These Days

arancio

Nel 1998 un ragazzo all’uscita del cinema per Velvet Goldmine disse alla ragazza che era con lui “È il glam rock” e tirò fuori dalla sua borsa un quaderno o comunque qualcosa con appiccicata sopra la copertina di New York Dolls. Lei rispose con il silenzio, di assenso, dissenso oppure indifferenza, non so. È triste come alcune volte si desideri condividere un entusiasmo con qualcuno ma quel qualcuno è un muro che ci respinge.
Quella sera mi hanno portato a casa in macchina alcuni amici che ho rivisto un’altra volta in 18 anni. Di quelle conoscenze che provi a far diventare amicizie, ma sai cose dell’altro o che l’altro ha detto di te e tu hai detto cose di lui che minano il rapporto alla base, lo rendono impossibile perché non si condividono i fondamentali. Le opinioni le fai passare attraverso un’altra persona perché non hai il coraggio o non vuoi essere così cattivo, ma rimangono vere. Io avevo una ragazza, loro erano suoi amici, così successe che c’abbiamo provato ed è stato uno di quei piccoli fallimenti inutili, che non lasciano traccia e che ti vengono in mente solo se succede qualcosa.
Settimana scorsa è morto David Bowie: questa è la cosa che mi ha ricordato quella sera al cinema. La sua carriera non è di sicuro quello che si può dire un fallimento ed è strano come tra le tante cose belle che avrebbero potuto venirmi in mente prima di questa (per esempio, quel pomeriggio in cui ho comprato Diamond Dogs perché la sera sarei andato a fare il dj per la prima volta in vita mia) io mi sia ricordato proprio quella sera del cinema, cioè un episodio della storia di un fallimento.
Il mio principale seller di dischi dice sempre che si pronuncia BOwie e non BAwie. A tal proposito ci sono pareri discordanti tra gli esperti. Io non lo so se si dice in un modo o nell’altro, ma con la O mi sembra di marcare di più il suo lato dark, con la A quello più luminoso. Uno non esclude l’altro eccetera, ma i miei ricordi me la raccontano così: quando penso al pomeriggio in cui ho comprato Diamond Dogs mi viene da dire Bawie, quando penso a quella sera al cinema, invece, Bowie. Sono ambigui, come lo era lui.

Sono stati assegnati i Golden Globes e annunciate le candidature agli Oscar. Di Caprio ha vinto il GG per Revenant e il giorno dopo è morto David Bowie. Naturalmente Di Caprio è stato sfigato perché una volta che vince un premio muore David Bowie, come se non avesse mai vinto un GG e come se (se avesse recitato in modo davvero memorabile) non ci sarebbe stato chi l’avrebbe urlato ai 4 venti in modo abbastanza convincente. Di Caprio recita sempre allo stesso modo, si arrabbia allo stesso modo, ride allo stesso modo, ride allo stesso modo, e non c’è nessuno che esca veramente eccitato per la sua prestazione dai suoi film.

Passo agli Oscar.

[SPOILERS]:

Ashby è il mio film preferito del 2015. È di un tale Tony McNamara e non è candidato a niente agli Oscar. Dentro a Ashby c’è il sussidiario dell’iconografia adolescenziale (e anche immediatamente post) degli ultimi anni: Emma Roberts, Scream Queens n.1, e Nat Wolf della Città di carta. In più, c’è il cimelio peggio conservato e restaurato della storia del cinema, ma attore di grande cuore: Mickey Rourke. Il nuovo e il vecchio. A confronto. Da questo confronto escono fuori i momenti più duri e quelli più divertenti. E anche i dialoghi migliori. A proposito, la prima parte ha dialoghi dritti al punto, la seconda è corrotta, causa un Ashby talmente rammollito da guardare il cielo per farsi perdonare. Costretto da una sceneggiatura a quel punto della storia poco coraggiosa, prima che i sicari dei suoi nemici gli sparino in testa, vuole chiedere a Dio di accoglierlo in Paradiso. La scelta azzoppa sul finale un personaggio che avrebbe potuto essere più prevedibile, o forse meno – non so, non è questo il punto – ma sicuramente sarebbe stato più interessante da osservare mentre mette in atto la sua idea di vendetta. Si vede lontano un miglio che Ashby, se dovesse essere sincero e non dovesse accontentare un certo tipo di pubblico, non si metterebbe mai in ginocchio. L’unica cosa che vuole è chiudere i conti in terra, fare pace per quanto possibile col passato e non apparire uno stronzo totale agli amici. Non m’interessa la sua conversione, o che mi dimostri che una persona può cambiare, anche solo per fare un favore agli altri, m’interessa di più che rimanga un personaggio credibile.
Al di là di questo, è il film per cui combatterei se fossi in giuria, perché è pieno di conflitto e di persone e cose diverse messe a confronto: il vecchio e il giovane, la mamma e il figlio, i secchioni e gli sportivoni, un uomo e il suo passato. Da questi conflitti nascono situazioni sempre verosimili, risolte con sincerità. Ma agli Oscar non ha ricevuto neanche una nomination. Allora Joy diventa il mio film preferito di quest’anno. È la storia di quella (interpretata da Jennifer Lawrence) che hai inventato il mocio. Non l’Hula hoop, il Mocio. Lui, che compare solo a un certo punto, è Bradley Cooper. Quando s’incontrano la prima volta in questo film sono ancora così affiatati dai tempi di Il lato positivo che uno ha la giacca a scacchi, l’altra la camicia a scacchi. Considerazioni sparse sul film scritte sul finale e appena finito di vederlo potrebbero essere: c’è un poi è tutti sono alla ricerca di un poi. In mezzo ci sono contratti e soldi, è un casino. Il mondo non è fatto solo per quello in cui speriamo noi. Cambiamo le cose facendo cose ed è un bene. Non ci riusciamo del tutto e diventa improvvisamente un male. Non so se l’espressione di insoddisfazione della Lawrence nel finale è un errore o un segnale del fatto che le persone che ci sono più vicine possono rovinare tutto se vogliono, perché conoscono i nostri punti deboli, e generare insoddisfazione dove per l’insoddisfazione potenzialmente non ci sarebbe spazio. Il regista è David O. Russel, quello di The Fighter e American Husstle, il primo eccezionale il secondo così così, ma sempre con sceneggiature rocciosissime.

Sempre preferito Davoli a Citti. Sorriso più sincero.

Idaho. Questa settimana oltre a David Bowie (e Alan Rickman) è morto anche John Berry, chitarrista fuoriuscito e fondatore degli Idaho, una band slow grunge core degli anni novanta poco conosciuta ma molto stimata. Della sua morte l’ho saputo da un amico che l’ha saputo da un amico che l’ha twittato taggando un altro amico. La morte corre veloce adesso, non come la musica dentro al primo album degli Idaho, Year After Year, che è lentissimo, cosa che effettivamente ci si aspetta da un gruppo che fa slow core, e distorto in modo arrendevole – e questo lo rende grunge. Gli Idaho erano a volte meglio dei Red House Painters ma erano inferiori totalmente ai Codeine. Influenzati da quei due gruppi, nel periodo in cui dovevano scriverle (’93-’96) hanno scritto canzoni come dovevano scriverle: lente e accorate. Jeff Martin canta con la stessa flemma di Mark Kozelek e un po’ più strascicato di Immerwaaahhrrhr. In alcuni momenti gli Idaho ricordano i Lemonheads post Ray. C’è effettivamente qualcosa di poco peculiare ma comunque molto attraente in loro.
The Broadcast of Disease è una raccolta di canzoni registrate da Martin e Berry negli anni del liceo e pubblicate alla fine del 2015, poche settimane fa e poche settimane prima che John Berry morisse. Con gli Idaho ha fatto un ep e il primo disco (Year After Year, 1993) poi se n’è andato dal gruppo ma ha continuato a sproducchicchiare qualcosa con Martin. Era il figlio di un attore di Hollywood e di Jackie Joseph, la Audrey della Piccola bottega degli orrori. Dicono che sia morto mentre dormiva, nel suo letto. Visto da qui mi è sempre sembrato uno svogliato. Non ho trovato fonti che dicessero esplicitamente che si drogava. Scaruffi parla di “vizietto”. Io gli Idaho li ho conosciuti dopo il suo abbandono e non ho ricordi particolari da raccontare. La sua storia non è una gran storia, la sua band non è una grande band ma ci ha lasciato un discone con dei pezzoni, come questo.

