Disco Democristiano: Ha, Ha, He dei Mourn

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La prima volta che mi hanno spiegato cosa vuol dire democristiano mi hanno detto: è una parola composta da “demo” e “cristiano”, una specie di chiamata. “(‘n)demo, cristiano!”. Una battuta che negli anni 80 andava fortissimo. Me la disse mio zio, socialista deluso, poco dopo Craxi, e io ero piccolo. Negli anni a seguire i miei mi insegnarono a identificare la persona democristiana, cioè che votava la DC, come IL NEMICO. Mio babbo definiva “demucristien” chiunque avesse l’inclinazione a essere gentile con tutti ma in fondo puntasse a fare solo il proprio interesse (diverso da “sucialesta”, che era uno che divideva le cose con gli altri ma alla fine ne prendeva sempre più di tutti). Quell’avversione casalinga, che il Compromesso storico non aveva fermato realmente ma solo attenuato superficialmente, crebbe poi sempre di più in parallelo alla vergogna che su tutto il territorio nazionale si sviluppò nei confronti dello scudo crociato, nel corso degli anni 90. Vergogna come di fronte a una cosa da nascondere. Infatti, c’erano democristiani dappertutto ma erano nascosti dentro ai partiti di Berlusconi, di Prodi, e dentro alla Margherita di Rutelli. La Prima Repubblica era finita e la convivenza era diventata la norma. Non tutti presero troppo bene questa cosa, neanche gli adolescenti come me, inesperti, non ancora disillusi, cresciuti in un clima educativo separatista e, all’improvviso, con un padre che votava moderato. Non m’interessavo troppo di politica, tranne quando c’era da fare autogestione a scuola, perché era molto più importante la musica. Un giorno insieme ai miei amici scoprii che la “demo”, la cassetta su cui registravi le canzoni della tua band, era esattamente l’inizio di demo-cristiano. Com’era possibile? Ritenevamo importanti queste e altre stronzate simili. Anche in casa non avevamo la misura giusta delle cose però. E non prendevamo seriamente di essere costretti, vinti dall’affetto, a tollerare un nemico in famiglia: mia nonna materna, andreottiana di ferro, l’unica se ne fotteva veramente del Compromesso storico. Ecco, penso che quella convivenza mi abbia insegnato alcune cose, positive o negative dipende da come mi gira, ma sicuramente universali.

Se non posso fare altro che seguire regole nella maggior parte della giornata, è molto bello non seguirle quando ascolto musica. Sento quello che voglio, se mi piacciono I cani è sfiga, ma così stanno le cose. Dentro a Ha, Ha, He dei Mourn (questi, non questi) c’è tutto quello che potrei avere eventualmente voglia di riascoltare ma anche no: Pixies, Breeders (Brother Brother), Neil Young (The Unexpected), Sonic Youth, Sleater Kinney, Smiths, Joy Division. Un frullato delle solite cose. Non c’è neanche una regola che riveli come bisogna reagire di fronte a un disco-frullato, anche perché tutto è relativo, cioè per esempio quello che è solito per te non lo è per me e così via. Credo che ascoltare musica abbia ancora senso perché succede che certi dischi mi colgano ancora di sorpresa quando non credevo che avrebbero potuto, perché il giudizio sincero non è una cosa che si riesca a gestire con concetti prestabiliti. Non sono sempre i dischi della vita, ma neanche di misteriosissimi guilty pleasure di cui vergognarsi per finta. Si tratta solo di presa bene.

La presa bene è un termine ormai inflazionato ma che rende l’idea. Si può riferire a tutto, mangi una pizza? bevi un cocktail rinfrescante? Sei preso bene. Ma mentre in questi casi non c’è altro da aggiungere, la presa bene per un disco è un po’ diversa. Nasconde una specie di consapevolezza che non sia proprio il disco che passerà alla storia come SEMINALE ma esplicita un chissenefrega grosso come una casa e una gioia sincera e spontanea nell’ascoltarlo. Tra poco mi risveglierò, o forse no, ma adesso sono preso bene. È un treno in corsa e finché è così è difficile smettere. Ha senso scrivere di musica anche per la presa bene di questo tipo, una vera fonte d’ispirazione.

Ha, Ha, He non ha niente di cui mi stupisco ma l’ho addirittura scaricato e ogni volta che mi sono trovato davanti a iTunes negli ultimi mesi l’ho sempre messo su e l’ho ascoltato.

È pieno di suoni per niente fastidiosi, con gli spigoli smussati come quei sassolini che trovavo al mare sulla spiaggia, levigati dall’acqua salata, che anche se li lanciavo sui morti di sole per interrompere l’incantesimo dell’immobilità della lucertola, li svegliavo ma non li pungevo. Loro puntavano gli occhi stralunati in una direzione a caso, si giravano dall’altra parte e io me ne andavo deluso dal mio tentativo non riuscito di essere fastidioso fino in fondo. I passaggi più ripidi del disco (Storyteller, President Bullshit) sono del tutto innocui. È un disco che assimila la lezione di quei gruppi mammasantissima ma li ripulisce di qualsiasi profondità, negatività o segno di vita interiore e strizza l’occhio ai fan più esigenti, a quelli che si accontentano e a chi non li conosce. Non m’interessa che gli originali vengano svuotati, perché quegli originali rappresentano così tanto la normalità da essere presi come modelli per piacere a un pubblico più ampio possibile, e già questo significa essere stati svuotati. Svuotati una volta in più o una volta in meno non cambia nulla.

