immagini inedite, non è una questione di quantità, è la mancata occasione di farci arrivare in faccia la novità ancora dopo 20 anni. Pensavo che la famiglia avesse a disposizione più filmati inediti. Forse li ha, forse no, forse non li vuole mettere fuori, forse Morgen li ha scartati (ma sembra che abbia avuto accesso a tutto l’archivio), ma quello che vediamo è un ripassone.
Montage of Heck accumula minuti montando pagine dai diari di Kurt Cobain (parzialmente già pubblicati da Mondadori anni fa) come se piovessero, nella seconda parte ripetendo le stesse cose della prima. Se uniamo immagini già viste e parole e frasi monotematiche prese dai diari, l’impressione è che ci sia la volontà di rafforzare un’immagine che abbiamo già. Forse non ci sono altri aspetti interessanti e sappiamo già tutto su di lui, ma mi rimane il dubbio che possa non essere così e che dietro a queste scelte ci sia un motivo.

La produzione esecutiva è di Frances Bean Cobain. HBO produce. Courtney Love non compare nei credits ma proprio per questo credo che qualche ruolo l’abbia avuto, giudicando anche come si sviluppa il film. Tutta la costruzione porta alla sua intervista, una delle cose che aspettiamo e che sappiamo che ci sarà. E alla fine arriva, molto sopra le righe. E ci mostra la parte finale della vita di Kurt Cobain, dove lui è drogato e lei lo sgrida perché è fatto e ha la bambina in braccio. Lei in quel periodo era lucidissima. Il montaggio qui è beffardo. Prima si parla del “pacchetto” (parola di Novoselic) che Cobain si portò in casa quando andò a vivere con Courtney, pacchetto che comprendeva la droga, poi dell’intervista a Vanity Fair in cui si disse che lei si faceva quando era incinta, alla fine pare che solo lui sia pieno di eroina. Il film allontana dalla Love una parte (non tutte) delle responsabilità di quel momento, quelle immagini suonano come “io come madre mi stavo riprendendo, lui come padre no”, la discesa agli inferi di Kurt è iniziata definitivamente e finirà comunque come tutti già sappiamo. La realtà (il suicidio) viene usata per rafforzare il percorso fazioso del film. Lei dichiara che l’aspirazione di suo marito era diventare un tossico a tempo pieno, del resto oggi potrebbe dire qualsiasi cosa della loro vita in privato e nessuno potrebbe contraddirla con sicurezza – il grosso problema morale del film è che “la pulsione a rovi­stare nell’intimità di un uomo che non può più difen­dersi ci appare addirittura por­no­gra­fica” (Giona A. Nazzaro sul Manifesto). Non è da sottovalutare il fatto che sappiamo già come la storia andrà a finire, perché questo ha permesso di montare e realizzare il film costruendo un percorso di cui non si aspetta per niente la fine, ma solo lo svolgimento. La narrazione e le interviste seguono la successione cronologica degli eventi, apparentemente non c’è niente di più neutro. Ma la scelta di quello che si racconta fa la differenza: in sequenza, matrimonio+droga, Vanity Fair, lui in catalessi con la figlia in braccio. Cioè lei ce l’ha fatta, lui no. E anche su Courtney già sappiamo il finale: l’abbiamo vista nei giorni della promozione accanto alla figlia, è lei che adesso se ne prende cura. Poi magari girato l’angolo si scannano.

Non sono un complottista, non credo che Cobain sia stato ucciso su commissione dallaLove (come si dice in Kurt & Courtney di Nick Broomfield), ma ho qualche dubbio sulla neutralità della visione esposta in questo film nella sua parte finale. Un percorso facile, che non approfondisce le motivazioni del suicidio. Magari sappiamo già tutto, ma il documentario ci ha già ri-detto tante cose che sapevamo già, perché non ripetere anche queste cose? Montage of Heck da un lato e all’inizio va a fondo della personalità di Kurt Cobain, mostrando amore nei suoi confronti, condividendo coi fan la vita privata, magari neanche troppo a cuor leggero, dall’altro dà una riverniciata a Courtney Love (anche letteralmente, a giudicare dalle due dita di cerone), e scarica Cobain. L’opera di una mente instabile, o anche solo combattuta. La madre e/o la figlia. Del resto il film è stato “autorizzato” dalla famiglia. Cosa vuol dire “autorizzato”? Vuol dire “controllato” e il controllo sul docu di Frances Been e Courtney limita il ruolo della produzione sui contenuti, il che è molto possibile perché la disapprovazione finale della famiglia avrebbe fatto scomparire i filmini privati e buona parte del minutaggio. Quel controllo limita anche del tutto il ruolo del regista, visto che uno dei compiti del produttore esecutivo è quello di accertarsi che dal punto di vista creativo venga realizzato il progetto in modo coerente. Brett Morgen dal canto suo col sedere sporco fa sapere che Courtney non ha avuto voce in capitolo sul final cut, e anche che prima non era un fan, lo è diventando solo facendo il film. Quale mente è più influenzabile di quella che parte da zero? Nessuna. Ripassone fazioso.

