Dischi che non hanno la mia età ma hanno la mia età

Mia mamma, per dire che uno non ha l’età che gli dai, usa un’espressione particolare. Che è:

Io: “Mamma lui avrà 50 anni al massimo!”
Lei: “Si, per gamba”

Il che significa che ne ha di più, ma non che ne ha per forza 100 (non è un’espressione matematica, ndr).

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, come me”, “Si, per gamba” sarebbe l’italiano più bello e corretto. Però il problema è che per far sì che l’espressione di mia mamma funzioni bisogna che il tuo interlocutore abbia usato almeno una volta il verbo avere, su cui si regge il “si, (li ha) per gamba”. Per questo motivo “Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, come me”, “Si, per gamba” non ha un gran senso. 

Quindi?

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, la mia stessa età”. 
“Si, per gamba”
Eh, è il verbo avere dove l’abbiamo messo? Non ha un gran senso neanche così. 

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, la stessa età che ho io”. 
Brutto. 

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, gli stessi che ho io”. 
“Si, per gamba!”.
👍

Questo per dire che Seamonsters non ha la mia età ma ha la mia età, cioè è un po’ come se ce l’avesse, perché da quando è uscito (cioè, non proprio da quando è uscito ma da quando lo conosco, che per me è un po’ come dire da quando è uscito*) mi è sempre rimasto in testa, non l’ho mai dimenticato, neanche per un secondo.

*Perché l’ho conosciuto di botto, senza prima averne sentito parlare, me l’ha passato Mario, in cd, non mi ricordo quando. È una di quelle volte in cui il knowledge day è come il release day. Quella sensazione di bellezza per la quale ti trovi di fronte a un disco che tutti conoscono tranne te e tu ti chiedi “Ma dove sono stato fino ad adesso?”. È un po’ bello, perché stai scoprendo una cosa nuova, un po’ no, perché stai facendo la figura del polenta. Nel ’91 era normale arrivare ad ascoltare le robe in ritardo, ma se gli altri le avevano già ascoltate e inglobate a tal punto da farti il cd, allora eri un polenta. Poi anche allora c’era il democristiano che ti diceva “Eh ma che importa prima o dopo, l’importante è che tu ci sia arrivato” ma in realtà pensava che tu fossi un polenta. Questa cosa di scoprire le robe dopo qualche mese era però in fondo tollerabile e tollerata. Adesso lo è meno. Parlo sempre di persone che non lavorano nella musica ma la ascoltano per passione: adesso se sei un fanatico non è tollerabile, se sei una persona coscienziosa neanche. Mai. In qualsiasi conversazione tu sia, se ti succede di parlare di musica e viene fuori che non hai ascoltato una canzone nuova, nessuno ti offende (i democristiani non muoiono mai) ma tutti storcono il naso sotto i baffi. Però è vero che una volta i dischi perdevano lo zeitgeist dopo molto più tempo rispetto a oggi. Cioè, se io ascolto i Pavement adesso è normale aver l’impressione che non sintetizzino più lo spirito del tempo di oggi così come lo sintetizzavano 30 anni fa. E per tanto tempo, dal momento in cui è uscito Stanted Enchanted, ho pensato che quello fosse IL rock (lo penso ancora oggi: boomer). Invece per dire i Coma Cose, che pure un paio di anni fa sembravano la sintesi del presente e anche un po’ del futuro, e che pure hanno fatto un cambiamento notevole nel nuovo disco rispetto al precedente, hanno perso quel piglio di attualità estrema.

Ecco. 

I primi quattro dischi dei wedding Present sono George Best, Bizzarro, Seamonsters e Watusi.

Seamonster (1991) spiazza tutti. Da un lato, George Best (1987) era stato un disco inglobato dentro al polipone The Smiths che tutto il mondo abbracciava. George Best risentiva dei ritmi e delle atmosfere gelatinose di Morrissey e Marr. Inoltre, uscì 15 giorni dopo Strangeways, Here We Come, l’ultimo dei paparini Smiths (figlio di tensioni interne vive ma stranamente baciato dalla serenità), quasi a dargli un erede fedele, senza far cascare la mela tanto lontano dall’albero. 