Oggi il termine “democristiano” è molto usato, a me piace molto, si usa per le persone, per dire che sono paracule, non ha per forza una connotazione politica ma è molto efficace. Si può dire anche “doroteo”, così, per variare, dalla fazione omonima della DC, quella più aperta, illuminata, pro sesso libero e anale. No scherzo, erano quelli più cattivi e invischiati negli interessi della Chiesa e degli industriali. Proprio oggi è tornata in voga (c’era già stata? boh, non so, i dirigenti dei social network dicono così) la catena dei democristiani su facebook. Lo statuto dice

L’idea è di riempire Facebook con i democristiani (magari anche di qualità). Se questo post “Ti Piace”, ti darò una lettera e il tuo compito sarà quello di pubblicare sul tuo profilo un esponente democristiano il cui cognome inizia con quella lettera, insieme a questo testo.

Ed è bellissimo, perchè fa molto ridere e vengono fuori cose come “Mi è stata assegnata la R e, scartabellando in giro, ho trovato il bel doroteo Mariano Rumor, qui ritratto al Parlamento Europeo mentre ascolta i Report dei Throbbing Gristle“.

Ne deduciamo che i Throbbling Gristle sono un gruppo democristiano, soprattutto tra l’81 e il 2006. E deduciamo anche che “democristiano” si può usare anche a proposito di un disco. Il disco dei Mourn è democristiano, un colpo di qua e uno di là, nel tentativo di non dividere e di piacere a tutti, per allargare la schiera di fan. Un democristiano è uno che sa come ottenere consenso. Cercare consenso è ok, ma alcune volte porta a scelte non condivisibili, per esempio il fatto che si finisca a suonare come tutto e come niente, per non rischiare di spingere troppo in una direzione e perdere il pubblico che va nella direzione opposta. Se i Mourn li suonano a una festa in spiaggia tutti si chiedono chi sono, però tutti li ballano.

Ha, Ha, He è uno dei tanti dischi democristiani, e di sicuro non è neanche il migliore. Un disco democristiano è per esempio Gran Prix dei Teenage Fanclub, o uno qualsiasi Franz Ferdinand, dove si appiattiscono completamente i riferimenti su un suono monotono. Non tutti i dischi pop sono democristiani, credo, perché in qualche modo a volte dividono il pubblico, al contrario di un disco DC.

Ci sono tantissimi dischi democristiani quindi, ma non è questo il punto. Il termine democristiano riferito a un disco non è ficcante come quando è riferito a una persona. Un comportamento democristiano può avere conseguenze gravi in alcuni contesti, ma un disco democristiano non può diventare una questione di vita o di morte. Quali conseguenze potrebbe avere sulla musica che verrà? Moltissime, ma non c’è nessuno che realmente ti sta ingannando, fregando, mentendo, come invece fanno le persone con un atteggiamento democristiano. Poi, posso impedire alla musica democristiana di fare parte della mia vita. Il problema, che non è un problema, nasce proprio nel momento in cui non ci riesco. A quel punto si tratta di accettare qualcosa che non mi appartiene del tutto, come se mi appartenesse, perché la voglia di ascoltare Ha Ha He viene da me. Lo faccio con serenità, ma sento che è una roba che spinge. Il titolo del disco mi ha ricordato Chris Leo che ride dentro a una canzone di cui non ricordo il titolo dei Native Nod. E qui torniamo alla presa bene.

Ha Ha He sembra un disco fighetto in realtà è roba scritta in due minuti e sembra roba fatta in due minuti in realtà dietro c’è una produzione molto attenta, che si lascia scappare solo un pezzo, Evil Dead. Roba scritta in due minuti che è anche roba super prodotta e viceversa, ma il risultato non sembra né l’una né l’altra cosa. Sulla carta, è un lavoro riuscito, perché non è che poi i Mourn volessero fare un disco con idee originali, nessuno lo voleva, nessuno se lo aspettava. Loro sono serissimi ed enfatizzano un sacco le melodie. Proprio per questo diventano divertenti e si lasciano ascoltare. E sarà che mi sto mangiando un matalone (questa l’ho scritta un mese fa almeno, nella stagione dei mataloni), e anche se sto sporcando di zucchero appiccicoso la tastiera sono contento, ma ho appena messo Ha, Ha, He in cuffia per l’ennesima volta. E sto pensando al fatto che il demo (Otitis) non era meglio, era sempre un po’ demo, ma mano christiano, suonava più sincero.

Accettare me stesso perchè ascolto a ripetizione i Mourn è una cosa buona? Cattiva? È cattiva nella misura in cui vorrei essere duro e puro. Ma mi sono reso conto di non esserlo, quindi è una cosa buona, perché è quello che mi viene spontaneo fare. Spontaneità o non spontaneità, sta di fatto che una sola è la cosa importante: anche in questo caso ho il nemico in casa e non solo lo sopporto, ma lo supporto, proprio come facevo con mia nonna.

Una domanda a gruppo. L’Italian Party 2016.

