Agosto, nel 2014, arrivò come tutti gli altri Agosto degli altri anni. Godersi le ferie, forse andare via per qualche giorno, magari rivedere qualche amico che è da un anno che non vedi. Nel 2014, a casa, avevamo pianificato tutto tranne l’aereo almeno da aprile: un bel giro in macchina in Sicilia, con partenza non intelligente il 12 agosto e ritorno il 19. In Romagna abbiamo il mare, molti lo odiano, ma quelli che ce lo invidiano ce lo invidiano di brutto, i milanesi in particolare. Per loro, la riviera è un sogno e se gli dici che il mare è sporco e la proposta turistica è ferma a 40 anni fa – sempre Liscio tradizionale, Liscio delle nuove generazioni, Liscio di domani, cibo grasso e sale giochi – la prendono sul personale, anzi, sul regionale. Ma cosa dici? È perché tu ce l’hai sempre, vieni a vivere in Brianza poi mi dici. Cose così. L’abitudine nasconde le fortune in effetti. Non averle a portata di mano, d’altra parte, tende a fartele idealizzare. Non so quale delle due posizioni sia vera, immagino che tutto sia relativo, ma sembra davvero una sfida senza fine: sono anni che mi capita di cascarci dentro, alla volta di maggio o al massimo giugno, ogni anno.
Sicché nel 2014 io e la mia ragazza decidiamo di scappare dal nostro mare e andare a cercarne un altro, molto più bello, perché siamo degli irriconoscenti. Nei giorni successivi alla prenotazione, la Fede pianifica tutto, io sono contentissimo perché mi sembra che decidiamo tutto insieme, in realtà decide tutto lei. Siamo carichi: andiamo qui, poi lì, amore ti porto alla Valle dei Templi che non ci sei mai stata, andiamo a mangiare il pistacchio e le mandorle a Bronte e ad Aci Trezza sulle tracce dei Malavoglia. A maggio siamo ancora lontani, siamo nel pieno dell’attesa e l’affrontiamo con serenità. Senonché, iniziano a girare strane voci. Su Facebook, alcuni amici iniziano a spammare date in Italia dei Van Pelt nei giorni intorno a ferragosto. La prima è il 13 a Vittorio Veneto, a Treviso, altro posto in cui c’invidiano il mare. E noi gli invidiamo il vino. La seconda è fantasma, stanno cercando il posto in cui farla. Poi, una mattina, viene fuori, boom, all’improvviso: il 14 agosto, all’HanaBi di Marina di Ravenna. In riviera! All’improvviso la riviera romagnola si trasforma nel posto più cool d’Italia, dove tutti festeggeremo il sempre odiato ferragosto, per vedere la miglior band del mondo, insieme agli amici vecchi e nuovi con cui l’abbiamo condivisa o la condividiamo ancora. Dopo i primi minuti di gioia totale, durante i quali in ufficio ho sorriso a 36 denti anche al collega puzzone che mi stava uccidendo col suo alito, ecco che mi arriva l’ossigeno al cervello e con lui anche la verità, crudele: il 14 agosto. Noi partiamo per la Sicilia il 12. Tengo botta, non mando nessun messaggio alla mia ragazza. Tanto sa già tutto. Esco dall’ufficio e mi precipito da lei, che per fortuna lavora in un negozio e uno può entrare quando vuole. Lei va raccontando in giro che quel giorno entrai urlando VOI MI VOLETE MORTO. Io non ricordo che sia successo, voi potete crederci però. Ero al bivio della vita: portare in vacanza la mia morosa in un posto romantico ma anche pieno di storia e letteratura (leggi: fare IL figurone definitivo) o vedere dal vivo i Van Pelt. Non The Lapse o Chris Leo da solo, i Van Pelt, la mia chitarra la mia batteria la mia voce e il mio basso preferiti tutti insieme, anni di fissa su come Chris Leo suona la chitarra, anni di ascolti, gruppo di amici, gruppo di ascolto con gli amici, periodo della vita finito che ritorna a essere il presente tutte le volte che in macchina, sul piatto o con l’mp3 sento quelle tre note di The Good, The Bad & The Blind. Tre note, bastano tre note per fermare il mondo. Tutto questo, il 14 agosto.