Master of Ceremonies Adam

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Il 4 maggio di tre anni fa è morto MCA. La cosa mi ha congelato, anche se si sapeva che era ammalato. Le cose le sai ma non vuol dire che sei invulnerabile nei loro confronti. Io, come altri 6 milioni di persone, ero/sono molto fan dei Beastie Boys. È difficile fare paragoni, perchè il tipo di vuoto lasciato è diverso, ma mi è venuto da pensare a quando sono morte persone più vicine a me. In quel caso lì se ne va per sempre un amore, magari l’amore che ti ha cresciuto, bene o male, con più o meno tensioni, oppure un amico, qualcuno con cui hai condiviso i momenti più sereni, divertenti, brutti della tua vita. Nell’altro caso se ne va un immaginario, finisce un cammino che non sai quello che avrebbe potuto dare, ma che ti ha dato un sacco. MCA rappava e suonava il basso, oltre a fare film e attivismo politico, e i Beastie Boys hanno inciso almeno tre dischi che ho ascoltato un’infinità di volte, cioè Licensed to Ill, Ill Comunication e Check Your Head. È questo che mi hanno dato, oltre a uno dei concerti più incredibili della mia vita. Hanno fatto uscire anche Hot Sauce Committee Part 2, che non era stato per niente uno scivolone. Più, altra roba. Quando ci penso, rimango ancora sempre molto colpito dal fatto che il livello dei loro dischi sia stato sempre altissimo, fino alla fine. Facilissimo sarebbe stato per loro spappolare la vena creativa perchè tanto erano i Beastie Boys e avevano raggiunto una fama tale, oltre il mainstream e oltre la musica indipendente, che avrebbero potuto mollare tutto come si molla una cagata. All’altezza dell’ottavo album, la sintonia avrebbe potuto svanire. Invece la fine è arrivata attraverso la morte di MCA, non per una cessata produttività di livello. Molto prima della fine, ho comprato Some Old Bullshit in autogrill, forse in Spagna, durante un viaggio con degli amici quando avevamo qualche anno in meno. Mi ricordo esattamente il momento in cui abbiamo attaccato il cd in macchina.
Attualmente posso solo parlare al passato dei BB. Erano in tre, come i De La Soul. (Mix Master Mike è il dj, uno che dal vivo ti smonta la testa solo scratchando). MCA era quello con la voce rauca, che quando entrava si prendeva tutto lo spazio dei bassi nel subwoofer, al contrario delle voci di Mike D e AD Rock, più squillanti come trombette, meno attorcigliate su un suono crrcrcr di collisione totale su qualsiasi base. Era Nathaniel Hörnblowér, il regista svizzero dei video dei BB. Una cosa gli era molto cara, all’inizio, oltre all’hc e all’hip hop, allo skate e al basket. La birra. Era quello che mostrò il cazzo durante il tour con Madonna. E che diede un cazzotto in faccia a uno dei Run Dmc per una questione di lana caprina.

“Questione di lana caprina” si trova già in Orazio (Epistole,I,XVIII,15), che si beffa di chi spende il suo tempo a discutere di questioni spicciole, paragonate alla lana di capra praticamente priva di valore commerciale. La sua origine è però ignota; si può solo presumere che l’idea d’inutile pignoleria derivi dal fatto che raramente la capra veniva allevata per la sua lana. Questa infatti, dopo la tosatura, si presenta in bioccoli molto più intricati e difficili da sgrovigliare di quella della pecora, e inoltre dà un filo piuttosto ispido e pungente. È nata forse di qui l’immagine dell’accanirsi su qualcosa di complicato per poi ottenere un risultato che non vale il lavoro compiuto. (dizionario del Corriere della Sera)