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La decisione l’ho presa col mio solito piglio deciso, si gliele mando, no non gliele mando, ma dai c’è poco tempo. All’inizio avrei voluto chiedere ai (tantissimi) lettori di neuroni di inviarmi le domande per l’Italian Party, poi le avrei girate a Luca Benni, lui le avrebbe girate ai gruppi, loro avrebbero risposto, forse. Avremmo finito a settembre. In più, non potevo sapere che domande sarebbero arrivate. E neanche quante. Ci voleva un incentivo, un regalo, una compilation, dei disegni, un gabbietto di fichi direttamente a casa. Difficile. Niente, no, non era una buona idea. C’è un articolo su Prismo che parla di farla finita col mito dell’autore. Io lì volevo arrivare. La prossima volta mi sveglio prima. Per questa volta, abbiamo fatto in un altro modo: ho mandato le domande a Luca Benni, lui le ha messe in un gruppo segreto di Facebook, tutti hanno risposto.
Contemporaneamente, si avvicinava il matrimonio di un mio amico, il 6 agosto. Se ne parlava con gli amici, naturalmente abbiamo fatto il gruppo su whatsapp “Addio al celibato di Gino”, il gruppo più inutile della storia, in cui per circa due mesi c’era solo un messaggio: “Dobbiamo decidere cosa fare”, e poi il silenzio. Non avevamo deciso neanche se fare qualcosa. Finchè non è arrivato Diego, aggiunto all’ultimo perché usa solo Telegram lui, ha messo lì un link a una compilation, questa, e ha scritto: “no io volevo dire solo una cosa… il Gino dei tempi d’oro era tutto concerti ballo e stage diving, quindi per me la miglior soluzione è andare tutti all’Italian Party per fargli fare crowd surfing coi Riviera”. Tutti d’accordo, sembra. Non facciamo chissà che agli addiii ai celibati, non siamo molesti, non ci ubriachiamo neanche, l’ultima volta abbiamo mangiato in un ristorante ad Ardiano di Montecudruzzo, poi siamo tornati a valle in un locale a Cesena. Era chiuso. Dove andiamo adesso? A casa. La volta prima eravamo in un ristorante brasiliano. In un ristorante brasiliano. La ballerina ha sgridato lo sposo perché non sapeva ballare, lo sposo si è rifugiato in una ventenne che voleva andare con lui al Rock Island in bici. Dopo un minuto in piedi sul portapacchi è sceso ed è tornato indietro.
Ogni volta che ci capita siamo in difficoltà, prima e durante, andiamo in cresi. Però questa volta addio al celibato all’Italian Party suona bene. Il cuore oltre l’ostacolo. Non so ancora se succederà davvero, l’incertezza ci governa, per ora però ecco le domande ai gruppi che suonano, una per gruppo.

(Delta Sleep)
Dopo la BrExit, ho letto che potrebbero cambiare alcune cose per i gruppi del Regno Unito che vogliono suonare nei paesi dell’UE. Una complicazione potrebbe essere l’aumento del costo di trasporto degli strumenti, o il visto obbligatorio. Sapete qualcosa di più preciso? Fino a che punto per voi queste conseguenze potrebbero rappresentare un problema? 
Grazie Luca! Yes that is a dark consequence of the shitty predicament of our country. But I don’t think those laws will come into action anytime soon. Maybe in a couple of years we’ll start seeing that. But for now… FACIAMO FESTA TUTTO INSIEME BITCHES!!!

(Giona
“Per tutti i giovani tristi” è molto più diretto rispetto ai dischi di L’Amo, che per alcune scelte erano più coraggiosi. Ti ho sempre visto come uno scrittore per niente circoscrivibile. Da questo punto di vista, mi sembra che il disco di Giona prenda un’altra direzione: ha un mondo preciso di riferimento, la new wave punk, ed è quindi più monotono nella scrittura e nel suono. È l’adeguamento a un genere o lo sviluppo dell’esperienza precedente con L’Amo?
Hey, mi hai fatto ragionare su una cosa su cui non mi ero mai soffermato. Credo che alla base della mia musica, della mia grammatica, ci sia la musica con cui sono cresciuto e che alla fine è rimasta. La New Wave/Post-Punk c’è sempre stata, c’è e credo che sempre ci sarà, mentre tutto il resto delle cose a cui m’interessavo fino a un paio d’anni fa, ora, non ci sono più. Insomma, se prima potevo passare da un disco Dark Ambient a uno Screamo, giusto per usare dell’etichette, oggi, piuttosto che cambiare disco, riascolto la discografia dei Vaselines. Forse questa cosa è strettamente connessa all’invecchiare, alla mia minore curiosità per tutto, anche per la musica, che si riflette nella pratica con il riascolto dei miei dischi preferiti in Mono, anziché seguire le nuove uscite. E’ un po’ brutto ammetterselo, ma non sono affascinato né dalla sola sostanza, né dalla sola forma, ma dalla sostanza dalle forme perfette, da quei personaggi che per tutta la vita hanno investigato la stessa sostanza, fino a esprimerla con la forma migliore. Il prossimo disco, soprattutto grazie alla presenza di Michele e di Nasty, ci stiamo lavorando assieme e siamo a un buon punto, sarà meno un blocco granitico di reverberi – che comunque ci saranno! – e più un prisma di melodie Pop. O almeno di quello che noi intendiamo per Pop.

(Dags!)
Associo l’emo a un periodo preciso della mia vita, passato da qualche anno. È come se il vostro disco nuovo guardasse a quel passato come a una stagione finita ma che avete dentro. Suona come l’età adulta del genere, rimanendogli fedele. I testi sembrano indicare una consapevolezza della fine, ma siete totalmente dentro al genere musicale. È plausibile o sono fuori strada?
La risposta è chiaramente nella domanda, e in un certo senso possiamo essere d’accordo, ma è tutto molto meno “calcolato” di come suggerisci tu; fondamentalmente cerchiamo di suonare quello che ci piace, senza dare particolare importanza ai canoni del genere.
Siamo un gruppo piccolo che vive di situazioni piccole, le spinte e le “pressioni” albergano solamente in saletta dove cerchiamo di migliorare di prova in prova con l’obiettivo di spingerci sempre un passo più in là, sia a livello compositivo che sul mappamondo.
Credo sia, di fatto, un approccio sano alla musica in cui si da maggiore rilevanza al piacere di suonare, senza dover a tutti i costi sentire il bisogno di fare un disco di genere con la speranza che venga accettato per questo.
Che il nostro poi sia un disco di genere o meno sta più a voi che a noi giudicarlo, dal nostro punto di vista la cosa bella resta esplorare, inciampare e costruire un po’ alla volta, partendo da punti anche inaspettati attraverso un iter esplorativo e compositivo che si autoalimenta; quello che è certo è che non ci sforzeremo di scostarci da quello che ci viene naturale fare per sentirci o non sentirci dentro a una storia già scritta.