Cosa facciamo? Sicilia o Van Pelt? Qualche secondo di indecisione finché lei non pronuncia le fatidiche parole “Se vuoi, possiamo spostare la prenotazione.. partiamo il 14 subito dopo il concerto”. Io dico sì ed equivale a un sì per tutta la vita. “Tutto tranne l’aereo”, ricordate? Decisione saggia, perché cambiare prenotazione senza perdere soldi all’hotel si fa, per l’aereo è più complicato. Problemi da viaggiatore Ryan. E la tabella di marcia si aggiornò in un attimo: prepariamo le valigie, andiamo a Marina di Ravenna, guardiamo il concerto, partiamo subito dopo, E45 fino a Roma, a Fiumicino abbiamo il volo alle 7, atterriamo a Catania, noleggiamo la macchina ed è fatta. Tutto in una notte.
Il 14 dormo buona parte del pomeriggio, verso le 19 partiamo e andiamo a Marina. Mangiamo una piadina cattivissima in un baracchino sulla strada, i Van pelt iniziano a suonare, fanno un concerto stupendo, anche se non siamo tutti lì, alcuni amici mancano, anzi troppi, ma è la vita. Mi risveglio che sto guidando e siamo già arrivati a Terni. Ci fermiamo in un Autogrill dove un uomo e una donna stanno festeggiando il ferragosto in silenzio, fumando dentro al locale, sopra a un posacenere che ha lo stesso profilo dei monti dell’Appennino che ci siamo da poco lasciati alle spalle, davanti a una birra e al video poker. Minchia. Da quella sera, penso spesso dio benedica la riviera romagnola e quello che ci permette di fare.
Sempre in quei giorni, era venuta fuori un’altra data dei Van Pelt, un secret show in un giardino a Corlo di Ferrara, il 12. Di quella sera, Flying Kids Records e Gringo Records hanno fatto uscire, quest’anno, dopo circa un anno e mezzo, un doppio vinile che inizia con Chris Leo che dice
“Enrico, quando tu sei pronto noi siamo pronti. Pronto.”
E attaccano con The Young Alchemist, Nanzen Kills a Cat e The Good, The Bad & The Blind. Nel frattempo, in quest’anno e mezzo, sono successe alcune cose. Tra queste, un matrimonio (non il nostro) durante il quale a un certo punto ci siamo messi tutti le maschere dello sposo e abbiamo buttato su una chiavetta USB con le sue canzoni preferite di sempre. La terza era The Good, The Bad & The Blind. Lui non c’era il 14 agosto, ma la sera del suo matrimonio se l’è ballata tutta quella canzone, sotto alla consolle. In questo momento fuori c’è la nebbia grossa e sono in cerca di certezze facili ma a me sembra chiaro che, in quel modo, almeno un po’ di quella serata di un anno e mezzo fa allo sposo gliel’abbiamo restituita.
Al contrario, Tramonto, seppur in altro luogo, della serata del 14 agosto 2016 non ne restituisce solo un po’, ma ridà tutto: i momenti di esaltazione, di commozione e quelli di divertimento. In più, ha l’intimità propizia di un secret show, a un metro da quel nano con le espadrillas e il tirabaci che è Chris Leo. Che alla fine del disco, per presentare l’ultima canzone (St. John the Divine), chiede al pubblico se qualcuno la conosce, uno risponde di si e lui inizia a urlare “Bugiardo! Lui menta, lui menda!” e poi dice una cosa come: “aiscek e faindeeee.. ee fvadello”. E i Van Pelt attaccano, chitarra, basso e batteria incastrati come solo loro li sanno incastrare. Simpatia e saper suonare. Che è poi quello che offriamo noi qui sulla riviera romagnola.
Poco tempo fa parlavo con un amico – anche lui alla soglia dei 40 – che una volta suonava la chitarra e adesso, per fare dell’elettronica, si è comprato una stazione che neanche Demdike. Lui diceva: “Le chitarre sono finite, ferme a ripetere il passato. Non c’è più niente da sperimentare, il massimo che si può fare è mischiare le carte in tavola. Non ascolto più quella roba. Invece, la musica elettronica non ha limiti”. Il condizionamento delle cose che ci piacciono da tempo a volte oltrepassa il limite del lecito, ci rende ciechi di fronte alle novità interessanti ed è giusto rompere questo tipo di routine, per esempio con l’elettronica e tutto quello che contiene, per chi come me non è un vero ascoltatore di quel genere. Una regola bella da seguire è tenere sempre gli articoli di Valerio Mattioli sul comodino e seguirlo negli ascolti, perché c’è un mondo fantastico, ma non smettere di ascoltare le chitarre, perché c’è un mondo fantastico.