E a un certo punto della sua vita, è diventato adulto e serio (che poi è una cosa normale) e ha iniziato a intripparsi col Tibet. C’è stato un momento, negli anni novanta, in cui il Tibet e la sua causa erano un tema rilevantissimo tra i musicisti da cui ci si aspettava sulla carta un impegno progressista. Per quel suo trip, MCA era quello che ha inventato i Tibetan Freedom Concerts, e ha generato il trend. Era quello che ebbe l’idea di girare un documentario corale, Awesome…I Fuckin’ Shot That!, dove ci sono 50 spettatori con la macchina da presa al Madison Square Garden, i cui filmati poi sono stati montati in un’ora e mezza di film. Ero al concerto a Milano di quel tour (2004 o 2005) e a guardare quel filmato mi sono scordato che MCA è morto. Era un cretino intelligente come gli altri due, uno che faceva diventare esteticamente accettabile, anzi figa, anche una felpa verde fluo, quando i colori fluo erano da pazzi, o un paio di scarpe enormi da stronzo sbruffone. Uno che non so come fosse nella vita privata, ma che ha lasciato una figlia e una moglie, e qui si salta dall’altra parte, dove la morte ha un significato diverso e io piccolo fan che apprezzo le doti artistiche di MCA non posso neanche capire. Magari alla figlia non piacciono i Beastie Boys, cosa che sarebbe giustissima, esattamente come io non farei mai il geometra. In quel caso è morto il padre, non un personaggio della musica che segui con passione vorace. E le due personalità si distaccano, diventa incredibilmente chiaro che quello che ami tu è diverso da quello che amano loro della famiglia. È un cratere di separazione enorme, ogni volta che succede. Per MCA la crepa l’ha scavata un cancro alla ghiandola parotide, la più grande delle tre ghiandole salivari. Quella voce rauchissima passava molto vicina a quella ghiandola.

parotide
Non sono in grado di giudicare il suo rap, e neanche il suo modo di suonare il basso, ma ha scritto linee o rap che a distanza di anni ancora muovo la testa con violenza. Alcuni dei suoi passaggi che preferisco sono: MCA with the bottle” di Brass Monkey; What’s the time?” e l’attacco di Time to Get Ill; il basso di To All the Girls, profetico sui bassi futuri nei dischi strumentali; l’attacco di Shadrach; il suo isolamento dagli altri due in The Sound of Silence; l’A-solo in Minute Role, in gara tesissima con AdRock; Che cazzo fai, come stai, ho fatto molte telefonate”; “I want to say a little something that’s long overdue/ The disrespect to women has got to be through/ To all the mothers and sisters and wives and friends/ I want to offer my love and respect to the end”; e molte altre. E il giro di basso di Gratitude.

Gli ultimi versi che ho messo tra virgolette sono il risultato di un cambiamento, che presumo vada di pari passo con lo smettere di bere birra sempre e di fare sempre il coglione. Quelle parole sono le scuse presentate alle donne che aveva offeso in canzoni del passato. Non è facile recuperare e può non sembrare sufficiente, ma un uomo nelle proprie canzoni può prima sbagliare e poi ammettere di aver sbagliato in passato, pentirsi della propria opera. Non condividere più quello che hai creato non vuol dire rinnegarlo, ma ammettere un errore, un grande passo per chiunque di noi. Quando scrivi una canzone che gira tutto il mondo, quello che dice lo vengono a sapere in molti, sei esposto in modo senza via di ritorno. È il rischio, oppure è libertà di esprimersi. È bello, oppure può essere brutto se quelli che ascoltano non condividono quello che dici e se il tema è così difficile, come quello del rispetto delle donne. MCA ha cambiato atteggiamento e ha ammesso lo sbaglio. Un tipo di eredità che non non ha lasciato solo lui, ma qui sto parlando di lui, quindi qui è lui quello che ha avuto la forza di ritirare fuori l’argomento su cui aveva toppato (non facile), accusarsi di mancanza di rispetto e cercare di metterci una toppa, con le parole, come con le parole aveva esagerato. MCA era un rapper e un bassista straordinario, ma gli riconosco anche la volontà di cambiare, e di esserci riuscito, apparentemente con la semplicità dell’eterno giocherellone, in realtà con parole chiare e definitive, per chi può e riesce ad accettare la marcia indietro. E questa è anche la caratteristica dei BB, essere sempre divertenti ma voler fare le cose con serietà, voler cambiare le cose, anche quelle grandi, più grandi di loro, come quando ritardarono l’uscita di To The 5 Buroughs per cercare di influenzare la loro città (NY) a votare contro Bush. La canzone An Open Letter to NYC è l’esplicitazione di questo tentativo e l’esplosione definitiva dell’impegno politico diretto (Bodhisattva Vow in Ill Comunication era il chiaro segnale del trip Tibet, ma non era politico in quel modo lì). Tentativo che alla fine non è riuscito, ma è stato un grande tentativo. Agli errori si può tentare di rimediare, con un rap o con il voto. E di mezzo c’è lo stesso veicolo: le parole.