(Labradors)
Adesso, quando ascolto “The Great Maybe”, lo trovo un po’ malinconico. All’inizio non era così, ho cambiato idea ascoltandolo. Come ascoltatore, posso dire che succede. Com’è invece dall’interno? La lettura di una canzone che avete scritto può cambiare nel tempo? Suonarla molte volte dal vivo cambia la prospettiva con cui la interpretate?
Ciao, siamo contenti che hai beccato questo aspetto della nostra musica! Specialmente nel disco nuovo ci sono pezzi che risentendoli fanno scendere la lacrimuccia anche a noi, un pò per le tematiche un pò per l’approccio melodico più malinconico, appunto. Ci capita di avere un sacco di nostalgia risentendo le nostre cose vecchie, per via dei tanti ricordi legati alle canzoni e tutto ciò si riverbera anche nei live. In generale penso che la musica invecchiando si porti dietro una sensazione di affetto e nostalgia come per un vecchio amico. Magari non quella dei Cattle Decapitation, ma non ci giurerei.

(Marnero)
In maggio avete suonato a “Bologna Brucia 2016”, la manifestazione di protesta seguìta allo sgombero dell’Atlantide, chiuso perché dichiarato “fuorilegge” dal sindaco Merola. Il Comune ha interrotto il dialogo all’improvviso e non si è comportato allo stesso modo in situazioni analoghe. Quelli dell’Atlantide, al contrario del Comune, hanno capito che, fallita la mediazione, è necessario trovare nuove strade di occupazione. Bologna ha rieletto lo stesso Sindaco, anche se al ballottaggio. C’era da aspettarselo perché alla gente, in fondo, non interessa o poteva essere un buon motivo per mandarlo a casa? Il fatto che una questione così indicativa del modo sbagliato di gestire il dissenso non abbia portato a niente è più frustrante o fa più incazzare?
Non siamo stupiti di niente, né dai risultati delle elezioni, figuriamoci dal comportamento delle istituzioni. Riguardo alla gestione del cosiddetto “caso Atlantide” è stata palese la non-volontà di prendere una posizione politica da parte dell’amministrazione Merola, che nella sua incapacità di interpretare un fenomeno complesso e vitale come Atlantide ha avuto atteggiamenti contraddittori e ambigui facendo alla fine prevalere la linea legalitaria/securitaria, riducendo il problema a una mera questione di ordine pubblico.
Noi, come individui e come band, siamo nati e cresciuti ad Atlantide e nei centri sociali occupati, e conosciamo bene l’arbitrarietà del confine stabilito fra il “legale” e l'”illegale”. L’illegale è spesso lo spazio in cui si conquista l'”Altrimenti”, una possibilità di fare qualcosa che ci è “necessario”; la legalizzazione di queste esperienze è spesso l’anestetizzazione della possibilità di fare le cose in quel modo (un “Come”). Ed è un po’ il percorso forzato del Punk, che è tale solo quando attua dei ribaltamenti.
Il Bologna Brucia è stato semplicemente l’epifania più clamorosa di questa demenziale miopia/cecità politica: la manifestazione è stata regolarmente autorizzata dalla questura come “manifestazione politica”, ma poi ci hanno denunciato perché abbiamo, guarda un po’, fatto della musica dicendo che era un “festino illegale”. Ed è proprio questo che rivendichiamo: la musica che abbiamo fatto in quella piazza era proprio una cosa politica, e dunque… fare della politica è illegale. Pensare è illegale. Esprimersi è illegale. Quella manifestazione era politica, e infatti i giornali ci hanno pure fatto una settimana di campagna elettorale sopra.
Bologna, con tutte le sue contraddizioni, è passata dall’essere incubatrice di sperimentazioni sociali e fermento creativo sotterraneo, a triste lunapark per erasmus e far west speculativo per i leader del capitalismo dal volto umano: l’idea di progresso del PD perfettamente incarnata dalla sostituzione di McDonald’s con Eataly, fast vs slow food, Farinetti e il suo baffo rassicurante vs la parrucca cotonata di Trump. E questo nuovo sistema prevede anche al suo interno spazi di antagonismo “legale”, autorizzato, per potersi sentire antagonisti mentre si balla in una discoteca alternativa, uguale identica a tutte le altre discoteche per lobotomizzati da schermaglie precoitali. Il trionfo del bispensiero di un mostro politico che sgombera, reprime e soffoca, e trent’anni dopo ti fa pagare il biglietto per una mostra fotografica sul ’77. E probabilmente, nel 2033, ti farà pagare un biglietto anche per una mostra su Atlantide.

(Minnie’s)
L’ultima volta che vi ho visto dal vivo Luca ha parlato della situazione in cui ti trovi quando fai un lavoro durante tutta la settimana e al venerdì sera fai 200 chilometri in macchina per andare a suonare. Non è facile ma lo fai perché è quello che ti tiene in vita. Voi avete una storia lunghissima, e alcuni progetti paralleli, ognuno dei quali (credo) vi soddisfa in modo diverso. Avete mai pensato di trasformare la musica in una professione? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi ci vedreste?
200 hai detto?! Magari… A volte capitano trasferte da 3/400km, di venerdì pomeriggio, con conseguente senso di disorientamento, di colpa e di responsabilità che si mischiano per il ritardo che inevitabilmente rischiamo di accumulare ogni volta e per la voglia di fare le cose per bene.
La fortuna è che quando si mette piede sul furgone è come staccare la spina con il resto del mondo. È un luogo sicuro per noi.
Piano, piano le distanze si assottigliano, il viaggio verso il concerto diventa l’unico pensiero. Perdiamo di vista i cellulari e ascoltiamo la musica, parliamo. Insomma torniamo “umani”.
Non so se trasformare la musica in una professione ci permetterebbe di fare canzoni migliori. Ogni volta che ci penso, mi domando “Perché dovremmo?” Ne abbiamo parlato tante volte in questi anni a dire il vero ma non ci abbiamo mai pensato veramente.
Ricordo ancora il primo tour in Germania, suonavamo di supporto a una punkrock band di Chicago, i Digger. Avevano pubblicato da poco un disco su Hopeless e ci guardavamo dai loro compagni di etichetta come ci si guarda da un nemico. Parliamo di gente come Samiam, Dillinger Four, Guttermouth. Band strepitose, eppure… era come se avere successo fosse l’unica molla che tenesse in piedi il gruppo. Avevano basato tutto il loro futuro su quel disco e su quel tour fatto di concerti in squat e club sui quali ci trovavamo a suonare insieme, quasi per caso. Ricordo la loro tensione nel desiderio di farcela con un po’ di terrore.
Non ho mai smesso di pensare un singolo giorno di fare musica che avesse valore per me e per i miei amici, per le persone a cui teniamo. Questo è quello che conta per noi!