Dall’altro, George Best riprendeva le ritmiche e le sonorità della gloriosa (ma finita) stagione punk, soprattutto quelle più secche e rigide alla Stiff Little Finger. Un soffio di Irlanda del Nord scuoteva, non troppo pericolosamente, gli inglesismi doc. Don’t Be So Hard, la canzone tre, è la sintesi perfetta di questa doppia influenza.

Eppure, George Best dava anche dei segni di vita: si rivelerà essere in anticipo su tutto il brit pop a venire. Watusi (1994) vi sarà immerso completamente (risentire Leisure dei Blur, 1991), un’evoluzione di George Best in quella specifica direzione, con un goccio di The Fall. Corretto ai The Fall, bevanda alcolica che rende eccitante il ritorno sulla Terra dei Wedding Present nel ‘94. Totally Albione. Anzi, quasi totally. Dentro ci sono anche un po’ i Velvet Underground, uno straccio di America rimasto attaccato dal disco precedente. Album complesso, Watusi, davvero, ma per niente imprevedibile.

Quello prima. Quello prima era stato imprevedibile, era stato un viaggio lontano. In mezzo a George Best e Watusi c’è una cosa, non un gemello diverso, ma un fratello nato proprio in un’altra famiglia: c’è Seamonster, una specie di gigantesco CHE CAZZO SUCCEDE QUI? dentro a una prima discografia così Made in Great Britain. E chi è il responsabile di questo grande CAZZO È? Steve Albini, che produce il disco. Albini ha preso i Wedding Present e li ha mandati sullo Spazio. Lo Spazio è fatto di distorsioni mai sentite, rullanti sfondi mai provati, bassi lenti e slabbrati mai nemmeno immaginati. Un lancio in orbita tra Afghan Whigs e REM. Un siluro che farà un buco così nella discografia dei WP. Una macchia, una cosa singolare, che si nota, ma è quasi isolata da tutto il resto, non è regolare, ma la distingui chiaramente.

Mentre era quasi pronto per esplodere il brit pop e dopo averlo anticipato, i WP scappano in America con Albini e fanno una scorreggia grossissima: Seamonsters. Poi tornano a casa con Watusi, disco complesso, si diceva, proprio perchè è un ritorno deciso in patria dopo un viaggio oltreoceano, un viaggio che non li ha lasciati totalmente incolumi ma che non gli ha neanche impedito di tornare indietro, con qualche ricordo ma anche con decisione. Solo col tempo i Wedding Present riusciranno ad assorbire meglio la botta Albini, un po’ già a partire da Mini (1996), come testimonia per esempio, la seconda canzone, Love Machine, o la terza Go man Go o la meravigliosa Sports Car: rullante spaccato e chitarre dritte ai nostri timpani. Ma ritorna la melodia alla Smiths (non che sia un male, vorrei precisarlo) o la tragedia alla Suede (è un male). È il dato di fatto che le radici spesso sono impossibili da strappare, anche dopo un viaggio (sconvolgente) nello Spazio. Che può essere una parentesi o un nuovo inizio. Per i Wedding Present è stata soprattutto una parentesi. Ci sono tante cose buone nella discografia post-Seamonsters dei WP ma mai nulla sarà come quel missile lì. Sparato nell’universo da Steve Albini, un giorno, un po’ di tempo dopo, quel missile arrivò anche a casa mia e fece il suo bel buco, anche lì.

E Bizzarro (1989)? Quasi me lo dimenticavo. Non è giusto, perchè in fondo non è bello come Seamonsters ma è meglio di Watusi o di George Best. È più ruvidone, più veloce, il basso suona bene, come se uscisse da un piccolo Roland da chitarra. Ma in generale il suono è così british, e anche la voce di David Gedge, che questo disco non è mai riuscito a esaltarmi davvero. Non è una presa di posizione senza senso la mia. Con “suono british” voglio dire contenuto, ingentilito, per questo reso gelido, non espresso al suo meglio. Probabilmente è una questione di produzione, perchè le idee ci sono (una su tutte: What have I said Now). In Seamonsters questo problema non esiste: lì, i suoni si allargano (Lovenest). Per quello che riguarda la voce, è british nel senso che neanche qui è riuscita a liberarsi del modello Smiths. L’unico disco in cui riesce a farlo è, indovinate un po’, Seamonsters, dove assume un altro tono proprio, un altro approccio alle melodie, meno nasale, più immersa nelle canzoni. Semmai è più Joy Division. E in Corduroy ci sono le batterie dei Big Black. Un pelo più rilassate, ok, ma non potevano non esserlo un po’, non era possibile che i Wedding Present avessero davvero le stesse batterie dei Big Black. Sembrano anche quelle di Dave Grohl in In Utero. Se chiudo gli occhi, dentro a Seamonsters potrebbe esserci Dave Grohl, no (provate con Octopussy, che ha controtempi e rullanti belli schiacciati forte, come quelli di Dave Grohl)? Steve Albini aveva una sua strada da percorrere come “registratore” e l’aveva già in testa. 

