Due come due, EP come EP, due EP: The Smudjas e Ricordi?

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È uscito su cassetta per Cheap Life Records l’ep dei Ricordi?. Fanno punk rock, i pezzi sono secchi e decisi, i testi sono belli, anche le canzoni, alcune parti di chitarra soprattutto (Anni fa). Il nome è la traduzione di Husker Du senza il pronome diretto iniziale, e oltre agli Husker Du di Warehouse ricordano i Replecements di Sorry MaStink e la capacità di essere molto melodici dei Descendents di I don’t want to grow up, tranne che per il basso. Il nome di un gruppo non deve per forza rispecchiare rigidamente la sua musica, e infatti in questo caso non lo fa. Più che al gruppo che richiama direttamente, Ricordi? è un omaggio al periodo in cui quel gruppo è esistito. I modelli quindi sono chiari, ma le canzoni non si appiattiscono sui riferimenti perché, dal punto di vista strumentale, i Ricordi? ci mettono del loro (forza, spinta, gas). Il problema è la voce, sboccata alla Descendents di Milo Goes To College, alla qualcosa degli Husker Du (Something I Learn Today) e con quei finali di verso strascicati. Messa giù così la voce non suona come suonava in quei gruppi, per i quali tra l’altro era un recupero dal punk degli anni 70, e oggi funziona bene nel contesto dell’immaginario di due periodi finiti ma, recuperata, setta tutto su un’impostazione predefinita, molto punk nel senso di categoria a cui voler appartenere, molto a imitazione di, declinata in modo macchiettistico. Come i Rancid. Non ce n’era bisogno, le canzoni c’avrebbero guadagnato se fossero state cantate in modo diverso. Per esempio, già il secondo disco dei Replacement rinuncia in parte a quel modo di cantare. C’è speranza. E questo ep c’avrebbe guadagnato se fosse stato prodotto un po’ meglio, visto che in alcuni momenti (Nero e blu) il ritmo si perde e la batteria fa fatica a stare in riga, rincorre tutto il resto o gli passa davanti (Molly’s Lips). Duemila treni è un gran pezzo. L’ep.

La voce in February EP delle Smudjas (/di The Smudjas/delle The Smudjas, caso difficile) ricorda L7, Kim Gordon e Babes in Toyland. A volte invece diventa la voce delle Smudjas (Play that record) quindi in questo caso il problema è relativo. Il disco viaggia spedito, sembra registrato in due giorni, senza fermarsi mai per immortalare la potenza, il che comporta una fatica della madonna, e la fatica dà corpo al risultato. February EP è morbido nel tocco ma rigorosissimo nel suono e nel mantenere in piedi ritmo e intensità, con canzoni in cui il tempo non è sempre costante ma subisce accelerazioni e dilatazioni. C’è molto equilibrio tra gli strumenti, che hanno (tutti) caratteristiche forti che li mantengono allo stesso livello d’importanza. La batteria suona in modo equo tutte le sue parti – i miei preferiti sono i passaggi sui tom, l’attacco di Five Steps in particolare, perché parlandone posso tirare fuori gli Shift – decisa e calibrata; la chitarra alterna distorsioni apertissime a giri punknroll ed è sempre, sempre, una figata; il basso è di quelli spesso nascosti, ma se lo togli viene a mancare la metà della roba. In Away viene fuori di più. Le canzoni sono: gusto per la scelta dei suoni, scrittura che unisce strofe violente, giri dritti, vuoti sospesi carichi di tensione, emo animalo e pop distorto garage. Niente in comune col revival garage così come la maggior parte dei gruppi lo stanno facendo, pure nella varietà delle soluzioni. Piuttosto ci sono cose garage punk. Il revival garage ha un suo suono molto spesso influenzato da stoner e psych rock. The Smudjas cancellano totalmente stoner e psych per sfumare i ritmi e i suoni verso altro e suonare una commistione di riot girl punk ed emo core. Il risultato di questa commistione è l’emo animalo. Due parole sull’animalo: dall’ep viene fuori una furia fortissima, mossa dai pezzi suonati come una di quelle cose che senti la necessità di fare subitissimo (We’re restless, appunto). Ma, neanche troppo nascoste, un po’ nascoste dietro agli urli e allo strato di strumenti, ci sono inquietudine e malinconia, composte da elementi aggressivi e da elementi tristi, smascherate da non so precisamente cosa, forse dalle chitarre, o dal taglio violento ma sensibile e vulnerabile delle canzoni. Non so da cosa di preciso, e anche questo mi suscita un’inquietudine maledetta.