(Riviera)
Siete stati un po’ di tempo senza fare concerti, ora siete tornati. Dall’esterno, questa cosa, quando succede, sottolinea forte il passare del tempo. Alcune volte mi sembra che il tempo che passa sia per forza sinonimo di un cambiamento musicale in corso. Naturalmente, aspetto il nuovo disco. Avete già idee? Musicalmente cambierà qualcosa rispetto a “Riviera”?
Per Riviera tornare significa sempre riprendere in mano qualcosa, una sfida dati i mille problemi logistici, e quando ci sembra di essere di nuovo in pista spesso succede qualcosa. accettiamo ogni cambiamento col sorriso, senza farci prendere del panico. Riviera è da sempre il risultato di quello che ci capita a livello personale, per questo è difficile pianificare qualcosa, vale anche per il discorso musicale. Un po’ di pezzi in cantiere, che rimangono sempre sul genere (che solo gli esperti del settore sanno definire esattamente), noi di base ci siamo, carichi.

(Leute)
A fine maggio è uscito il vostro disco. Ve l’ha prodotto Legno. Com’è nata e come è andata la collaborazione?
Abbiamo incontrato Jacopo e Marco a pranzo dal self service Il Picchio a marzo, perché gli era piaciuto il disco per davvero. Ci hanno detto che avrebbero voluto publicare con Legno per la prima volta un disco che non fosse dei FBYC, ed è stato un onore. Ci siamo trovati benissimo, abbiamo lavorato insieme all’uscita del vinile, alle grafiche e a tutto il resto, continuiamo tuttora a collaborare.

(Lags)
Voi siete di Roma. Il 6 maggio la Questura e il Prefetto hanno imposto la chiusura del Dalverme, associandolo ad attività delinquenziali, per disturbo alla quiete pubblica e perché sarebbe un’attività commerciale mascherata da culturale. Il circolo ha riaperto il 4 giugno. La Questura, interrogata anche dal V Municipio, non ha ancora fornito chiarimenti sulle accuse, infondate, aprendo così un periodo di incertezza che vede il Dalverme imputato in un processo penale. Il lavoro socio-culturale svolto, di natura associativa, e più volte sottoposto a verifiche, superate, non viene minimamente preso in considerazione. Voi cosa pensate della vicenda?
Che dire, la vicenda del Dal Verme è alquanto controversa, apre scenari inquietanti per il nostro territorio e crea dei precedenti pericolosissimi per qualsiasi realtà associativa in Italia (per chi non conoscesse i fatti, invito tutti a farsi una piccola ricerca su Google). Abbiamo cercato anche noi di supportare le iniziative a scopo benefico che sono seguite alla chiusura dello spazio e ci siamo impegnati insieme a Luca Benni ad organizzare un festival To Lose La Track nella capitale chiamato appunto #riapriamoildalverme.
In parte siamo cresciuti umanamente e musicalmente anche fra le 4 mura del Circolo Dal Verme, per cui è stato spontaneo per noi prendere una posizione netta.
Siamo consci che l’appoggio ricevuto da un’intera comunità di musicisti (non soltanto della capitale) abbia comunque messo in luce degli interrogativi importanti e siamo certi che i semi piantati negli ultimi mesi porteranno nuovi e buoni frutti; se così non fosse significa soltanto che dobbiamo fare di più, o che non abbiamo fatto abbastanza

(Shinebox)
Avete suonato in giro per l’Italia, con i Linea 77, quindi anche in situazioni create per un pubblico potenzialmente più ampio rispetto all’Italian Party. Cosa vi piace di più e cosa di meno di entrambe le situazioni?
Ciao e grazie per la domanda. Dobbiamo ammettere che in 9 anni di attività abbiamo raccolto molto più di quanto avessimo mai osato sperare agli inizi. Ci diamo una bella pacca sulle spalle, abbiamo avuto un po’ di fortuna conoscendo persone importanti per il nostro percorso, ma crediamo anche che gran parte dei meriti siano da attribuire alla nostra infinita passione e voglia di crederci sempre.
Esperienze come quella al Groezrock o con i Pianos Become The Teeth ci hanno regalato un sogno, la sensazione di essere parte di una scena enorme che abbiamo sempre seguito, amato e che ci ha ispirati fortemente. La possibilità di suonare in questi contesti e davanti ad un pubblico anche internazionale rappresenta una grande emozione e una grande occasione di crescita ma soprattutto offre la possibilità di far arrivare il proprio messaggio molto più facilmente ad un vasto numero di persone.
Siamo altrettanto fortemente debitori nei confronti dei “piccoli concerti”, sicuramente la stragrande maggioranza delle nostre esperienze. Concerti sudati, a volte arrangiati, ma pur sempre goduti.
Certamente dispiace quando molti sforzi di band e locali vengono vanificati da un pubblico esiguo e distratto, un danno enorme per tutta la scena.
Crediamo che questo Italian Party rappresenti un momento altrettanto bello nel nostro cammino, avendo grande stima sia per Luca e il suo lavoro che per tutte le band con cui avremo la fortuna di dividere il palco.