Ok, questi sono i motivi che mi vengono in mente per giustificarmi di non aver conosciuto subito Seamonsters e di aver detto che è un disco che non ha la mia età ma ha la mia età. Se poi considerate la mia età musicale, cioè quella che parte dal momento in cui ho iniziato ad ascoltare musica che mi ha lasciato qualche segno, allora ci siamo. Nel ‘91 iniziavo a provarci gusto, quindi io e Seamonsters abbiamo la stessa età. In realtà no, ma questo l’ho già spiegato.

Poi, alla fine di Octopussy, la voce ritorna a essere super british e super Morrissey. Ed è in quel preciso istante che si vede il futuro, cioè il ritorno al passato, alla Gelida Albione. Per un attimo, i Wedding Present avevano avuto un suono diverso, in linea coi tempi (1991) fuori dalla Gran Bretagna. Da soli, senza l’aiutino, non sono mai più riusciti a tornare a quei livelli.

Ecco.
Ciao

Sono a casa anche quando non sono a casa. BENNETT II

Era una notte d’estate degli anni ‘80 e io ero a dormire dai nonni. Non riuscivo a prendere sonno così decisi di risolvere un problema che mi assillava da tempo: di quali band avrei potuto essere fan? Optai per:

– Madonna, 
– i Queen,
– Elio e le storie tese. 

E basta, non di più, perché sennò sono troppe e non riesco a seguirle, pensai. Non è che io avessi ascoltato chissà che, forse qualcosa in qua e in là. Comunque, prima di addormentarmi avevo deciso. E buonanotte. Si fa per dire, perchè feci un incubo: due uomini brutti, uno coi baffoni e i denti da castoro, l’altro con delle sopracciglia grandissime, tentarono di uccidermi, ma un bellissimo angelo biondo con il reggiseno a punta mi salvò. Non chiesi mai a mia mamma i soldi per comprare un disco dei Queen, o uno di Elio, ma di Madonna si. Avevo visto il concerto del Who’s That Girl Tour a Torino sulla rete nazionale, sia la diretta che la replica, mi piaceva davvero Madonna e quando mi salvò da quei due presi una cotta assurda per lei. Mi piace ancora. A chi non piace Madonna?

Aggiungo che un giorno mentre ero in gita con la famiglia e degli amici in un Virgin Megastore ho rubato la cassetta di Bad di Michael Jackson, mio babbo mi ha scoperto e mi ha dato uno schiaffone. Posso dire che la consapevolezza che mi piacesse la musica è passata attraverso tre momenti. La prima è l’acquisto di True Blue con il consenso di mia mamma (fase primi ormoni). La seconda è questo furto, fase ladro furbo come volpe. La terza è la fase della maturità: l’acquisto del primo disco in solitaria, Angel Dust dei Faith no more, che in camera mia all’inizio misi sullo scaffale di fianco a True Blue e Bad, trofei del mio passato ormonale e criminale turbolento, e che presto finirono in una scatola porta cassette sotto al letto, denigrati. Basta con quella roba, decisi di smettere, rappresentava il passato, ero pronto per il salto: dedicarmi alla musica giusta, quella che mi avrebbe cambiato la vita.

Per esempio, il grunge mi fulminò, ma non solo: erano anni voraci in cui le fasi musicali si susseguivano velocissimamente. Passai dal volere tutto dei Nirvana all’amare ogni singola nota dei Pavement al leggere addirittura il romanzo di Chris Leo dei Van Pelt, in inglese, capendone un quarto ma trovandolo comunque eccezionale.