“It seems strange but now I’m feeling fine, I’m still alive, it’s not that obvious but it’s a good start. It’s ok to be confused, to feel the blues, stay by my side and we can play that record and you will feel fine. I’m sure we’re not gonna wake up alone I’m sure we’re not gonna bear this alone It will last over and over again Over years, cities and countries Over hearts, lives and lovers. Some friends are forever.” (Play that record)

Neuroni batterista. Brian Chippendale, il verme che mena coi pugni e altre cose spaventose

 

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Lo dice qui. Disegnarsi i vestiti, vivere in una comune di artisti, organizzare incontri di wrestling, disegnare copertine di dischi a cazzo. Lo odierei se non fosse che suona come un dio selvaggio. Ha l’abitudine di suonare con la faccia coperta da una specie di maschera, un calzino gigante a cui è stata tagliata via la parte sopra al tallone. Ogni volta una cappella diversa. Lui sulla batteria mena strisciando. Mi ricorda Non aprite quella porta di Tobe Hooper, la scena del tipo con la maschera che sbatte la porta. Il gigantone del film è veloce, deciso e sicuramente violento. Si sente il rumore della porta che sbatte ma anche che striscia. Violento, Chippendale è anche violento, e mena sul rullante. Ma è anche altro, è sottopelle, si muove pensando di essere nascosto ma ha sempre una base di tigna di default. Nello stesso film, la scena del nonno ha lo stesso movimento della batteria dei Lightning Bolt, in sequenza sempre diversa: follia mantenuta a basso volume, follia ad alto volume, bassa intensità, alta intensità, passaggi sempre differenti anche quando sembrano uguali per portare avanti il pezzo, finale esasperante.

Poi ci sono i cattivi di Le colline hanno gli occhi, che fanno tutte quelle cose orribili come se fosse uno scherzo, dei barbari un po’ coglioni, che secernono malattia e voglia di uccidere da ogni parte del corpo, e sono come Chippendale, che suona come se fosse un gioco, ma suda fatica ogni secondo e in ogni secondo trova l’impegno per fare venire fuori la schiuma, creata dalla collisione tra rabbia e precisione.

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La confusione delle scene e il casino dei personaggi di ‘sto film sono come i Lightning Bolt e come loro arrivano al punto: friggerci le palle sopra alla graticola della ripetizione intesa come mancanza di sviluppo continuo, pungerci il culo con le punte di un grafico fatto di picchi alti bruciantissimi e poi lasciarci andare facendoci cadere laggiù in basso nel punto più depresso. Ma ogni momento è così intenso che dello sviluppo te ne sbatti. Improvvisare, cambiare il pezzo senza cambiarlo, fare una spirale che finisce sempre dentro a se stessa, insistere su un giro per conoscerlo a fondo, per pulire il melo e poi passare a altro. Poi ritornare indietro, riscavare dove avevi già scavato trovando altre cose e passare ad altro che può essere l’altro di prima oppure no. Non come nel Seme della follia ma come nei percorsi interni, nelle cose e nei giochi nascosti della Casa nera, una cosa è sempre diversa ma ha con lo stesso scopo: incastrarti e non farti uscire. E tutto questo è incredibilmente messo a sistema.
Anche il Chicago Tribune scrive di Non aprite quella porta in rapporto a Chippendale, è una roba ufficiale. Io però dico: facciamo un film horror in cui Chippendale interpreta se stesso e chiude le proprie vittime vive dentro ai tamburi della batteria e le suona. Loro muoiono e lui li scuoia per poter utilizzare la loro pelle quando deve cambiate le pelli della batteria. Lo intitoliamo IL BATTERISTA.

Quello che forma i LB con Brian Chippendale si chiama Brian Gibson, suona il basso con un sacco di effetti e cose. I Lightning Bolt hanno fatto uscire da non molto il nuovo disco. A fine 2014 Chippendale ha fatto anche un album con Greg Saunier dei Deerhoof. È improvvisazione, a volte giocano, a volte si fanno il culo a vicenda, comunque ognuno di loro vuole sempre dimostrare di averlo più grosso. Guardare questo video ha più senso che guardare altri video, perché si vede chi fa cosa:

Il rapporto tra i Brian’s invece è complementare in una maniera sempre diversa, tanto che a volte non sembra complementare, e questa è la forza del sistema Lightning Bolt. Uno lascia spazio all’altro, sono organizzatissimi anche nel caso improvvisassero, si scontrano ma poi fanno alla pace. Ascoltare in particolare la batteria mi piaceva come idea, per tentare di definire almeno per una volta, che poi cambierebbe se iniziassi a scrivere da capo, il percorso di quelle due cazzo di bacchette e dei piedoni di Chippendale. Quindi ho fatto questo: ho riascoltato una volta tutta la discografia dei Lightning Bolt e ho scritto quello che pensavo a riguardo, senza mai riavvolgere e ripetere nessuna canzone.