Alla maggior parte delle persone con cui ho a che fare la maggior parte del giorno fa cagare la musica che ascolto

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Pensavo a cosa faccio nella mia giornata tipo, cosa cioè tornerò a fare da dopo domani. Per sommi capi: vado al lavoro per le 8:30, esco alle 17:30 (un’ora di pausa pranzo) e vado quasi sempre a fare un salto nel negozio della mia ragazza. “Cosa mangiamo stasera?” è la mia domanda preferita a quel punto e mi organizzo di conseguenza in base alla risposta e a quello che decidiamo dopo un tavolino estremamente rapido di consultazioni. Insomma, vado a procacciare. Dopo cena faccio quello che fanno tutte le persone del mondo che occupano il loro tempo libero con musica, film, serie tv, libri. Chi ha detto sesso? Qualcuno ha detto sesso. Vado a dormire a orari variabili.
La conclusione è che passo la maggior parte del mio tempo al lavoro, come molti. Lo passo vicino a persone molto diverse da me, con cui in linea di massima sto solo per lavorare e i cui gusti musicali sono molto diversi dai miei. Non tutti ascoltano la stessa cosa, c’è varietà (mi perdoneranno).

C’è Alessio, in botta col folk indie depresso indie folk da anni, uno dei nomi che gli ho sentito nominare più spesso è William Fitzsimmons, forse in gara solo con Bob Dylan e “felliniano”. Non credo pensi ci sia una differenza tra indie-lo pseudo genere e la musica indipendente. Alcune volte (mi pare 3) mi ha detto che non capisco un cazzo di musica e, bisogna ammetterlo, è stato il più sincero.

Marco è quello che ogni volta che si parla di musica ci tiene moltissimo a sottolineare che lui è “mainstream”, che non ha voglia di solfe, che ascolta la roba che gli casca addosso e non ha bisogno di cercare quella che gli piace. L’atteggiamento è sacrosanto, i suoi interessi principali sono altri. Scrive anche sulla rubrica di musica e spettacoli di un giornale locale. Si fa i concerti, quelli grossi, gratis. Ogni tanto ho cercato di strappargli un biglietto ma la sua etica deontologica è immarcescibile. In opposto a lui che “è mainstream”, e gli piacciono – senza nessun problema etico – Jovanotti e Samuele Bersani, ci sono io che sono “alternative” o all’occorrenza “indie”, senza alcuna distinzione tra i due termini. Non lo dice in modo offensivo, ma con quel tono un po’ canzonatorio, col sorrisino, che gli bloccheresti la macchina con le ganasce e lo faresti tornare a casa di sera a piedi col freddo a gennaio. Ma poi lasci perdere, e aspetti la prossima volta.

Mauro. Mauro è uno che quando gli ho detto che stavo ascoltando un disco rap – non ho detto hip hop per sicurezza – ha risposto “ma il rap qual è? quello che fa così?” e si è messo a urlare Yo Yo Yo davanti al computer alzando i piedi come una scimmia. Più o meno mi guarda sempre con velato disprezzo quando gli dico che vado o sono andato a un concerto, quella volta che sono stato in ferie due giorni (dico, due: venerdì e lunedì) per andare all’ATP poi mi sono ammalato ha goduto come una scimmia, ancora. Incuriosito da tutto questo scimmiottarmi, una volta gli ho chiesto quale musica gli piacesse di grazia, lui mi ha risposto: “l’ultimo cd che mi è piaciuto è stato quello di Jarabedepalo, Depende”. Ho lasciato perdere immediatamente.

Ce ne sono altri, uno ascolta il metal, l’altra il prog e indossa una tshirt con una volpe che ulula, l’altro gli Zen Circus o il Teatro degli orrori e con loro non parlo mai di musica, per quanto avrebbe senso farlo. Oh beh, sarei più a mio agio a parlare di Rihanna, che mi piace molto di più.

Poi c’è un altro, non mi ricordo come si chiama perché c’ho avuto a che fare poco (so solo che scopa molto), che una volta, prendendo spunto mentre passava per il corridoio da una discussione sulla crisi di WIRED ha detto: “Il RollingStone ultimamente è cambiato, proprio la qualità delle recensioni non è più quella di due o tre anni fa!”.