A proposito di Grunge, mi è capitata sotto mano la biografia di Chris Cornell in cui Cornell racconta di essere stato eroinomane dagli 11 ai 14 anni, per poi smettere a 15, quando ha scoperto la musica, che l’ha salvato. I Soundgarden sono diventati la sua droga a 20 anni ma poi si sono sciolti, sono arrivati gli Audioslave e la carriera solista, acclamata, acclamatissima, ma per lui non era più la stessa cosa. Ha iniziato a imbottirsi di antidepressivi e dopo l’ultimo concerto si è suicidato, nel 2017. A volte, crogiolandoci nel desiderio che un cantante continui a pubblicare roba, pensiamo solo alla nostra soddisfazione e non a come si senta lui. Dalla sua storia ho capito che la musica, oltre a salvarti la vita, te la può anche togliere. E ho capito che la musica non è tutta uguale, puoi trovare soddisfazione in un certo tipo di musica, ma non in un’altra, che è sempre la tua, ma non è la stessa cosa, per tanti motivi. Non esiste un antidoto che si chiama Musica e qualsiasi cosa tu faccia o ascolti va bene. Il cugino di mia moglie (Gilberto) è molto appassionato di musica dal vivo e ogni volta che c’è una festa con un concerto lui va. L’importante è che sia nel raggio di 5 km, di più non si muove. “C’è la musica?” ti chiede, e puoi stare sicuro che se c’è, lui è là. Qualsiasi tipo di musica dal vivo, no problem, lui la ama tutta, lo fa stare bene. Possiamo dire che Gilberto sia il Pino Presti degli spettatori di concerti e che il suo sia un approccio totale, bello. E questo è il gilbertismo.

E tanti pensano sia sempre così, cioè una volta che gli hai detto che ti piace molto ascoltare musica sei fregato, da quel momento ogni volta che si parla di qualsiasi musica loro ritengono opportuno coinvolgerti. Alcuni ti mandano anche dei messaggi vocali. Ma può anche succedere che uno non ce la possa fare e che quindi abbia bisogno di una musica precisa, scelta, proprio quella, no un’altra. Non la devi solo scegliere, dev’essere quella giusta, è più un processo di conquista nei tuoi confronti, tu la ascolti e, o subito o più tardi, senti che c’è un terreno comune su cui vi muovete, che lei parla di te e che ti comprende, che tocca le corde giuste. Non sono un musicista e il mio è il punto di vista di un ascoltatore ma credo che il processo per un artista sia simile. Nel momento in cui un musicista scrive qualcosa, o partecipa alla scrittura, quello che crea è suo fisicamente, nel senso che l’ha generato lui, che ha partecipato alla creazione, ma questo non significa che abbia fatto la cosa più vicina a se stesso. I motivi per cui un artista s’imbarca in un gruppo (tipo Cornell negli Audioslave) possono essere tanti, credo (economici, per tenersi occupati o altro), e si può pensare di fare la cosa giusta, quella che ti darà di nuovo soddisfazione, ma poi la soddisfazione non riesci a raggiungerla e allora la musica non è davvero tua. Puoi fare musica X per anni e poi iniziare a fare musica Z ed essere soddisfatto oppure no. Così come puoi ascoltare una musica X per anni e poi scoprire altri generi, lasciarli scivolare sul piano inclinato della tua indifferenza oppure trovare un nuovo amore.

Quindi, può esserci un tipo di musica che ti piace più di tutte ma puoi avere anche altre anime, che ti fanno essere un po’ Gilberto ma non proprio Gilberto. Il mio rapporto con il noise metal è così. È diverso, per esempio, dalle fasi delle salse che metti dentro al toast. All’inizio, intorno ai 20 anni, ci metti il Ketchup, poi inizi a metterci la mostarda e sembri non voler più smettere. Ma arriva il momento in cui metti solo la maionese, per poi scoprire la salsa allo yogurt, speziata o meno. Infine, quando sei più grande e hai la gastrite, non metti più salse. E ogni volta che passi da una fase all’altra, della fase precedente non ne vuoi più sapere, chiuso, non se ne parla. Ecco, con certa musica che mi piace non è così. Ci sono cose che non riesco ad ascoltare nemmeno più da lontano – tipo andavo matto per i Guns e adesso non ce la faccio proprio – ma non è con tutto così. Mi piace ancora Madonna, appunto. E per tanto tempo ho ascoltato altro ma una volta che in me è stato posato il seme del noise, è cresciuto, lentamente – e ci mancherebbe che io andassi veloce – ma è cresciuto. Il seme è stato Stag dei Melvins (1996) e da lì ho scoperto quel miracolo dei TAD, il perfetto anello di congiunzione tra il grunge e il noise metal, poi gli UNSANE e la AmRep. Era come se quelle ritmiche lente e pesanti mi ipnotizzassero, tirando fuori un’energia latente, non proprio afferrabile e utilizzabile, ma presente e viva. Una figata, completamente diversa da gruppi che già amavo. 