“Se io posso cambiare, e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare” disse Rocky 4 alla folla in visibilio dopo che l’americano aveva vinto contro il russo in piena Guerra Fredda.

Oh Word. Non è semplice il rapporto che si ha con le parole. Possono essere alla fine quello che rimane di un’impresa fallita (come quelle di An Open Letter to NYC) ma allo stesso tempo suonare ancora come esaltanti dopo 9 anni, fuori contesto politico. Questa è solo una delle cose che possono fare, ce ne sono tante altre, credo, meno circoscritte, più universali, blah blah.

Il basso lo lascio stare, però volevo provare a giudicarlo come rapper, anzi come MC. Naturalmente, come in un film il cui finale pare scontato, il giudizio sarà positivissimo. Però volevo dire che: di solito un emcee fa due cose molto meglio di un rapper rapper 1) freestyle su qualsiasi tipo di base, anche il rumore della lavastoviglie; 2) un flow di parole coinvolgente. EmCeeA era un freestyler che non scherzava. Il suo modo di improvvisare era, all’inizio, più concentrato sul suono della parola. Con gli anni il ragazzo ha iniziato a dare importanza anche alle tematiche, quelle serie, anche nell’improvvisazione. Così non si evocavano più le boobs, le girls e le ladies, ma si parlava di politica, di impegno e di libertà.
Il suo flusso di parole per spaccare in due l’attenzione del pubblico e tenerla sveglia è sempre stato molto efficace, all’inizio mi pare che le parole si rincorressero più velocemente, con il passare dei chilometri mi sembra che in qualche modo sia tutto più coscienzioso. Più noioso, più sensato. No, si. Alcuni dicono che i BB anarchici dei primi tempi erano quelli che spaccavano di più, altri (anche io) hanno apprezzato il cambiamento verso il messaggio impegnato, pur amando anche i primi. Quel passaggio è stato sconvolgente, radicale almeno quanto quello dall’acustico all’elettrico di Bob Dylan, di cui si è discusso molto, ma la discussione non aveva alcun senso. Per quanto tempo uno può andare avanti con le cose che ha già fatto, facendo cose sincere, se ha la smania di cambiare? Poco, poi finisce nel buco del mondo depresso dei repressi. O è un venduto. It Takes Time to Build è meno divertente di Fight For Your Right ma ha un ritmo netto, secco che non ti lascia neanche per un secondo e l’ultima strofa (attacca MCA) è un messaggio forte e chiaro.

So step up to the window and place your bets 
Is the US gonna keep breaking necks 
Maybe it’s time that we impeach Tex 
And the military muscle that he wants to flex 
By the time Bush is done what will be left 
Selling votes like E-pills at the discotheque 
Environmental destruction and the national dept 
But plenty of dollars left in the fat war chest 
What the real deal why you can’t connect 
Why you hating people that you never met 
Didn’t your mama teach you to show some respect? 
Why not open your mind for a sec?

Questo cambiamento si è intrecciato con l’altro cambiamento di MCA e s’incrocia per tutta la carriera dei Beastie Boys con il su e giù di stili suonati nei dischi. Ma non penso che la varietà sia la caratteristica migliore, quella penso che sia – dal punto di vista puramente estetico – la capacità di trasformare la merda in oro, e dal punto di vista musicale la bellezza dei ritmi delle canzoni, nonostante aver rappato per anni senza eccessivi cambiamenti. Le basi, suonate o semplate, sono il cuore della loro musica. Questo mette da parte per un attimo MCA e mette in risalto il lavoro di squadra, che ha un valore enorme – la maggior parte delle canzoni nei dischi sono accreditate a “Beastie Boys”. Ognuno fa la parte vocale, e tutti la fanno bene, da soli, sovrapponendosi o dialogando, ma si suona senza stoppine, senza Autori. Ognuno è un beastie boy come gli altri.

MCA non so se fosse il migliore dei tre (dei quattro), ma era un terzo (o un quarto) di un mezzo miracolo. Loro erano three mc’s and one dj, ma comunque MC era il Master of Ceremonies, quello chiamato così, quello col flow più grosso di tutti, quello che attacca Jimmy James. (Wiki:) un MC è sempre un rapper, ma un rapper non è sempre un MC. E lui era MC

A.