Il primo disco dei Lightning Bolt si chiama come loro ed è uscito nel 1999, quando i Neurosis erano già al loro sesto album, Times of Grace, i Converge ne avevano già fatti tre, i Boredomes sei e i Ruins un sacco più di tutti gli altri. Il disordine da tribù che suona al centro di un cerchio di tamburi è un’eredità che i Lightning Bolt raccolgono dalla discografia dei Neurosis. In LB ci sono canzoni in cui la batteria è lontanissima (Mistake) e il basso fa tutto il corto circuito. È la dimostrazione del fatto che pur dovendo fare tutto con due strumenti non è necessario per forza fare casino, ma calibrarsi a vicenda, mettersi da parte quando non serve. La prima canzone è Into the Valley e qui la batteria non ha nulla a che vedere con quel modo di suonare, ripreso in Caught Deep In The Zone, perché passa in primo piano e le distorsioni la usano la batteria per tracciare un percorso insieme. O è la batteria che usa le distorsioni? Non posso davvero dirlo. In Into the Valley Chippendale fa più della metà del pezzo perché gli dà le caratteristiche ritmiche e quelle noise più circolari. Lightning Bolt non è un disco basato sulla batteria, che è una delle cose che ci sono dentro. Chippendale dentro a Zone va e viene e si alterna in primo piano con i rumori al metallo, praticamente se in molti punti della canzone togliete la batteria non cambia niente. In tre canzoni ci sono tre modi diversi di rapportarsi con il sistema di tracce del basso. Da qui probabilmente viene fuori la concezione dello strumento di Chippendale così com’è utilizzato nel disco, cioè la sua esclusiva funzionalità al pezzo e al noise. Mi viene da cercarla la batteria, tentare di ascoltare tutti i movimenti che fa, perché Chippendale non la suona come tutti, ha il suo modo, e le sue lacerazioni dell’aria spiccano per la loro insistenza ostinata sulle ritmiche. Ma è tutto funzionale al pezzo. Ci sono delle volte in cui si fa fatica a distinguere tra basso e batteria. Zone è il massimo in questo senso: c’è un livellamento della gerarchia degli strumenti (voce compresa) che mette tutti sullo stesso piano e lo scopo è l’implosione di qualsiasi tenore ritmico, di qualsiasi parte della canzone intesa in senso tradizionale. Cosa che non si può dire – prendendo il primo opposto che mi viene in mente – della Jon Spencer Blues Explosion, in cui ognuno sembra avere il desiderio di fondare un ritmo, metterlo giù per far partire il groove, che sia sporco o meno, e in cui ogni strumento vuole primeggiare pur suonando con gli altri. Che senso ha paragonare direttamente due cose così diverse? Probabilmente nessuno, ma ci sono momenti di Crypt Style (Lovin’ Up A Storm) della JSBX in cui la spavalda voglia di creare un ritmo mi ha ricordato la voglia di distruggerlo dei LB. Sono intenzioni e mezzi per ottenerle opposti e che vengono a coincidere nel momento in cui la realizzazione di ciò che si vuole ottenere tocca dalle due parti due estremi che non sono la stessa cosa in quanto estremi ma in quanto esito di percorsi che in comune hanno la saturazione dello sguardo sulla musica. L’ossessione come esito finale penso possa appartenere a entrambi. Ossessione per un ritmo bluesy, ossessione per il corto circuito del ritmo. In And Beyond Chippendale sembra Simmons (intorno al minuto 3 e chiaramente fino al minuto 3:50). La batteria è sul ring con la voce più che con il basso, che è una specie di rumore ovattato e fastidioso continuo. Quando arriva la voce, la batteria torna a concentrarsi a riempire i suoi vuoti, e la voce fa la stessa cosa coi vuoti dell’altro. E questa è l’idea su cui si basano tutti i Lightning Bolt. Che è l’opposto dell’idea su cui si fonda la JSBE, dove i tutù pa tututu pa hanno più spazio per darsi più risonanza.

Il fastidio è una delle cose su cui i Lightning Bolt insistono di più. Fastidio per noi che ascoltiamo, loro sembrano essere perfettamente a loro agio, pur consapevoli di dare fastidio. Ma il fastidio ha il suo grande fascino, come la paura. Un dialogo di Halloween fa più o meno così:

“Ho paura”
“Perché continui a guardare quel film allora?”
“Non lo so”.

Perché continuare ad ascoltare i LB? Di preciso non so, ma hanno quel modo di usare la ripetizione che mi piace un sacco. Non è la ripetizione del minimalismo ma lo è allo stesso tempo. Non è minimale, perché è piena di dissonanze che riempiono tutto, ma allo stesso tempo è molto definita, precisa nel dettaglio, pulita e chiara nel singolo percorso del singolo strumento. Fascino e fastidio.

Ride the Skies è un titolo molto più rock’n’roll, quasi The Doors, ma dentro non ce n’è neanche l’ombra. È molto difficile già da subito trovare la pace fisica, figuriamoci doversi occupare della percezione, con l’ingresso di basso e batteria in Forcefield. C’è un sacco di disordine in più rispetto all’ultimo disco, sembra registrato a caso, lascia andare la bobina che va bene. L’improvvisazione potrebbe avere un ruolo rilevante, alcune volte sembra più plausibile, altre (quando i due si sincronizzano perfettamente, chiamandosi a vicenda prima di congiungersi) non è possibile. Nei cambi, di tempo e di genere della batteria viene in mente un solo nome, John Zorn.