Ancora adesso, quando ascolto noise metal, sento la stessa cosa. Tra i miei eroi del noise metal di adesso ci sono i BENNETT. Che poi forse non si possono definire proprio noise metal, forse noise core, post hard core, forse tutte queste cose insieme. Ma insomma, la prima volta che li ho visti dal vivo sono rimasto impietrito, era come se mi cullassero in modo speciale, con le loro urla senza senso. Conoscevo già i Disquieted By che mi avevano fatto esattamente lo stesso effetto, e che avevo sperato tantissimo di vedere dal vivo, poi tra una cosa e un’altra è successo una volta sola. Una sola, ma indelebile. E i BENNETT dal vivo sono granitici, compatti e lentamente scattosi. I loro stop sono come un fermo immagine, c’è stato qualcosa prima e ci sarà, nell’immediato, qualcosa anche dopo, qualcosa che ti aspetti, che rimane per un attimo fuori campo, poi rientra e crea un’attesa che ti fa esplodere. Oddio, è una cosa che si può dire di ogni genere che usi lo stop and go, ma durante quel primo concerto avevo fatto una foto in cui David (il cantante) era preso a metà di un movimento, in quell’attimo in cui si era stoppato seguendo lo stop della musica, il che rendeva precisamente quest’idea. Ed era un po’ come le copertine degli UNSANE (tipo Wreck o Scattered, ma anche Blood Run) che lasciano sempre qualcosa fuori campo, qualcosa di violento. Io da quel momento penso ai BENNETT come alla band degli stop e delle ripartenze più potenti dell’universo (senti The season, la seconda di II, il disco nuovo; oppure Hurricane, la sei). Però i BENNETT non sono un gruppo violento. Non sono solo capaci di unire il noise metal a delle melodie catchy, cosa che credo sia una caratteristica del genere, ma spingono tantissimo nella direzione catchy, senza perdere di vista il suono peso (Red H(v)elm(v)et). E in più spingono moltissimo in direzione scrittura (Distant): le loro canzoni sono piene di svolte improvvise, di cambi di giro sorprendenti. In Romagna si chiama ARSIÓUR, quella foga di muoversi, di fare, di cambiare. È proprio una specie di scadore, un pruritone che non ti fa stare fermo, né con il corpo né con la mente, un moto perpetuo, una ricerca continua. In II si traduce in tanti cambiamenti di intensità e ritmo, dentro ogni canzone, e nel non essere mai fermo anche quando è fermo. Tutto questo, insieme alle lande desolate di ritmo sempre uguale che riescono a creare (All right), rende i BENNET gli eroi del noise sludge metal arsiòur core in Italia. Almeno per me, eh.

Questo tipo di cose non è sempre stata la mia comfort zone, ma mi ci trovo benissimo lo stesso. Negli anni ho preso confidenza col genere ma non è quel tipo di confidenza che mi permette di dire che si tratti di una vera e propria comfort zone. Che poi io sono un po’ in fissa con gli UNSANE, ma i BENNETT possono essere avvicinati anche a Torche o Cherubs. A proposito di Cherubs, in fila a un loro concerto qualche anno fa sentivo quelli davanti a me che elencavano le volte che li avevano visti dal vivo, o tutte le volte che avevano visto un concerto noise o sludge metal in vita loro. Una volta nella mia città si diceva che uno che si vanta, “sborra”. Ecco, loro sborravano un casino. Praticamente avevano visto solo di quella. Io invece no, per me era uno dei primi concerti noise. Uno di loro a un certo punto però ha detto che uno dei concerti più belli che avesse mai visto era quello dei Lemonheads, “uno dei miei gruppi preferiti anche se non c’entrano un cazzo”, cit.. Gli altri lo guardavano storto ma io lo volevo abbracciare come un fratello, però ho lasciato stare. Questo per dire che le nostre comfort zone principali s’incrociavano ma soprattutto trovavano altre comfort zone parallele in territori più o meno vicini. Individui te stesso, quello in cui ti riconosci e ti sei riconosciuto per anni, ami tutta quella roba lì senza la quale non potresti neanche esistere, ma ci può essere anche una parte di te che va in un’altra direzione, che fa sempre parte di te, non è minore, non è inferiore, né meno importante, né in contraddizione. È un altro lato. È possibile sentirsi a casa ascoltando un genere, ma anche un altro, con uno sei nella tua casa di sempre, con l’altro nella tua casa nuova, che senti che sta diventando una seconda casa, o semplicemente una delle case. Ogni volta che attacco il nuovo disco dei BENNETT sento un brivido di casa, non è la mia solita casa, quella in cui abito da una vita, ma è la mia casa. Del resto, casa è dove la fai*.