C’è anche quello che abita e ha sempre abitato vicino a Riccione ed è cresciuto a pane e collina delle disco. Si chiama Alessandro. Per quanto possa sembrare molto strano a me – e per quanto lo guardi e intanto mi crescano le croste nelle orecchie quando mi dice queste cose – la notte al Cocoricò, al Byblos o simili e rispettivi AFTER rappresentano la normalità per lui, l’abitudine. La sua cultura. Quando mi ha parlato di cultura sono svenuto ma poi col tempo mi sono ammorbidito. E per ammorbidirmi mi sono state utili altre testimonianze di altri amici fidati, che mi hanno descritto la PIRAMIDE UMANA del Cocco come uno spettacolo fantasmagorico, ultraumano, superdivino. Continuo a non capire, anche perché non ho mai messo il naso dentro a quelle disco, ma prendo atto. Quello di cui non riesco a prendere atto e ad accettare è la droga che ci gira. A proposito di stupefacenti e tornando alle notti del mio amico, molto alcol e no droga sintetica, dice lui, e io ci credo perché mi sembra piuttosto lucido. Adesso ha rallentato il ritmo perché ha superato i trenta da un po’. Ascolta anche il rock, anzi ascolta soprattutto rock, se non ho capito male la trance la riserva alle seratine. Con lui parlo di musica molto di più che con tutti gli altri. Succede una cosa strana per la quale continuo a stupirmi anche se non è la prima volta che mi capita. Siamo cresciuti in ambienti musicali diversi e abbiamo gusti musicali diversi anche quando siamo più o meno sullo stesso terreno più o meno (io gli ho proposto Caso, lui mi ha risposto Mannarino) ma ci capiamo abbastanza bene. Capirsi in questo caso vuol dire capire che un gruppo o un cantante possa piacerti da mandarti fuori di testa, o che una discussione sulla musica possa andare oltre a categorie già decise e che possono avere poca adesione con la realtà delle cose che escono. Siamo arrivati a parlare addirittura di Calcutta. Capirai, ne parlano anche al TG tra un po’.
Mi provoca un po’ di disagio tutto questo capirsi tra noi due ma devo scendere a patti con la realtà, perché mi succedeva anche con il mio amico Maco, 20 anni fa. Era così tanto mio amico che è quello da cui sono andato quando sono scappato di casa. Scappato non vuol dire che ho fatto finta per mesi di andare a scuola e poi arrivato a fine anno al momento di dare l’esame sono fuggito con la macchina di mio babbo e sono andato a fare il cuoco in Spagna. Una volta era una chicca, adesso magari è una cosa che si fa, ma il primo che l’ha fatto è stato Made (mi perdonerà anche lui), uno splendido ragazzo della mia città che vantava il record, e condivideva la conseguente felicità, di aver provato tutte le droghe ma non esserci rimasto. Scappato per me non significa eguagliare Made appunto, ma aver fatto due passi fino allo stadio ed essermi rifugiato a casa di Maco perché un giorno mio babbo era molto incazzato con me perché avevo chiuso da dentro la porta della cantina, dove trascorrevo la maggior parte del mio tempo per lo più a suonare in modo imperdonabile la batteria. Chiudere da dentro non è sicuro, diceva, e aveva ragione. Ma io scappai. E andai da Maco. Ascoltava la Commerciale, che era il nome che si usava allora per indicare la musica dance pop come gli Snap. Ma anche Albertino e Fargetta. Tutta roba che mi faceva vomitare, ma con lui parlavo molto di musica ed eravamo molto amici. Ci capivamo, anche se a lui i Nirvana facevano cagare. Terrore.

A volte le persone con cui ti aspetteresti di parlare di più alla fine hanno solo delle cose in comune con te e non c’è troppo dialogo. Questo rende più difficili le cose. Voglio dire, sarebbe tutto più facile se potessimo parlare solo con quelli che hanno più cose in comune con noi. E invece no, perché a volte c’è la musica ma non c’è abbastanza simpatia o c’è proprio antipatia tra le persone e in questo caso la musica basta a ciascuna persona ma non è sufficiente ad avvicinarne due. Non è necessario che lo faccia, perché prima di tutto deve piacere a me, e non si può fingere su questo per secondi fini, ma se è in grado di farlo può creare amicizie forti. Se siamo amici scorretti, l’amicizia non si recupera; se troviamo da dire per un disco, la volta dopo chi se ne frega. Alcune opinioni sulla musica mi fanno girare le palle ma non compromettono altro.