A Brian Chippendale non si vede la faccia perché è coperta a uno straccio. E questo è evidentemente un suo modo per non farsi riconoscere mai. Non gli riesce sempe. Ma le prime 4 canzoni di Ride the Skies hanno dettagli che si fanno notare del tutto diversi tra loro. Il charleston e la cassa in 4/4 di The Faire Folk, gli stop di 13 Monsters, il rullante da stadio di Ride the Sky e così via. Mai cercare di vedere il volto di Chippendale, perché ogni canzone ha un percorso interno diverso. Poi a un certo punto il basso di Ride the Sky diventa una motosega e lì non si capisce veramente più niente, per esaltazione, per potenza. La batteria cambia ma tiene dritto il timone, sempre in riga. Mai uguale ma sempre in riga, praticamente un incrocio tra la necessità militaresca di avere un ordine e un’artista sballato. Brian Chippendale è questo incrocio qui, niente di diverso. Non ha senso ascoltare solo 15 minuti di una canzone di 30. Altre volte, con altri gruppi, puoi ascoltare solo un ritornello che ti rimane in mente, quindi ha senso. Dei 30 minuti di canzone ascoltarne una parte soltanto potrebbe essere limitativo, saltare per esempio la fase in cui ci sono le voci che sembrano galline di Wee Ones Parade potrebbe togliere forza alla parte successiva. È per questo che è difficilissimo ascoltare un disco intero ma ce la faccio: il livello di difficoltà, dato dalla ripetitività affiancata alle variazioni improvvise e allucinate, accresce il livello di curiosità e di piacere. Batteria e basso, per ottenere questo, usano tutte la direzioni possibili del loro rapporto a due: a volte guida la batteria, a volte il basso, in alcuni casi tutte e due, oppure nessuno, quando c’è silenzio. E il silenzio è parte dei loro album, giustamente, perché ho bisogno di riposo.

La batteria di Dracula Mountain in Wonderful Rainbow tira fuori un’altra caratteristica di Chippendale: quello di saper fare il groove e la confusione allo stesso tempo. In questo disco il basso gira più stoner, con ritmi pesi ma più rintracciabili rispetto ai dischi precedenti, la batteria lo segue ma alcune volte si stacca e se ne va. La prima volta che ho sentito 2 Towers mi sono chiesto come sarebbe andata a finire. I due strumenti si alternano e si seguono in modo magistrale, cambiando l’una la direzione dell’altro e alla fine c’è un secondo di follia della batteria che mette fine al pezzo. Un secondo che è come un muro oltre al quale quella canzone non c’è più. On FireCrown of Storms sono sempre tra i pezzi migliori che abbiano scritto, più Big Black. L’arpeggio di Longstockings mi stupisce sempre, come la pazienza che in questa canzone ha Chippendale, lo dico per il suo modo di aspettare e di suonare un semplice 4/4 senza stoppine. All’inizio. Poi prende un’altra piega, la solita, con il basso che esplode quando la batteria si ferma e lo lascia fare, pur continuando a muoversi con lui. Fino a che in 30,000 Monkies è difficile riconoscere gli strumenti per il livello di unione altissimo che hanno raggiunto (Duel in the Deep). Una sbassata suona uguale a un colpo sul rullante.

Altrove, spesso, la loro musica sembra elettronica, non c’è il basso che lascia la nota libera di dimenarsi o la batteria che si libera di tutto e va serena. C’è sempre un controtempo, un alternarsi di battiti che si sfacciano e che sembrano Aphex Twin. Struttura. Qual è la struttura delle canzoni dei Lightning Bolt, esiste? Potrebbe avere lo stesso significato della matrice Matrix, un elemento matematico che rappresenta la realtà simulata creata dalle macchine. Esco dal campo Matrix, tengo come riferimento solo l’idea della struttura e parlo di musica, nello specifico di canzoni dei Lightning Bolt, non del Mondo. La struttura deve avere per forza un’origine. Oppure può essere costituita da tante origini diverse, generate dalle strutture precedenti che sono state generate dalle origini precedenti. Non ho ancora capito se per loro prevale la prima tipologia di rapporto origine-struttura o la seconda. Di sicuro c’è un’origine, o di più, da cui nascono le canzoni, rintracciabile nel momento della partenza e da cui nascono le parti delle canzoni, come da una una fontana. È la struttura che è più difficile da individuare, in ogni pezzo, è difficile trovare momenti che ritornano, una volta che si passa a un altro giro. Quando la ripetizione diventa insistente, la conseguenza è l’ipnosi e diventa difficile rendersi conto davvero dei movimenti di ogni strumento, servono molteplici ascolti. Oppure: uno se ne rende conto ma non è quello che ti da la botta, quella la fanno i minuti che si accumulano. Una cosa che mi piace dei Lightning Bolt è che non riesco a definirli veramente. Al di là dei generi a cui fanno riferimento. Birdy e Riffwraiths di Hypermagic Mountain sono il braccio armato della legge, quelli con i quali questa mia incapacità viene smascherata, grazie alla presenza all’interno della canzone dei soliti cambi repentini e della solita ripetitività ammorbante. Sono canzoni praticamente pop, completamente differenti dalla canzone successiva, Mega Ghost. Ne consegue, ancora straniamento.