Bennett II (il cui vinile voglio ricordarlo è color MOSTARDA) lo ascoltate e comprate qui:

*cit. Wanda Maximoff

E poi, era l’ora di una birra 

Mississippi stumbling

Una volta siamo stati sul Mississippi, nell’estate del 2008. Viaggiavamo in macchina e al nostro arrivo a Memphis abbiamo parcheggiato in un bel parcheggio coperto, di quelli in cui si vede anche il ferro arrugginito sotto al cemento armato. Il custode ci disse di non tornare dopo le 21:30-22 perchè era pericoloso. Trovammo da dormire in un motel in cui non vollero la carta d’identità ma ci chiesero da dove venivamo e poi risposero “dov’è l’Italia?”. A quel punto, ci siamo chiesti “perchè, già, siamo venuti in questa città?”. Poco dopo siamo andati a fare una passeggiata sul Mississippi e, solo guardandolo, abbiamo trovato la risposta. L’avevamo raggiunto dal centro della città. Vedendolo da lontano, ci siamo emozionati. Per arrivare sul lungo fiume c’erano delle scale e le scendemmo quasi di corsa, non guardando dove mettevamo i piedi. Io inciampai quasi decapitandomi. Ma mi rialzai senza un graffio. Avevo qualche anno di meno.

Il Mississippi era enorme. Ci rapì per circa un’ora poi ci allontanò, scagliandoci contro uno stormo di libellule molto grandi, una macchia nera nel cielo terso e bollente, da cui scappammo risalendo le scale, perchè sembrava davvero che fosse lì per cacciare noi. Io sono inciampato in uno scalino (forse lo stesso di prima), ho avuto paura di finire tutto smozzicato da quel nugolo scuro, anche se sapevo che le libellule sono innocue (la paura rende scemi). Ma mi sono rialzato incolume e siamo andati a bere una birra in un bar su Beale Street, vicino al BB King Blues Club. Una bella serata.