La considerazione che uno ha della musica che ascolta un altro e che è diversa da quella che ascolta uno è direttamente proporzionale alla grandezza del suo cervello musicale. Ho molti amici che ascoltano Jovanotti ma per questo non li disprezzo, faccio solo molta fatica, ma reagisco solo se stuzzicato. Io disprezzo profondamente il fatto che abbiano quel gusto musicale ma capisco benissimo che non posso rompergli molto il cazzo per questo motivo, solo un po’, anche se vorrei tanto romperglielo molto. Con le persone che conosco meno (alcuni colleghi) non ho così tanta confidenza e reagisco ancora meno. I colleghi, invece, reagiscono di più di me, anche se dovrebbero secondo me fare il mio stesso sforzo. Oppure, appena reagisco, una volta che dico che non ha nessun senso ascoltare il Costello di adesso perché è bollito, non dovrebbero dirmi immediatamente “ooo fighetto indie”. E, ancora, la maggior parte dei colleghi con cui ho a che fare non crede che la musica che gli piace (solo quella, non la musica come macrocategoria, ma anche quella che gli piace un botto) possa essere una cosa cui valga la pena concedere più di qualche minuto al giorno, o un concerto in più all’anno, non gli interessa, o comunque non la vede come una cosa per cui, non so, riesce ad arrivare alla fine della giornata solo perché c’è un concerto a cui andare stasera. E sfottono quelli che invece lo credono. 
Quelli che ascoltano la musica meno di nicchia (dico così per dare una definizione quasi adatta sia a Mannarino sia a Jova sia a William Fitzsimmons) si prendono delle libertà – che io non mi prendo ma dovrei farlo – perché la musica che piace a loro ha più riconoscimento. Alcuni pensano che cercare nuove robe e ascoltare cose di cui non tutto il mondo parla (mi riferisco a gruppi indipendenti) sia qualcosa per cui si può prendere per il culo una persona che lo fa. Perché tanto è roba inferiore, gruppi piccoli, che non hanno successo, e se non hanno successo almeno un po’ (non dico tutti come il Jova, un po’) non valgono niente. Quest’ultima è la cosa che mi fa più incazzare, perché è sinonimo di chiusura. Uno può ascoltare musica indipendente e indie e mainstream, quello che gli piace. Non c’è conflitto o contraddizione in questa cosa. E non c’è un vincitore e un vinto tra chi ha gusti diversi.

Comunque, voglio molto bene a tutti i miei colleghi.

IO E LA TIGRE: 10 E 9

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10 e 9 di IO E LA TIGRE è uscito il 10 dicembre, dopo la festa della Madonna. In quel momento è già fine dell’anno e tutti, anche i veri addetti ai lavori, sono in vena di bilanci conclusivi e magari rimandano l’ascolto di cose perché sono presi da altro. Non so se fare uscire un disco in quel periodo sia una buona idea – evitando l’affollamento dell’inizio dell’anno – o se sia meglio aspettare l’anno nuovo per dare l’album in pasto a gente che ha voglia di sentire roba nuova ed è meno concentrata sull’anno appena trascorso, comunque io non ho ascoltato 10 e 9 subito come avrei voluto perché stavo ascoltando altro. Prima del loro ep del 2014 avevo visto il video di il lago dei ciliegi e non mi era piaciuto. Quando è uscito l’ep ci sono andato sotto. 10 e 9 non mi ha deluso ma, primo, non mi ha trascinato subito nel vortice del sentilo-risentilo-sentilo di nuovo e, secondo, ho dato precedenza ad altre cose. Mettevo nelle cuffie e lui andava senza troppi problemi. Più tempo, dato dalla somma dei giorni post-classifica 2015 (l’ABBIAMO fatta anche NOI, non è una cosa universale e che indica i destini della musica per l’anno a venire però non è male) più i primi giorni dell’anno nuovo, mi è servito per capire meglio cosa ne pensavo. 10 e 9 mi ha fatto venire in mente alcune cose, che ho messo insieme qui sotto.

La prima cosa non è legata a nessuna canzone in particolare, le altre si. 

In ufficio succede anche che parliamo di musica e molto spesso i colleghi a un certo punto del discorso mi ricordano che la musica che ascolto fa schifo. Per esempio, Io e la Tigre sono ufficialmente “le galline strozzate”. E tutti giù a ridere. Proprio la persona che mi ha parlato di loro ancora quando non le conoscevo è uno di quelli che ride di più. Il mio ufficio è un posto in cui le persone non si fanno scrupoli a contraddire quello che hanno detto la settimana prima, non perché hanno cambiato idea, ma solo perché ritengono giusto infoltire la consistenza della maggioranza. Li vorrei uccidere. È andata più o meno così:

“Conosci le Io e la Tigre?”
“C’mon Tigre? Si.”
“IO E LA TIGRE.”
“Ah, no.”
“Sono di Gambettola!”
“Ah, ok.”