(Crtvtr)
Raccontatemi un po’ del tour in Europa. E di quello con i Muscle Worship. Come sono andati?
Oh, ho un sacco di confusione nel dividere le date in gruppi quest’anno perché ci abbiamo dato davvero dentro. Molto bene. Il tour europeo è il nostro quarto o quinto, ma sicuramente quello più completo, abbiamo fatto 15 concerti in 16 giorni, di cui due in un giorno solo. Abbiamo registrato un’improvvisazione con l’artista di musica concreta EMERGE che verrà pubblicato dalla sua etichetta Attenuation Circuit, E poi a Brno abbiamo registrato due pezzi live in studio con telecamere da cui trarremo dei video live per una realtà molto interessante che si chiama Black Tone Music, una sorta di youtube radio, che cura molto immagini e suoni. Oltre a questo le date, alcune memorabili come Berlino, Praga, Vienna, Biel o la stessa Brno. In alcuni paesi come la repubblica Ceca siamo tornati spesso e abbiamo un po’ di amici e seguito, più che in certe città Italiane. Ma dopotutto è giusto così, ci piace l’idea di muoverci lungo le maglie di una scena DIY internazionale, dove ci si sente sempre tutti a casa. Idem il tour con i Muscle Worship, con cui abbiamo girato gli Stati Uniti nel 2014: è stata prima di tutto una rimpatriata, la voglia di farli stare a casa nostra e presentargli amici e parenti. Anche se sono un gruppo della stramadonna e uno dei migliori live act che mi sia capitato di vedere. Sono state solo 5 date, ma tutte belle, e abbiamo registrato qualcosa insieme nel nostro studiolo, una sorta di Muscle Worship & Friends, con Pete, Giovanni alla batteria e io a supportare Sean alla chitarra. Anche questo quando sarà finito verrà pubblicato su uno split. Sono partiti da Genova mezz’ora fa, sono ancora coi lacrimoni . In fondo smuovere la gente è la ragione per cui facciamo tutto questo no?

(Urali)
Una volta mi hai scritto che l’interpretazione di un pezzo può essere più complessa di quanto non sia in realtà l’input da cui il pezzo è nato. Bello come punto di vista, sottolinea la distanza tra critica e pratica. Vorresti dirmi di più?
Sarà forse banale dirlo ma l’intenzione dell’atto creativo, se sincera e se potente a livello emotivo, rende superfluo quello di cui parla una canzone. Mi spiego meglio: per creare uno stato d’animo occorre che tu sia il primo a provare qualcosa, ed è questo qualcosa che ti deve spingere a creare. Poi le parole assieme al resto creano una piccola opera che funziona autonomamente, fuori da ogni contesto, tempo e spazio.
Per me è l’unica condizione creativa possibile, diciamo. È anche un limite a volte, perché con la fruizione iper veloce che c’è adesso, avere tempi di scrittura lunghi non è un bene a livello puramente promozionale, ma pazienza. L’input di cui parli è solo il principio, tramite il processo creativo anche l’autore stesso presumo scopra altre sfaccettature di sé, a livello musicale ma anche personale. Insomma questo input (che dev’essere giocoforza innato e spontaneo) va coltivato, accettato, a volte anche rinnegato.
Ed è un iter che poi si ripropone quando il prodotto è finito e arriva all’ascoltatore che se ha orecchie e testa per approfondire parte dalla superficie e poi approfondisce quello che ascolta.

(Baffodoro)
Ho visto che in marzo avete fatto alcune date. È difficile trovare da fare concerti? Per farlo, trovate spesso il supporto di altri gruppi o delle etichette?
A marzo tre belle date concentrate in pochissimi giorni, tra le quali la serata speciale alla Fermata 23 per il compleanno di To Lose La Track. Abbiamo sempre vissuto il live come un momento per aprirci e accrescere il nostro orizzonte… sia dal punto di vista musicale che umano. I concerti, prendendo spunto proprio dalla tua domanda, sono da sempre per noi il canale preferenziale per allacciare nuovi collegamenti, per non restare intrappolati in categorie predefinite, sforzandoci di lavorare per organizzare e condividere… e questo, sì, è difficile, c’è da tenersi costantemente attivi.
Per le date ci siamo sbattuti a fasi alterne, ultimamente (…diciamo pure anche ultimi due o tre anni!) abbiamo inevitabilmente rallentato presi dalle vite private, famiglie che crescono, attività lavorative, la quotidianità insomma… Malgrado questo, tante occasioni si sono presentate da sé, un segnale per noi che molti frutti arrivano anche a distanza di tempo.
Nella scelta delle date un elemento che ha rivestito via via sempre più importanza per noi è la disponibilità di uno spazio adatto per i visuals, che da tempo ormai rappresentano il nostro settimo strumento.
Negli ultimi anni un riferimento importante è stato il Red Noise di Reggio Emilia, che sotto la guida di Olivier Manchion e grazie al contributo di varie band ha portato nuova linfa in territorio emiliano.
Lo sforzo più impegativo è ovviamente quello di allargare il confine, portare i nostri suoni anche a platee geograficamente distanti. Dopo alcuni “microtour” autogestiti negli scorsi anni (Val d’Aosta, già Umbria, Puglia) questa dell’Italian Party è per noi una nuova opportunità, un grazie speciale va quindi a To lose la track, Luca Benni e Anna Migliorati.