Prima di arrivare a Memphis eravamo stati a Oxford, Mississippi. C’eravamo andati soprattutto per visitare Rowan Oak, la casa di Faulkner, ma è stata una tappa sorprendente per tanti motivi. Visitare Rowan Oak è stato come visitare una casa di campagna qualsiasi, solo che era la casa di campagna di Faulkner. Gli appartenne dal 1931 fino alla morte, quindi dopo “L’urlo e il furore”, ma fate conto che questo significa che dentro ci scrisse (per esempio) “Oggi si vola” e “Assalonne, Assalonne” (che mi venga un colpo!).
Il secondo motivo per cui Oxford fu sorprendente è il suo centro cittadino, veramente confortevole, a misura d’uomo, come piace a me.
E nel centro della città, proprio affacciata sulla piazza, c’è il terzo motivo: Square Books, la libreria. Fondata nel 1979, è una delle più belle librerie che io abbia mai visto. Vi si respira un’aria da letteratura americana del XX secolo, è disordinata e ordinata allo stesso tempo e al punto giusto, e ha mobili in legno di ciliegio rovinato e una sezione di letteratura per i ragazzi paurosa. Abbiamo comprato una tazza da té con il logo ed è ancora intatta, non l’ho ancora rotta: questo mi sembra un segno.
Il quarto motivo per cui Oxford è stata una visita incredibile è il Proud Larry’s, un club. Stavamo cazzeggiando in giro quando all’improvviso è arrivata l’ora di una birra. E in quel momento eravamo, guarda caso, proprio davanti al Proud Larry’s, siamo entrati, abbiamo bevuto e uscendo abbiamo visto il programma della serata. C’era un concerto, suonavano tali Hold Steady, tu li conosci? mi ha chiesto la Fede, no, sarà un gruppo ska, ho risposto io. Stasera ci torniamo ha detto la Fede. Va bene ho detto, speriamo non sia un gruppo ska. E alla sera ci siamo tornati, dopo essere passati a rinfrescarci all’ostello.
L’ostello è il quinto motivo per cui tornerei a Oxford anche oggi stesso. Era in realtà una casa in mezzo alla campagna, un tempo in mezzo a una piantagione, un posto incantevole, fuori tutto bianco, con il colonnato altissimo davanti, la corte interna, stanze distribuite sotto i portici, sedie a dondolo di fronte all’ingresso e aria condizionata sempre funzionante, anche di notte. Ecco, questa in realtà è una cosa che ci ha fatto un po’ soffrire, in senso fisico proprio. Dentro, ci saranno stati 15 gradi. L’aria non si spegneva dalla camera e non si spegneva da nessuna parte. Disperati, la prima notte siamo andati a suonare al campanello del padrone, nel buio della campagna (non c’erano tante luci), per capire come fare, lui è venuto alla porta in mutande dopo mezz’ora, ci ha spiegato che c’era solo un interruttore centralizzato per tutte le stanze e ci ha svelato faticosamente dove diavolo fosse. Era stupitissimo che volessimo bloccare l’aria – del resto quando ci aprì la porta da dentro casa sua uscì il vento dell’Antartide – oltre che scocciatissimo perchè l’avevamo svegliato per una sciocchezza simile. La mattina dopo, i nostri vicini, marito e moglie, potevano avere sessantanni, si sono arrabbiati perchè avevamo spento tutto, “there are 40 degrees outside! 40! Outside outside outside” dicevano, ripetendo outside alternandosi, prima uno, poi l’altra. Mah. Io mi sono vergognato tantissimo ad andare a suonare al padrone di notte, ma che cazzo, 15 gradi. Inside. 

Il posto comunque era bellissimo, un sogno, dovevamo starci una notte, ne abbiamo fatte quattro o cinque, e abbiamo trovato con facilità un compromesso per l’aria condizionata con i vicini: se ne sono andati subito senza salutare e per tre o quattro notti siamo stati soli, in tutta la mansion. Essere soli era figo, ma anche spaventoso. 

Una breve parentesi, giusto per dare un inquadramento climatico-politico-religioso. Ho già detto dell’escursione termica giorno/notte. Un pomeriggio, usciti dalla mansion per andare in centro, all’improvviso ha iniziato a piovere che dio la mandava. Si, perchè, se piove così, da quelle parti è perchè Jesus Lord l’ha voluto, per punirci o per premiarci, dipende dai punti di vista, ma comunque Jesus Lord va ascoltato, e capito, e ubbidito. Un scione d’acqua come non avevo mai visto, con gocce fredde come il ghiaccio. Eravamo in macchina e ci siamo fermati perché non si vedeva niente, e perché non capivamo se Jesus Lord volesse punirci per l’aria condizionata o per altro. Eravamo comunque certi che fosse una punizione, quindi ci siamo fermati. Dopo 20 minuti è tutto finito e sono tornati i 40 gradi, ma li ricordo come i 20 minuti più apocalittici che io abbia mai vissuto. Tutto lavoro in più per Bubba, il custode della mansion, che avrebbe dovuto sistemare tutto il casino fatto dal vento e controllare i fiori e le piante, distrutti dalla pioggia torrenziale. Chissà quante volte gli toccava in un anno (Jesus Lord is a capitalist). Piantava e ripiantava, perché tutto doveva essere sempre in ordine, diceva il padrone. Bubba custodiva tutto il terreno intorno, ettari di campi sterminati senza un albero. Era nero, muto, grande e grosso, comunicava solo con suoni gutturali e indossava una salopette di jeans e una maglietta stracciata, sempre. E si chiamava davvero Bubba, ce l’ha detto il padrone quando ce l’ha presentato. Soprannome razzista? Nomignolo latifondista? 