La batteria non è quasi mai origine di questa roba qua, è spesso origine delle origini interne alla struttura, e spesso delle code in chiusura dei pezzi. Sembra stancarsi a un certo punto, sembra aver voglia di cambiare e dunque quella che dà la botta finale (mortale) a molti pezzi. Per passare a quelli dopo. Per questo è spesso il motore dello straniamento conclusivo. Rullante e cassa alla fine di Magic Mountain sono un finale eccezionale, qualche secondo che spezza con tutto quello che c’è stato prima. Ma la batteria continua a fare quello che ha fatto prima, è il resto che si assottiglia, quello che sembrava una sega elettrica o il rumore assordante di un frigorifero vecchio al caldo di un garage viene sottomesso da un suono sottile che fa venire fuori più batteria. Ingannevole gioco di squadra. Quando pensi di aver definito una cosa, noti il contrario: sono i Lightning Bolt. A una conclusione sono arrivato: la batteria di Chippendale da sola perderebbe in potenza perché priva della controparte. Ai concerti in generale, ogni tanto il batterista parte con l’assolo, è un po’ che non lo vedo succedere, ma penso che capiti ancora, come il tapping. Sono i trentasecondi in cui l’interessato/a sfoggia quello che ritiene più figo. Chippendale che suona la batteria nei Lightining Bolt potrebbe essere considerato un assolo lungo 7 dischi. Una cosa massacrante. Cambi d’umore, pochi ritmi piaccioni, personalità per niente calcolata, libera di fare anche un colpo non preciso ogni tanto, a una velocità che neanche i Melt Banana.

Questa cosa del colpo non-preciso si sentiva molto di più nel primo disco. Early Delights perde definitivamente questo spirito, dopo che Chippendale se n’è allontanato gradualmente negli anni. Early Delights ha il rullante più teso di tutti i dischi precedenti. Per rimanere affascinati della velocità delle mani di questo tipo basta ascoltare quello che fa sul raid e sul rullante di Nation of Boar. Mai sentito un ritmo come l’inizio di Colossus prima di Colossus, un quattro quarti con la cassa in quattro quarti. Shellac, seppure il modo di suonare di Todd Trainer sia molto più spezzato e deciso su un colpo solo (meno colpi, più efficacia, minimalismo), col quale fa partire mille riverberi nel mio cervello. Funny Farm è un altro incredibile pezzo, dove Chippendale si limita tantissimo, rispetto a i dischi precedenti non suona, non così a lungo per lo meno. Come Greg Saunier nell’ultimo dei Deerhoof. Ma la bellezza della batteria non è data dal numero dei suoi colpi ma da quello che costruisce e in SOS torna a mettere uno accanto all’altro ritmi diversi, anche se non così diversi come un tempo. Il piacere dei pezzi veramente lunghi (10, 14, 32 minuti) mancava da Lightning Bolt, anno 1999. A un certo punto la lunghezza non è stata più una componente del noise dei Brian’s. Transmissionary è un ritorno, un 12:20 molto più dritto, senza un finale sorprendente. C’è controllo, c’è più controllo. E giusto per assecondare la mania di controllo che è venuta ultimamente a Chippendale&Gibson, da Early Delights, faccio partire il collegamento ai due dischi successivi, cercando qualcosa in comune. C’è – in termini di distribuzione dei minuti e quindi di posizionamento delle canzoni dentro al disco – e dà continuità al ritorno dei pezzi lunghi: l’ultimo è sempre il più lungo, 13:25 e 11:21 (come la terzultima è sempre la più corta). Quella di Oblivion Hunter si chiama World Wobbly Wide, forse la canzone più fastidiosa mai scritta dai Lightning Bolt, per colpa di Gibso, in assolo continuo. Scritta? Non credo si possa dire, i Lightning Bolt vanno oltre al concetto di scrittura, distruggono la canzone, come poi era già successo di sentire con gli Old Time Relijun, ma non rendono indefinita solo la struttura, il suono è tra le cose più scostanti. Non c’è più niente, solo la ripetizione, la costante più presente nei loro album. C’era stato un momento psichedelia in Early Delights ma alla fine si è deciso di dare vita alla materia senza forma non con suoni caleidoscopici ma con due strumenti meno mobili rispetto agli inizi, ma che comunque riescono nell’intento. Se non fosse che gli Oneida sono in 6, direi che il loro modo di ripetersi (you’ve got to look into the light light light light) ha lo stesso scopo: essere psichedelici senza psichedelia.
Oblivion Hunter inizia con King Kandy che dà il suono a tutto il disco, cioè distorce la batteria e la impasta con il basso come ancora non c’avevano fatto sentire. Nonostante questo, Chippendale è chiaramente più buono. Comunque, più cattivo di Gibson che ha ammorbidito tantissimo i suoi giri (Fly Fucker Fly), conseguenza della collaborazione (2011, un anno prima) con i Flaming Lips, che su di lui si sente di più che sull’altro. Per la prima volta però la batteria mi sembra un po’ una trollata, nel senso che continua si a girare e ad andare senza fermarsi, ma alcune volte i ritmi mi sembrano più distratti, meno forti sul dettaglio di costruzione dei pezzi (Salamander).