(McKenzie)
Siete il gruppo che conosco meno tra quelli che suonano al Festival, a parte i Bennett. Mi raccontate un po’ chi siete?
McKenzie nasce nel 2015 e si compone di membri de icanidisara e DiCose. Registra il primo ep nel giugno 2015 in una casa di fronte al Mar Tirreno e pubblica 100 copie fatte a mano, con la copertina di Pasquale De Sensi e la grafica di Freshinkstain. Nel gennaio 2016 esce EP sotto La Lumaca Dischi e con la supervisione di Black Candy Records. McKenzie disfa il rock degli anni ’90 e lo miscela. Il suono è istintivo e sporco di saletta, i testi (in italiano) non sono proprio leggeri, nei nostri primi brani si parla di dinamiche relazionali che improvvisamente non funzionano più e lasciano con la nera incertezza del “cosa rimane”.

(Tante Anna)
Una domanda per Alessandro Baronciani. Come illustratore, negli anni, la tua platea si è allargata tantissimo. Da questo punto di vista i fumetti, Altro e Tante Anna sono tre progetti paralleli ma con intenzioni, o esiti, differenti. Tante Anna si può considerare il lato più oscuro della tua personalità e quindi quello rimasto più nascosto?
Risposta! Suonare in una band non è uguale a disegnare. Quando disegno sono da solo, non devo andare a prendermi all’aeroporto e so quando sono impegnato in qualche consegna; quindi riesco a gestirmi il lavoro e tutto diventa abbastanza facile. Quando suono, invece, c’è questa cosa magnifica che bisogna incontrarsi e andare d’accordo – in più persone – e anche contemporaneamente. È molto più difficile oggi con gli Altro che vivono ormai da un po’ di anni in tre nazioni differenti. È più semplice, invece, con Thomas con cui suono nei Tante Anna. È un gruppo più scuro e “sporco” degli Altro perché é la somma che fa il suono, l’intenzione e il divertimento. Siamo in più persone a decidere. Quando disegno decido tutto da solo e non è divertente. Quando suoniamo facciamo una cosa complicata, spesso quando facciamo canzoni nuove entrambi cambiamo nota quando è il momento di cambiare nota. Spesso con la nota giusta. Nello stesso momento. Questa “accordo” è eccezionale. Io e Thomas abbiamo iniziato facendo le cover dei gruppi dark che ci piacevano che avevano una batteria elettronica come base. Le cover non venivano mai bene, e allora abbiamo provato con delle basi default a fare delle canzoni nostre e poi ci siamo divertiti a crearne di nuove sperimentando. Entrambi siamo appassionati di musica dark e quando abbiamo iniziato non ci è venuto neanche un dubbio su come dovevano suonare i Tante Anna.

(Bennett)
Chi c’è dei Chambers e chi dei Disquieted By? Che roba fate?
Siamo io (Tommaso) e David dei Disquieted By, Gigi dei Chambers e Ale degli Autumn Leaves Fall In. Che roba facciamo, melodico e pesante.

Gli altri gruppi che non sono nella compilation sono tutti qui: Baffodoro, McKenzie e Tante Anna, a parte i Bennett il cui unico segno di vita in pubblico si trova solo su Neuroni, per il resto non esisteranno fino a domenica 17 luglio, il giorno dell’Italian Party a Umbertide.

MA CHE GRAN DISCO

car seat headrest

Un po’ di mesi fa la Matador ha preso per la collottola Will Toledo, l’ha messo in studio e gli ha detto fai un disco, vagabondo. Lui, nei 5 anni precedenti, aveva registrato, a nome Car Seat Headrest, duemila canzoni e le aveva pubblicate solo on line. All’inizio ha detto ma a me che me frega, io suono coi miei amici e registro, poi metto tutto su bandcamp, perché la Matador deve venire qui e dirmi cosa devo fare? E dopo, la balotta? Oooo, no no no no. Alla fine ha accettato, ha fatto un disco che contiene alcune di quelle 2000 canzoni, si chiama Teens of Style, ed è il disco fretta 2015, messo in giro senza troppo sbattimento, fatto in sostanza per promuovere quello successivo, da pubblicare a stretto giro.
Quello successivo è uscito qualche mese dopo ed è l’opposto. Suoni pieni, basso, batteria e chitarra ritmica che non crollano mai, melodie belle: e fin qui tutto uguale al primo. Ci sono un sacco di idee, ecco la differenza. WT è diventato uno che scrive canzoni per davvero.
Teens Of Denial ha una sua complessità, risultato di una lettura degli anni ’90 che irrigidisce le cose più slegate di quel periodo. Ricorda gli Weezer senza bolgia cieca, i Pavement più maturi, i Superchunk di No Pocky for Kitty e la passività dei Grandaddy. Ma fare riferimento agli anni ’90 non è sufficiente, almeno secondo me. Qualsiasi cosa abbia una distorsione grassa e graffiante, un pizzico di andamento sgaffo e magari una voce un pelo stonata, adesso è “anni ’90”. In realtà è più che altro una definizione pigra, perché in alcuni dischi c’è di più. Teens Of Denial è uno di questi. In questo senso mi ha ricordato gli Speedy Ortiz di Major Arcana. Sadie Dupuis scrive melodie vocali irregolari, quelle di Will Toledo sono più paciose e rimangono in testa subito. Attorno alla voce, gli Speedy Ortiz costruiscono una specie di vertigine math rock che scansa il pericolo di essere impistolettati come “derivativi”. Neanche Will Toledo vuole essere impistolettato e fa in modo che la sua musica suoni con una botta decisissima, probabilmente data dall’influenza di qualche gruppo, americano come la coca cola alle ciliegie, come Bruce Springsteen (Unforgiving Girl She’s Not An), o al limite i più raffinati Pearl Jam nell’era Matt Cameron. Teens Of Denial suona un po’ rigido in alcuni momenti ma subito dopo ha un’immediatezza che ne ribalta la stabilità. Irrigidisce le cose slegate, è rigido ma subito dopo immediato. Ci sto dentro, so che ho scritto queste due cose. Possono sembrare contraddittorie, ma solo in apparenza. È proprio qui che casca la pera. Car Seat Headrest fa convivere indie rock e rock mainstream americano, senza soluzione di continuità, da una canzone all’altra, o dentro la stessa canzone, come The Ballad of the Costa Concordia, che dura 11 minuti ed è due canzoni in una, dalla ballata più tradizionale con crescendo dell’inizio, alla citazione di Dido, ai suoni stoppati, alle atmosfere alla Eels del finale.