Questa la volta che me ne ha parlato. Dopo un po’ di tempo ho scritto una cosa su Io e la tigre. Lì per lì il collega mi disse di aver visto la recensione “del gruppo che ti ho passato io”. Poi, parlando con gli altri, era diventato “l’articolo su uno di quei gruppi che piacciono a te, sulle galline strozzate”. Questa cosa mi è venuta in mente regolarmente ogni volta che le ho viste dal vivo, cioè almeno quattro volte nel corso del tour per l’ep. Il mio collega non c’era mai, per cui magari davvero alla fine non gli interessano più di tanto. Sospetto che prima di sputtanarsi gli piacesse l’idea che fossero delle nostre parti, ma in fondo non gliene fregava un cazzo. In effetti le avrà ascoltate una mezza volta. Ecco, questa è un’altra cosa che non sopporto. Farsi piacere musica perché viene da vicino a casa tua è un atteggiamento falso. Credo che sia una forma di egoismo: c’è questo gruppo della mia città e io mi sento figo per questo motivo e proprio perché mi fa sentire figo, mi piace. Mio nonno mi diceva che dovevo mangiare le pesche della nostra terra e io obbedivo. Potevo, in futuro, 1) averne la nausea 2) diventarne goloso. Sono diventato goloso, è stato facile. Non mangiavo pesche perché ero della terra in cui crescevano, ma perché mi piacevano da morire. E mio nonno me le dava perché erano prodotti della nostra terra che mi facevano bene, non perché era figo. Fossi stato in Piemonte mi avrebbe dato altro, certo.
Però capitava anche la pesca cattiva. Io la sputavo sul piatto. Mio nonno non mi sgridava: capiva. Sapeva che ci sono anche quelle che non sanno di niente. Questo per dire che ci possono essere gruppi di merda anche nella mia città o in zona e supportarli perché sono delle mie parti non ha senso: so che musica fanno, li ho ascoltati, non mi piacciono. Dire che mi piacciono per motivi diversi rispetto alla musica che fanno non ha senso.

La seconda cosa è legata a “Io e il mio cane”

La quarta volta che ho visto IO E LA TIGRE dal vivo è stata a Bellaria, al Beky Bay, un posto sulla spiaggia in cui non sarei mai tornato se non fosse stato per loro. Il lungo mare di Bellaria è un senso unico lunghissimo, se ci finisci dentro troppo presto sei morto. Io quella sera ci sono cascato, nonostante non fosse proprio la prima volta che c’andavo: ho girato intorno come un cretino non beccando mai la strada giusta, sempre troppo presto, sempre più vicino ma mai abbastanza. Questo per un po’, cioè fino a quando il navigatore è rimasto dell’idea che non era il caso di funzionare. Poi ho ritrovato il Beky Bay con molta facilità.
Ho parcheggiato oltre la ferrovia, che più o meno costeggia il mare. Mentre andavo verso la spiaggia ho incrociato un cane uguale identico al mio primo cane, Doghi. Gli mancava solo la macchia marrone sul culo.
Doghi è il cane più punk che io abbia mai conosciuto. Alcune volte non ci stava dentro dalla voglia di giocare e chiunque entrasse dal cancello lo azzannava per il cavallo dei pantaloni. Se per caso la vittima riusciva ancora a muoversi e conosceva il trucco, c’era solo un modo per fermarlo: sputare per terra. Doghi impazziva per quella cosa: mollava la presa e si buttava a leccare lo sputo. Li leccava tutti, anche certi gavettoni del mio vicino di casa che a 16 anni era già alto uno e novanta, e anche quelli del mio compagno di classe con i denti marci.
Di notte, o di mattina presto, Doghi amava fare un giro. Aveva imparato a scavare sotto la rete del giardino, e a trovare alternative ai nostri inutili rattoppi, e scappava sempre. Andava a fare all’amore, oppure a cercare altro cibo. Vicino a casa nostra c’era un piccolo alimentari, e relativa cella frigorifera in uno scantinato sul retro, con accesso dalla strada. Dentro ci tenevano prosciutto e affettati vari, ma soprattuto prosciutto, il prodotto per cui erano rinomati. Doghi lo sapeva e una mattina ha sceso le scale, si è mangiato un San Daniele intero ed è tornato a casa passando dal buco sotto la rete. Si è messo sotto il suo albero preferito a leccarsi i baffi, sicuro di non essere stato seguito. Ma qualcuno l’aveva visto. L’uomo del generi alimentari si è presentato al nostro campanello. Non rideva neanche un po’. Noi invece ridevamo. Ma alla fine mio babbo gli ha pagato il prosciutto e gli è toccato anche stare zitto.
Con il passare del tempo, Doghi non riusciva più a scavare. Non aveva più tanta energia. Quindi tentava di scavalcare il muretto ma s’incastrava le palle e dopo un po’ si e reso conto che non ne valeva la pena. È morto di vecchiaia. Dopo un po’ abbiamo preso un altro cane ma non è mai stata la stessa cosa.