I DINOSAURI

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Ieri stavo cercando un po’ di fastidio. Ma il fastidio malvagio, e mi sono ascoltato I Dinosauri. I Dinosauri hanno fatto un ep nel 2012, alcune date nel 2013, poi si sono nascosti, la chitarra è diventata la seconda chitarra del tour Due Chitarre dei Gazebo Penguins, e adesso fanno nuove date. Occhio perché c’è un altro gruppo che si fa chiamare Dinosauri, senza l’articolo i, ha fatto un disco che si chiama Aloha, un pezzo che si chiama Acapulco, fanno del tropical pop, non sono loro.

I Dinosauri mi fanno venire in mente The Mummies, un gruppo di americani californiani di cui qualche anno fa ho comprato qualche disco perché c’erano loro in copertina travestiti da mummie. Il tipo del negozio di dischi, che si chiama Oscar, mi aveva detto che facevano “grezzo garage punk un po’ surf”, mi era presa anche abbastanza bene, ma quello che mi piaceva di più erano le copertine. Loro con la giacca e il papillon sulle garze, loro su una macchina d’epoca, loro che leggono un giornale sui mostri, loro che si rifanno ai film horror di serie B, tutto mi sembrava molto bello. Non ammetto mai fino in fondo che mi piaccia il garage punk e soprattutto il surf garage, ma ogni tanto ci casco, tanto più che vicino a casa mia hanno messo su una gran baracca, che ormai è the garage italian mecca, il Sidro Club. I The Mummies, poi, li ho ascoltati un sacco e a un certo punto erano il gruppo migliore della terra, tanto che una volta dopo un concerto dei Sodastream parlavo con il tipo che suonava il contrabbasso e quando mi ha chiesto che musica ascoltavo io gli ho detto: “The Mummies!”. Lui ha detto “Ah!”, gli piacevano e ne abbiamo parlato. Secondo me gli facevano schifo. Sono demenziali, ma hanno proprio quella potenza, demenziale, che dà la sensazione di ascoltare una cosa che non è possibile controllare, anche se rimangono sempre all’interno di un genere e quindi sono controllabilissimi, ma la loro capacità di suonarlo, quel genere, crea l’illusione di un gruppo di folli senza categoria. Il fastidio è il loro, e lo esprimono in questo modo, ed è anche il mio perché non mi piace il garage punk surf ma ci sono delle volte in cui mi piace. Never Been Caught è uscito su Telstar e mi piace molto perché non è così surf ma un po’ più blues.

I Dinosauri fanno più noise garage, nel senso che usano molto le chitarre grosse o quelle che stridono. Non fanno surf per niente e hanno una certa vena blues, anche loro. Una certa vena che mi fa venire in mente J. Mox. I pezzi sono corti, batteria e chitarre, chitarrA dal vivo. I Dinosauri, poi, indossano una maschera di cartone da Tirannosauro, o forse da Antarctosauro.
La loro Labruttavita mi ricorda molto The Mummies. È la canzone centrale dell’ep, quando la chitarra e la batteria trovano il momento di unione migliore. Però, di sicuro non li associo solo ai Mummies, ma anche ai Cherubs e ai Pissed Jeans. Senti Lacarie. I Dinosauri non mi trasmettono fastidio ma sono loro ad avere fastidio e questa è una cosa che mi piace perché è bello quando la musica non passa attraverso la condivisione di sentimenti ma attraverso il suono. E questa è anche una cosa malvagia, perché non c’è nessun tipo di empatia, ma solo una botta di suoni che ti arriva contro. Il finale di Prandi(questo) è tra i miei momenti preferiti: prima le chitarre si aprono, poi la batteria raddoppia e si crea una specie di collisione sfalsata tra due velocità diverse. La forza più espressiva de I Dinosauri è rappresentata dai cambi di velocità, a volte dettati dalla chitarra, a volte dalla batteria, a volte sembrano una gara tra le due a chi riesce a cacciare fuori il suono prima perché se ne sente il bisogno, oppure sono il risultato chiaro di una cosa fatta insieme. E i pezzi escono tutti bene, che prendano una strada o l’altra, oppure tutte e due. End chiude la sequenza dei 7 pezzi, con un arpeggio che non mi aspettavo.

Ho trovato un articolo interessante del biologo Mario Guidi che spiega un po’ come mai i dinosauri Terapodi sono considerati antenati degli uccelli. S’intitola Pollo o dinosauro arrosto?I Dinosauri fanno una canzone che riprende il tema di Bat-Man, l’uccello per eccellenza, e linkarlo non mi sembrava inopportuno.