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Con Fantasy Empire bisognava riprendersi un po’ quindi. Primo album pop dei Lightning Bolt, registrato interamente in studio (è la prima volta che succede), è quello che hanno fatto per non sentirsi sempre uguali, come finalmente ha ammesso Chippendale non mi ricordo a chi. Lui sta lì a disegnar le copertine, e anche la copertina di Fantasy Empire come la musica è meno aggressiva. Come dice lui: “For this one I wanted to go for more of an atmosphere and an air of mistery”. Sempre.

The Metal East è la prima scheggia messa lì così giusto per andar veloce. Over the river and through the woods ha quelle progressioni na na na nana che danno al pezzo moltissime velocità diverse, con il basso che si tiene sempre su un suono quasi bombastico e la batteria che raddoppia e ripete tutto, in un rapporto rullante-cassa velocissimo, alternato, tanti colpi di qua quanti di là. La ripresa c’è, yuppy. Tornano le batterie secche precedenti a Oblivion Hunter. Molte volte i ritmi sono più groovy, più pop (Mithmaster, Runaway Train). Recuperato quello che di ottimo avevano lasciato perdere con Oblivion Hunter, lo uniscono a un’idea meno tesa di canzone, che rimane sempre un flusso che ancora non ha niente a che fare con la struttura strofa-ritornello, ma nei giri che genera il risultato è più facile, in alcuni, non pochi, passaggi. Dream Genie non punta tanto sul cambiamento e la contrapposizione dei ritmi quanto sulla definizione di un ritmo, dei suoi accenti, anche quelli dell’accelerazione finale. La tensione delle braccia e delle gambe di Chippendale è cambiata, tutto suona più morbido, ma niente è ancora tranquillizzato o tranquillizzante. La tensione è rigidità, assenza di riposo, caratteristiche di tutto Chippendale. Oppure è tensione delle pelli. Il rullante più teso di sempre è adesso quello di King of my world, è definitivo, ha superato Early Delights.
Quella lunga di Fantasy Empire si chiama Snow White (& the 7 Dwarves Fans), prende un ritmo, prima lo fa usando con chiarezza tutte le parti della batteria, poi in versione noise punk, quasi-grind, dentro a una cosa con la cassa in 8/4 e a una roba in cui si riconosce solo un pezzo del giro da cui si era partiti. Alla fine non si riconosce più niente e il finale è di quelli che spiazza. Alcune cose vengono dal passato, altre no. Fantasy Empire potrebbe essere considerato un album di sintesi, che include il superamento e il cambiamento.

Non volevo finire l’articolo come faccio troppo spesso, cioè dandogli circolarità, chiudendo il cerchio con qualcosa che ho scritto all’inizio. Non volevo perché nella batteria di Chippendale non c’è una circolarità definita, ma uno studio continuo dei propri movimenti che porta anche alla rivalutazione del passato per raggiungere altre mete, anche insignificanti, piccole, ma comunque importanti per definire un suono sulla lunga distanza. Quindi c’è una piccola circolarità interna (i continui richiami a se stesso) ma non è la cosa che viene fuori per prima. La cosa che viene fuori per prima da Chippendale e dai Lightning Bolt tutti è la volontà di distruggere con la potenza fisica e di distruggere la facilità di ascoltare le canzoni, che è poi il noise. Alla fine sono approdati a un suono più tondo in Fantasy Empire ma la loro missione rimane chiara. Ma si, dai, diamo un po’ di circolarità all’articolo. In fondo, appunto, un po’ giustificata lo è: i LB non sono più la famiglia di Non aprite quella porta ma sono i Tremors. Rotondi ma dirompenti sempre. E l’irrecuperabile è Gibson, con tutti quei pedali e quelle accordature che il basso non sembra neanche un basso. Usa corde di banjo e basso a cinque corde, il cinghione.

 

Neuroni pippone Gold. Ritrovare le cose del passato.

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Il mio primo videoregistratore è stato un Mitsubishi. Con lui ho provato la prima eccitazione data dal vedere un film registrato dalla TV, programmando. Registravo abbastanza, anche quello che non potevo vedere. Mio babbo non voleva che guardassimo (avevo/ho un fratello, di tre anni più grande) film violenti. Tipo Rambo, Rambo non lo poteva neanche sentir parlare. Non era una strategia di protezione nei nostri confronti, neanche lui li guardava. Aveva un fiuto incredibile per i film americani: se non gli piaceva, era americano, per caso. Ma in buona parte era un pregiudizio politico che partiva da Bush Senior, passava per gli hamburger e la Coca Cola e arrivava fino ai raggi catodici a stelle e strisce.