Oxford è davvero bella, per la mansion e per tutti i motivi che ho detto. E per il concerto degli Hold Steady. Alla sera (la sera prima della notte del blitz dal padrone? boh, non ricordo) ci siamo tornati davvero, al Proud Larry’s. Il concerto fu bellissimo. In tutti i negozi di dischi in cui sono andato dopo, ho cercato qualcosa della loro discografia e l’ho completata quasi tutta. Anzi, mi sa tutta, fino a lì. Quello era il tour di Stay Positive – che comprai durante il concerto oltre a una shopper che custodiamo ancora come la shopper con la miglior stoffa di sempre, bella grossa – il loro album migliore. Fino a quello di quest’anno, Open Door Policy, che è in assoluto il migliore che abbiamo mai fatto, dove tutti gli strumenti si equilibrano come mai prima d’ora e le canzoni sembrano scritte con un filo di gas. Talvolta la musica è triste e la voce si staglia più decisa. Ma questo l’hanno sempre fatto. Ascoltare Open Door Policy è come viaggiare negli Stati Uniti, una volta sei nel Missouri, un’altra in Oklahoma, un’altra ancora non so dove, tipo in Illinois. Avventuroso.

Il Proud Larry’s era pieno quella sera. A concerto iniziato, un local si fermò accanto a me e mi disse nell’orecchio (non so perchè, non lo conoscevo) che quello sarebbe stato l’ultimo tour nei piccoli club, che poi sarebbero esplosi e avrebbero fatto concerti negli stadi. Non è successo, almeno non negli stadi. Però in festival importanti si. Il tipo lo diceva per fargli un complimento, era gasatissimo e in buona fede, e in effetti Stay Positive è stato probabilmente il loro maggior successo ma è meglio che sia andata così, penso, cioè che abbiano avuto un po’ di successo ma non uno sfacelo. La loro musica sarebbe diventata Bruce Springsteen, bastava un attimo. Io, dal canto mio, gli Hold steady non li conoscevo fino a tre ore prima e al tipo non risposi niente. Lui non mi cagò più, io andai al banchetto del merchandise e tornando inciampai giù dalle scale di fronte al bar, ma (ancora) non mi ruppi un piede per miracolo, forse perchè ero più giovane ed elastico, o forse perchè il giorno dopo dovevo essere agile per lasciare la mansion e guidare, con gli Hold Steady a rota e al fianco della donna che 12 anni dopo sarebbe diventata mia moglie, fino al Mississippi. 

Il concerto fu bello perché

– il cantante (Craig Finn) aveva una carica interminabile, quella è gente che deve dirle certe cose sennò esplode;

– un po’ cantava un po’ faceva dello spoken word abbastanza hard core;

– avevo carpito che in una canzone diceva “the early 77 Seconds”, e avevo carpito bene (la canzone è “Stay Positive”);

– hanno suonato da dio;

– avevo visto molto carico il tastierista (Franz Nicolay), che poco tempo dopo se ne andò, mi sono chiesto il perchè, ma effettivamente avevo notato che la tastiera era un po’ invadente. Adesso è tornato ed è molto più sulle sue;

– tutti sul palco facevano qualcosa anche quando non suonavano, facevano gli stupidi intendo, si divertivano;

– Craig Finn, tra un verso e l’altro delle canzoni, spostava di scatto il microfono alla sua destra, proprio come Axl Rose, ed era bello perchè, pur avendo l’aspetto di un nerd con pochi capelli, Finn aveva la movenze di una rock star che si mangia il palco, con garbo, senza strafare, ma indiavolato;

– avevo scoperto da un’intervista su un giornale locale che Finn è di Minneapolis, come gli Husker Du;

– gli Hold Steady non fanno ska ma una specie di punk rock revival e un po’ heartland rock, definizione che ho scoperto oggi e che significa tipo Tom Petty o Springsteen, il rischio è sempre in agguato vedete?, ma gli Hold Steady l’hanno per ora sempre scongiurato, non rinunciando però a timide somiglianze alla Vespa dei Lunapop. Che assurdità.

Ed ecco un po’ di video della serata:

https://youtu.be/PthaQA92nKE

https://youtu.be/8zcelLn1qHg

https://youtu.be/Qg02wb6GkqI

Ed ecco il disco nuovo

https://theholdsteady.bandcamp.com/album/open-door-policy

Ciao