La terza: “Tu non sei il mio ex”

Comunque quella sera a Bellaria sono arrivato in tempo al concerto. Era l’ultimo che avrebbero fatto dalle nostre parti prima di una pausa. Come quasi sempre, hanno suonato Tu non sei un mio ex, che poi è finita nel disco nuovo. Era la canzone che mi piaceva meno dal vivo, adesso è una delle migliori del disco. Mi piace molto il ritornello in cui sbagliano gli accenti degli infiniti perché altrimenti non stanno nella metrica e dicono “non prendérmi” e “non credére”. Tu non sei un mio ex è il corto circuito delle cose sensate, la mancanza (a volte) di un legame logico tra le cose che ci fanno stare in piedi e sopravvivere.

“Lei sa”

Per quanto rispetto all’ep ci sia un maggior controllo della voce, il che la rende meno immediata, quello che mi piace sempre del modo di cantare e suonare la chitarra di Aurora è che quando urla non fa sempre lo stesso urlo e quando sussurra o comunque tiene la voce più bassa non ha sempre lo stesso modo di farlo. È anche per questo che è diversa da Maria Antonietta. Il paragone con M.A. (su cui alcuni insistono: per esempio qui) serve soprattutto per semplificare le cose e rimpinzare il pentolone del rock femminile di un certo tipo, quello al quale si appioppa l’appellativo di punk, urlante e distorto alla maniera delle streghe. Significa ricondurre tutto a uno stesso discorso. Ma in 10 e 9, Lei sa parla a un’amica (la Tigre, lo dice il testo esplicitamente) e M-A- un’amica nel gruppo con cui condividere quelle cose non ce l’ha: una qualsiasi canzone che MA ha scritto per un’amica – di cui io posso non essermi accorto – non può avere lo stesso stesso taglio. MA parla di incazzature, di cose di cui non gliene frega niente, di abbracci, di un tu che non sappiamo chi sia, e filosofeggia sulla verità e sulla purezza. Non può avere la stessa forza. Una delle cose migliori di Io e la Tigre succede dal vivo: si guardano, non per forza prima di attaccare a suonare, ma si guardano e parlano. Se si lasciassero andare sarebbe la fine del concerto e l’inizio di un salottino, ma non lo fanno. Si dicono cose, che riguardano più o meno le canzoni, e il concerto diventa famigliare. Ricondurle a Maria Antonietta è un modo per dire voleseme bene, uniformiamo i nostri argomenti, parliamo tutti della stessa cosa, tutti nello stesso spazio, riconduciamo tutto a determinati cliché, in modo che non ci siano incomprensioni. È sbagliato e mi ha ricordato una cena organizzata per tutti i mille parenti della mia fidanzata. La tavolata era lunga, io capitai di fronte allo zio, fan sfegatato di Valentino Rossi. Lui e mio cognato parlavano di corse, di dettagli tecnici, lo zio cercava di coinvolgermi ma io non sapevo davvero cosa dire, era chiaro. Lui aveva carpito il mio totale disinteresse e la mia ignoranza e, già deluso dal nuovo entrato in famiglia (io), mi disse: “Dai, ma come?! Non ti interessi ai nostri argomenti? Cosa ti piace se non ti piacciono le moto?”. Era sbagliato il fatto che non mi interessassero perché per questo motivo non c’era un terreno comune in cui interagire. Dovevamo per forza trovare un terreno comune per parlare, anche se il terreno comune non esisteva. Non è necessario trovare un minimo comune denominatore per parlare delle cose ma si devono prendere in considerazione le differenze.
Io e la Tigre sono diverse da M-A perché hanno cose che lei non ha. Non sentite come sono prodottissime tutte le cose sull’ultimo disco di Maria Antonietta? Tutto: la voce, la chitarra, la batteria. La chitarra e la batteria di Io e la Tigre sono l’opposto e sono minimali e deraglianti (ho trovato questi due aggettivi su My Tunes di Blatto, lui parla di altro ma li ho rubati perchè ho pensato che qui fossero perfetti). 10 e 9 non ha perso la grattugia chitarra e batteria secche che aveva l’ep. Ce l’ha solo diversa, meno tagliente, più rotonda, è come se invece del taglio per fare il formaggio in polvere usassimo quello che fa le scaglie. Ed è tutto ancora più minimale e deragliante rispetto all’ep. Visto che li ho copiati, forse è il caso di spiegarli questi due aggettivi. Minimale perché – non capisco niente di missaggio ma – una delle caratteristiche che rendono più immediato 10 e 9 sta nell’aggiungere strumenti senza ricorrere a troppe cose insieme, nel parlare con pochi mezzi, quelli giusti quando servono. Deragliante perché ci sono alcuni momenti in cui il ritmo sembra perdere la battuta (RevolverNon hai vinto tu) ma non lo fa. Non insiste su questo modo di suonare, non è una sua caratteristica, si tratta solo di alcuni episodi. È una cosa buona.