Naturalmente di americani e violenti noi ne guardavamo tantissimi, soprattutto nei pomeriggi d’estate, quando i miei erano tutti e due al lavoro. A un certo punto avevamo scoperto una serie di filmati amatoriali truculenti, presentate come true stories, in cui gli uomini venivano legati alle sedie e torturati con le pinze, i bambini picchiati dagli adulti, in non mi ricordo quale paese le persone di una certa religione massacrate di botte e lasciate soffrire al sole bollente. Ce li procurava il nostro vicino, non so bene come e dove. La prima volta era stata una sorpresa spaventosa e stupefacente, le volte successive non vedevamo l’ora di trovarci davanti alla tele. Eravamo attratti da quei filmati, anche se sapevamo che non era roba bella da vedere.
Sempre da un vicino, ma un altro, arrivò a casa il primo porno. Mi è venuta in mente una parola che usiamo spesso in Romagna: il bocia. Il bocia è il boccino, nel gioco delle bocce il pallino, quello a cui gli altri devono avvicinarsi per fare punti, il più debole di tutti ma anche quello che ha meno da perdere. Al lavoro, il bocia è quello che fa i lavori più semplici, passami il martello, porta via le scatole, quelli attraverso lo svolgimento dei quali si delinea chiaramente la superiorità di chi li comanda. Ma senza il bocia il capo non combina niente, perché è abituato ad avere qualcuno sotto e lavorare da solo gli risulta impossibile. Il bocia in un gruppo di amici è il più piccolo, quello che si prende i grattini in testa e in generale le botte e le battute più penetranti alle quali tutti ridono, nessuno escluso tranne lui. Non è vero che tutti lo amano, ma ha un ruolo essenziale nelle dinamiche dei maschi adolescenti. Io ero il bocia del mio giro e il giorno in cui ebbi modo di vedere il mio primo porno, si consumò la gag degli amici più grandi che fanno gli espertoni di sesso. Mi ricordo questa scena in cui salivo le scale dal piano terra al primo piano in direzione videoregistratore e il proprietario della videocassetta mi prendeva in giro perchè non conoscevo quest’attrice a quanto pare famosissima protagonista del film, Tracy Lords. Sottoposto alla gavetta del bocia che si trova a guardare “Tracy Lordissima” con i più grandi un po’ bulli, me ne fregava poco di quel che dicevano, ero più preoccupato del fatto che stessi infrangendo il divieto di mio babbo, che non riguardava esplicitamente i porno, ma ero sicuro con non avesse piacere.

Passò il periodo delle torture e del porno, rimase quello dei film americani. Arrivò il momento dei film sui ragazzini che partono per un’avventura, ne fanno una davvero grossa poi tornano a casa e niente sarà mai come prima. Darei un orecchio per poter tornare alla prima volta in cui vidi i Goonies e Stand by me. Non mi ricordo né quand’è stato né con chi ero. Dove abitavamo non c’erano proprio le condizioni per vivere avventure simili alle loro. Eravamo in città e non conoscevamo posti lontani attorno a cui costruire il mistero e renderlo meta del viaggio e per raggiungere i quali non fossimo costretti a fare gimcane tra mille automobili in movimento. Poi, mancava l’inseguitore: eravamo tutti amici, non c’erano ragazzi grandi davvero stronzi. E chi poteva fare la banda Fratelli? L’invidia ci mordeva lo stomaco. Detta in questo modo sembra triste, ma non è così. Attorno a casa c’erano un sacco di posti in cui ogni giorno ci facevamo i nostri viaggi: l’officina di Giorgio, il muro dei serpenti, la bocca di lupo delle formiche, l’alcol rosa con cui facevamo saltare in aria palloni e macchinine. Ma regolarmente avevamo bisogno di vedere uno di quei due film. Ieri davano Stand by me su MTV. L’ho rivisto dopo un po’ di tempo, adesso che ho 25 anni in più. Nessuno può resistere al suo valore universale, qualsiasi sia la sua età nel momento in cui lo guarda. Per questo né i GooniesStand by me ci sono mai stati vietati, anche se americani.

