MA CHE GRAN DISCO

car seat headrest

Un po’ di mesi fa la Matador ha preso per la collottola Will Toledo, l’ha messo in studio e gli ha detto fai un disco, vagabondo. Lui, nei 5 anni precedenti, aveva registrato, a nome Car Seat Headrest, duemila canzoni e le aveva pubblicate solo on line. All’inizio ha detto ma a me che me frega, io suono coi miei amici e registro, poi metto tutto su bandcamp, perché la Matador deve venire qui e dirmi cosa devo fare? E dopo, la balotta? Oooo, no no no no. Alla fine ha accettato, ha fatto un disco che contiene alcune di quelle 2000 canzoni, si chiama Teens of Style, ed è il disco fretta 2015, messo in giro senza troppo sbattimento, fatto in sostanza per promuovere quello successivo, da pubblicare a stretto giro.
Quello successivo è uscito qualche mese dopo ed è l’opposto. Suoni pieni, basso, batteria e chitarra ritmica che non crollano mai, melodie belle: e fin qui tutto uguale al primo. Ci sono un sacco di idee, ecco la differenza. WT è diventato uno che scrive canzoni per davvero.
Teens Of Denial ha una sua complessità, risultato di una lettura degli anni ’90 che irrigidisce le cose più slegate di quel periodo. Ricorda gli Weezer senza bolgia cieca, i Pavement più maturi, i Superchunk di No Pocky for Kitty e la passività dei Grandaddy. Ma fare riferimento agli anni ’90 non è sufficiente, almeno secondo me. Qualsiasi cosa abbia una distorsione grassa e graffiante, un pizzico di andamento sgaffo e magari una voce un pelo stonata, adesso è “anni ’90”. In realtà è più che altro una definizione pigra, perché in alcuni dischi c’è di più. Teens Of Denial è uno di questi. In questo senso mi ha ricordato gli Speedy Ortiz di Major Arcana. Sadie Dupuis scrive melodie vocali irregolari, quelle di Will Toledo sono più paciose e rimangono in testa subito. Attorno alla voce, gli Speedy Ortiz costruiscono una specie di vertigine math rock che scansa il pericolo di essere impistolettati come “derivativi”. Neanche Will Toledo vuole essere impistolettato e fa in modo che la sua musica suoni con una botta decisissima, probabilmente data dall’influenza di qualche gruppo, americano come la coca cola alle ciliegie, come Bruce Springsteen (Unforgiving Girl She’s Not An), o al limite i più raffinati Pearl Jam nell’era Matt Cameron. Teens Of Denial suona un po’ rigido in alcuni momenti ma subito dopo ha un’immediatezza che ne ribalta la stabilità. Irrigidisce le cose slegate, è rigido ma subito dopo immediato. Ci sto dentro, so che ho scritto queste due cose. Possono sembrare contraddittorie, ma solo in apparenza. È proprio qui che casca la pera. Car Seat Headrest fa convivere indie rock e rock mainstream americano, senza soluzione di continuità, da una canzone all’altra, o dentro la stessa canzone, come The Ballad of the Costa Concordia, che dura 11 minuti ed è due canzoni in una, dalla ballata più tradizionale con crescendo dell’inizio, alla citazione di Dido, ai suoni stoppati, alle atmosfere alla Eels del finale.