Rispetto all’ep, 10 e 9 ha ritmi diversi (Lui sta sognando), cori divertenti (Lentamente) e cimbali, ma non cambia l’idea di fondo. Suoni e ritmi punk rock si alternano a ballate, con arrangiamenti semplici ma efficaci e dritti al punto, senza bisogno di richiamare sonorità lontane, atmosfere o riferimenti nobilitanti. Ho sentito dire alcune volte che la chitarra fa cose troppo semplici e che loro fanno del punkrockettino. Io e la Tigre sono la dimostrazione del fatto che per far passare un significato non serve ricorrere a strutture complesse e ricercate ma che bastano una chitarra e una batteria che ci mena dietro. Non è un idea nuova ma nel loro caso funziona e se funziona non è necessario che sia nuova.
Loro comunque fanno di più. Asciugano ancora di più il suono, non avendo il basso. Si sente, suonano così, dal vivo e su disco. E questo accentua ancora di più la loro capacità di focalizzare quello che serve ed escludere quello che non serve per dire quello che si vuole dire. Sempre a proposito delle nostre zone, ci sono gruppi che fanno il contrario e non funziona. Opez e Sacri Cuori sono di sicuro tecnicamente superiori ma la musica che fanno è il risultato di riferimenti precisi (paisley underground, tex mex, Tarantino) presi, usati e goduti indirettamente, perché fanno riferimento a un immaginario che non gli appartiene davvero (aveva spiegato questa cosa scegliendo le parole giuste Bastonate). Sono musicisti affascinati da quell’immaginario, lo ripropongono, con una gran tecnica usata inutilmente, vanificata nel voler riproporre una cosa che non gli appartiene. A fare l’opposto ci sono queste due (Aurora e Barbara) che hanno messo 17 canzoni dentro a un disco e a un ep senza preoccuparsi troppo del fatto che la propria musica avesse i riferimenti giusti per rapire un target di interessati a un genere ma solo quelli che volevano loro (compreso un amore enorme per Cristina Dona’, niente di più anacronistico). Senza preoccuparsi che fosse musica figa o tecnica, senza mettere al centro dell’attenzione riferimenti o idoli musicali egregi per nobilitare quello che fanno. Hanno scritto le canzoni, le hanno suonate dicendo tutto quello che hanno da dire, hanno parlato di temi semplici, non di deserti, o di praterie, e non hanno evocato nessun suono di nessun dio dell’Arizona. Ma hanno fatto il culo a tutta la città di Cesena, e dintorni. E per il primo tour sono state in tutt’Italia, quindi quel che fanno è piaciuto anche in giro.

“Non hai vinto tu”

Un testo tra il dolce, il passivo, l’aggressivo e lo stronzo. Una strofa su cui ballare ancheggiando. Un ritornello con un “la la la” rassegnato prima e la rivincita dopo. Una chitarra rancida e una batteria che ogni volta mi fa sentire la fatica che fa ad arrivarci, ma ci arriva sempre e sempre più forte. È la canzone che contiene tutte le cose che mi piacciono di più di IO E LA TIGRE.