In più, WT ha la voce che assomiglia a quella di Beck. O di Julian Casablanca. Questa cosa gli dà allo stesso tempo groove e scazzo, un risultato difficile da raggiungere perché in linea teorica uno esclude l’altro. Canta sguaiato come un ubriaco, mi ricorda il mio amico Giano che usciva dalla discoteca d’estate cantando il pezzo che stavano dando in pista.
Grande risorsa, lo scazzo. Will Toledo (TV Sorrisi e Canzoni dice 24 anni) ha il male di vivere e lo mette tutto dentro alle canzoni. Per questo è un disco che non riesco a capire davvero, Teens Of Denial, perché lo scazzo che gli fa da sfondo non mi appartiene più del tutto. Per forza, ho 40 anni. Una volta era il mio modo di sentirmi speciale, come per tutti gli altri ragazzi della mia età, e non facevo niente per superarlo, anzi, lo coltivavo. Arriva anche adesso a volte, ma non lo assecondo. Sta lì, per un po’, poi viene sommerso dalle giornate lavorative. Torna alla sera ma, vabe’, si affronta, a volte perché ne parlo qui sul blog, altre perché è solo un rumore lontano. Will Toledo è un 24enne che ha azzeccato il miglior disco da 40 enni che si potesse fare. L’equilibrio, che gli riesce molto bene, tra voglia di morire (per sfogarsi un po’) e canzone pop (per sdrammatizzare) è la soluzione giusta per un 40enne, perché lo acchiappa non per condivisione del sentimento ma per comprensione, lo fa sentire un po’ arrivato, ma anche un po’ adulto, saggio e distaccato, ormai lontano dalle cose giovanili. In generale l’impressione è positiva e ci dà modo di autocompiacerci. E poi la vita in generale sembra essere proprio una tensione costante tra la gioia per un risultato e il desiderio di strozzarsi per la frustrazione. I momenti felici e il loro contrario, non in assoluto, ma nella quotidianità: Teens Of Denial sta nel mezzo e racconta entrambe le cose. Dà il massimo quando confonde mantenendo l’equilibrio. I migliori momenti del disco danno forma a questa posizione intermedia. Ne ho individuati tre. Drunk Drivers / Killer Whales è la canzone che incarna esattamente la tensione tra pop e scazzo: tutto understatement, ritornello della seconda parte una bomba. (Joe Gets Kicked out of School for Using) Drugs with Friends [But Says This Isn’t a Problem] mi mette dentro la Solitudine Invincibile ma è divertente perché parla di drogarsi con gli amici e mette in circolo lo scambietto di parole drugs are better with friends are better with drugs are better with friends, uno scioglilingua appiccicoso da quanto è contagioso. Cosmic Hero è il terzo momento di sintesi, ascoltatelo e ditemi se non è vero. Non tutte le canzoni lo sono, alcune sono solo ingredienti. Destroyed by Hippie Powers e 1937 State Park, per esempio, che non hanno quella profondità.
In realtà l’album parla di droga ma non è stato fatto sotto l’effetto della droga. La droga per Will Toledo è un’esperienza da non fare più. Lo dice in questa intervista (entertainment weekly).

On “Drugs With Friends” you sing, “Drugs are better, drugs are better with friends are better, friends are better with…” Were there any drugs that influenced the album?
I’ve only had one psychedelic experience and it’s described in detail on “Drugs With Friends.”

On that song you say it made you feel like s—.
Right. I’ve always been influenced by psychedelic music and drug-influenced music, so I was looking forward to that when I was younger, getting to experience those things, but it just never worked out. I’ve smoked weed a half dozen times and it’s always made me anxious. [Denial] is a very sober album, which is funny, because it does talk about drugs a lot.

Even on the songs where you’re talking about drugs, it all comes back to your friends and your relationships. You aren’t just talking about rolling up a joint on the table.
Part of my problem in doing these drugs is that it makes me more aware of these social relationships and social boundaries and less comfortable in my own skin, because I become super sensitive to the setting around me.

Musica piena di sfumature, quella di Toledo, che parla adesso di cose che non succedono più e segna il momento passaggio da un momento all’altro della sua formazione. Lui dev’essere una persona decisa ma confusa allo stesso tempo. Un dreamer, un generatore automatico di canzoni piene di cuore, aggressività ribelle ma anche di paura ed educazione. È molto sicuro di quello che scrive e di come lo scrive, adesso. La Matador gli ha fatto bene alla fine. L’ho visto vagare, sguardo perso ma camminata decisa, tra il bar e il palco, durante il Beaches Brew Festival al molo di Marina di Ravenna. Poi l’ho visto sul palco, aveva lo stesso sguardo fuso e lo stesso piglio deciso, li usava per suonare la sua musica e condurre (alla grande) il suo gruppo. Un concerto bellissimo, dal vivo scompare completamente l’effetto Bruce Springsteen e tutto corre fluido come lo sguardo di Toledo. L’ho visto anche dopo, aveva sempre quella faccia con la bocca semi aperta e quella camminata decisa. Ma andava in un’altra direzione, forse a pisciare di nascosto sul porto canale.

(una parte di pezzo dal vivo:)