In più, WT ha la voce che assomiglia a quella di Beck. O di Julian Casablanca. Questa cosa gli dà allo stesso tempo groove e scazzo, un risultato difficile da raggiungere perché in linea teorica uno esclude l’altro. Canta sguaiato come un ubriaco, mi ricorda il mio amico Giano che usciva dalla discoteca d’estate cantando il pezzo che stavano dando in pista.
Grande risorsa, lo scazzo. Will Toledo (TV Sorrisi e Canzoni dice 24 anni) ha il male di vivere e lo mette tutto dentro alle canzoni. Per questo è un disco che non riesco a capire davvero, Teens Of Denial, perché lo scazzo che gli fa da sfondo non mi appartiene più del tutto. Per forza, ho 40 anni. Una volta era il mio modo di sentirmi speciale, come per tutti gli altri ragazzi della mia età, e non facevo niente per superarlo, anzi, lo coltivavo. Arriva anche adesso a volte, ma non lo assecondo. Sta lì, per un po’, poi viene sommerso dalle giornate lavorative. Torna alla sera ma, vabe’, si affronta, a volte perché ne parlo qui sul blog, altre perché è solo un rumore lontano. Will Toledo è un 24enne che ha azzeccato il miglior disco da 40 enni che si potesse fare. L’equilibrio, che gli riesce molto bene, tra voglia di morire (per sfogarsi un po’) e canzone pop (per sdrammatizzare) è la soluzione giusta per un 40enne, perché lo acchiappa non per condivisione del sentimento ma per comprensione, lo fa sentire un po’ arrivato, ma anche un po’ adulto, saggio e distaccato, ormai lontano dalle cose giovanili. In generale l’impressione è positiva e ci dà modo di autocompiacerci. E poi la vita in generale sembra essere proprio una tensione costante tra la gioia per un risultato e il desiderio di strozzarsi per la frustrazione. I momenti felici e il loro contrario, non in assoluto, ma nella quotidianità: Teens Of Denial sta nel mezzo e racconta entrambe le cose. Dà il massimo quando confonde mantenendo l’equilibrio. I migliori momenti del disco danno forma a questa posizione intermedia. Ne ho individuati tre. Drunk Drivers / Killer Whales è la canzone che incarna esattamente la tensione tra pop e scazzo: tutto understatement, ritornello della seconda parte una bomba. (Joe Gets Kicked out of School for Using) Drugs with Friends [But Says This Isn’t a Problem] mi mette dentro la Solitudine Invincibile ma è divertente perché parla di drogarsi con gli amici e mette in circolo lo scambietto di parole drugs are better with friends are better with drugs are better with friends, uno scioglilingua appiccicoso da quanto è contagioso. Cosmic Hero è il terzo momento di sintesi, ascoltatelo e ditemi se non è vero. Non tutte le canzoni lo sono, alcune sono solo ingredienti. Destroyed by Hippie Powers e 1937 State Park, per esempio, che non hanno quella profondità.
In realtà l’album parla di droga ma non è stato fatto sotto l’effetto della droga. La droga per Will Toledo è un’esperienza da non fare più. Lo dice in questa intervista (entertainment weekly).

On “Drugs With Friends” you sing, “Drugs are better, drugs are better with friends are better, friends are better with…” Were there any drugs that influenced the album?
I’ve only had one psychedelic experience and it’s described in detail on “Drugs With Friends.”

On that song you say it made you feel like s—.
Right. I’ve always been influenced by psychedelic music and drug-influenced music, so I was looking forward to that when I was younger, getting to experience those things, but it just never worked out. I’ve smoked weed a half dozen times and it’s always made me anxious. [Denial] is a very sober album, which is funny, because it does talk about drugs a lot.

Even on the songs where you’re talking about drugs, it all comes back to your friends and your relationships. You aren’t just talking about rolling up a joint on the table.
Part of my problem in doing these drugs is that it makes me more aware of these social relationships and social boundaries and less comfortable in my own skin, because I become super sensitive to the setting around me.

Musica piena di sfumature, quella di Toledo, che parla adesso di cose che non succedono più e segna il momento passaggio da un momento all’altro della sua formazione. Lui dev’essere una persona decisa ma confusa allo stesso tempo. Un dreamer, un generatore automatico di canzoni piene di cuore, aggressività ribelle ma anche di paura ed educazione. È molto sicuro di quello che scrive e di come lo scrive, adesso. La Matador gli ha fatto bene alla fine. L’ho visto vagare, sguardo perso ma camminata decisa, tra il bar e il palco, durante il Beaches Brew Festival al molo di Marina di Ravenna. Poi l’ho visto sul palco, aveva lo stesso sguardo fuso e lo stesso piglio deciso, li usava per suonare la sua musica e condurre (alla grande) il suo gruppo. Un concerto bellissimo, dal vivo scompare completamente l’effetto Bruce Springsteen e tutto corre fluido come lo sguardo di Toledo. L’ho visto anche dopo, aveva sempre quella faccia con la bocca semi aperta e quella camminata decisa. Ma andava in un’altra direzione, forse a pisciare di nascosto sul porto canale.

(una parte di pezzo dal vivo:)

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