Un’altra cosa su cui non è mai stato posto nessun veto è Fantozzi. Di cui pare che Muccino il vecchio voglia fare un remake con Stefano Accorsi e io ho già la certezza che non ce ne fosse bisogno. Mio babbo non c’ha mai attaccato la pezza sul fatto che i Fantozzi fossero film comici CHE PERÓ facevano vedere i difetti e i problemi dell’Italia. E non ci ha mai detto perché, però rideva, e suppongo che fosse legato a quell’aspetto. Quindi rideva per lo stesso motivo per cui ridevamo noi, lui, magari, con un po’ più di consapevolezza e amarezza. Io e mio fratello avevamo una vera e propria passione per Fantozzi. A un certo punto in casa c’era tutta la collezione registrata dalla tele, con le trame ritagliate dai giornali (TV Sorrisi e canzoni, una rivista che mio babbo odiava) appiccicati sopra alla cassetta. Ogni tanto mi capita di guardare qualche video su youtube. Li giro ai miei amici in chat perché siamo dei semplicioni e ridiamo ancora per Fantozzi. I momenti da sempre miei preferiti sono: Loris Batacchi, la corsa in bici, la vacanza con Franchino, la scalata con capo cordata Calboni, il momento delle elezioni politiche con tutti le sigle dei partiti ripetute all’infinito una attaccata all’altra, la poltrona in pelle umana, il marito di Mariangela, Chita Hayworth.
Poi c’era la Megaditta. Quella cosa in cui persone potentissime e stronzissime trattavamo malissimo altre persone che lavoravano eseguendo gli ordini e facendone il meno possibile. Fantozzi non era solo questo, ma questa era una delle cose più divertenti e malvagie sulla pochezza dell’uomo. La gerarchia dell’organigramma della Megaditta era molto rigida, ai piani più alti c’erano personaggi aristocratici che non si capiva cosa facessero ma che avevano lo stesso potere di Dio. C’era il Mega Direttore Galattico, il Direttore Totale, il Direttore dei Direttori. E c’era il Gran Consiglio dei Dieci Assenti, di cui faceva parte il Mega Direttore Clamoroso, l’Ingegner Duca Conte Pier Carlo Semenzara.

Semenzara è anche il nome di un gruppo italiano, in vita dal 2011 al 2013. Nel 2012 hanno fatto un disco che si chiama Coraggio e nel 2013 hanno iniziato a registrare un ep. Si sono sciolti, poi ritrovati e l’hanno finito e fatto uscire un mese fa circa. Si chiama Frostbitten Bikini, era necessario, ma non significa che i Semenzara si siano riuniti. È pieno di riferimenti all’hard core degli anni 80, cose SEMINALI come CIV (Doppler), Dead Kennedys e Gorilla Biscuits (Stretta), e al punk italiano dello stesso periodo, come i Kina. Alcuni di questi riferimenti sono chiari, ma la struttura delle canzoni è così robusta da non far pensare mai a un semplice recupero di modelli preesistenti ma a un cervello e delle mani che scrivono, suonano e producono per raggiungere un obiettivo proprio: un suono violento, e tirare giù delle canzoni con la vita dentro. Accelerazioni e stop e riparti sono sporcati dal noise e dal noise metal, che si sentono nel basso e nella chitarra (Calca e ancora Doppler). Fino all’ultima canzone, Are You Really Happy?, cover dei Reagan Youth, che dichiara uno dei gruppi d’ispirazione. Più vicino agli Inside Out e ai primi 108 era Coraggio, un disco con una produzione impastatissima, tutto, chitarre, basso e batteria. Mi è saltato sui piedi prima di Frostbitten Bikini, ha un suono più diretto e fa il paio con SMNTCS, un altro disco post hc punk hc uscito nel passato, recente nel suo caso, che mi è piaciuto molto. Non è solo una questione di scrittura o di suoni, ma proprio di uscita. Si dice no? Coraggio esce proprio bene, e parli in un colpo solo di suoni, di canzoni ma anche di presa. Quasi tutta la parte strumentale di Frostbitten Bikini è stata registrata nel 2013, il missaggio è stato fatto quest’anno. Che sia una questione di missaggio troppo ritardato rispetto alle registrazioni, forse, non m’intendo per niente né di missaggio né di registrazioni, ma Coraggio ha più presa, appena attacca è un cane che ti salta al collo. Di Frostbitten Bikini, però, è importante anche solo il fatto che ce l’abbia fatta ad uscire. Incollo il testo di Reduci, il pezzo che preferisco, che un po’ di passato parla.

“Quando potremo riposarci sarà un po’ come se anche noi stessimo giacendo in mezzo ai caduti. Sembrerà meno avvincente ogni battaglia altrui, le sconfitte peseranno quanto ciò che si è perduto. Avremo ancora il desiderio di tornare indietro, riportare a casa i caduti, dar loro riposo: fino a che non ci sarà alcuna differenza tra chi si è perso nell’oblio e chi già dimentica”.

I periodi e le storie finiscono, come quella raccontata in Stand by me per esempio, o come l’adolescenza. E basta, è finita. Però certe cose, non tutte, ti rimangono in testa e col tempo ti rendi conto che funziona così, che il meccanismo spesso è quello. Anche da grandi sembra che finiscano ma non finiscono e il bello è che hai la possibilità di recuperarle e di farle ripartire perché comunque riguardano il presente, non un passato dal quale c’è quello scarto di anni che non ti permette di tornare a fare esplodere i palloni di plastica riempiendoli d’alcol. Alcune cose da grande le lasci a metà e in quel momento la possibilità che succeda di nuovo qualcosa non è una consolazione. La forza la trovi se quella possibilità col tempo nella tua testa diventa una certezza. È una cosa che devi fare, ma aspetti il tempo debito. E quando riesci a farla, sei contento. I Semenzara hanno aspettato, e alla fine l’hanno fatta: bandcamp.