L’editoriale di Rossano Lo Mele su Rumore di questo mese è dedicato al passato in rapporto al presente e dice che la retromania è diventata la norma. La musica di 20-30-40 anni fa viene suonata ancora dai protagonisti dell’epoca (quelli vivi) o dagli emuli, cioè cover band o simili. Lo Mele fa riferimento solo a queste due categorie di persone: emuli e protagonisti dell’epoca. Non cita i gruppi nuovi che prendono come riferimento i modelli del passato e fanno musica originale. I modelli magari sono un po’ confusi, sovrapposti, ma il legame con quei modelli è forte ed evidente. Se parliamo di anni ’90, quelli in cui io e il mio amico 40 enne abbiamo lasciato il cuore anche se facciamo finta di no, nel 2014-2015 di gruppi che si rifanno a Pavement, Sonic Youth, i My Bloody Valentine e Dinosaur Jr ne sono usciti moltissimi. Nel 2016 ce ne sono stati meno, nel 2017 forse tutto sarà finito, ma al momento la proposta è da tenere in considerazione. “Un passato che risponde presente. Per ora. Prima di dire: futuro” scrive il direttore di Rumore. Ma quella proposta rappresenta già in qualche modo il futuro. Non è musica nuova ma la generazione che la suona è per lo più giovane, mette le proprie idee a disposizione del passato per cui nutre una passione forte ma fa molto di più rispetto alle band tributo: scrive canzoni originali, rinnova i generi di riferimento. Il valore creativo è superiore e le canzoni sono una lettura sveglia, fresca e creativa dei modelli. Non succede in tutti i casi ma a volte si. In questo senso, Nude Cavalcade dei Clever Square e Foil Deer degli Speedy Ortiz sono le migliori uscite di questi anni, tra quelle che ho sentito io. Altri risultano più legati ai riferimenti, ma hanno fatto uscire comunque dischi che suonano bene, immediati e veri. Tra questi, non so, giri il mondo su internet, ascolti gli Ought di Montréal e i Cheatahs di Londra. Poi, un giorno, finisci a Zola Predosa di Bologna. Che cazzo ci potrà mai essere a Zola Predosa? La mortadella. E invece, sistemati li tra un Pignoletto e un Palazzo Albergati, ci sono i Big Cream, che fanno la musica con le chitarre di 20 anni fa, con modelli dichiarati esplicitamente e con molta goduria, e la fanno in un modo che ti brucia lo stomaco da che suonano sinceri e vogliosi di fare. Perché infatti il punto è anche questo. Non è importante tanto che vengano scardinati i modelli, quanto che la musica venga suonata con la carica di chi ci mette nuove energie. Dove e quando meno te l’aspetti, puoi trovare un basso una chitarra e una batteria che avresti perso se avessi smesso di cercare su quella strada, in direzione opposta rispetto all’elettronica, agli emuli o ai vecchi protagonisti.
I Big Cream hanno fatto un ep in primavera e adesso sono usciti con uno split con i Flying Vaginas, The Days Of Juice And Daisies. La canzone dei Big Cream si chiama Gatlin. L’ho ascoltatadiverse volte tutta e poi a un certo punto ho iniziato a farla partire dal minuto 3:08. Perché da quel punto ho trovato un basso, una batteria e una chitarra che ricordano per ritmica e incastri Youth Against Fascism dei Sonic Youth. E come 20 anni fa ho fatto ripartire 12 volte Youth Against Fascism dal minuto 1:40, oggi ho ascoltato 12 volte consecutive Gatlin dal minuto 3:08. Come se non avessi mai sentito una cosa simile e dovessi trovare chissà cosa. Non c’è niente di propriamente nuovo lì dentro, ma c’è ancora qualcosa che devo scoprire. E come m’immaginavo saltare in quel punto di quella canzone a un concerto dei Sonic Youth quando ancora non li avevo visti dal vivo, adesso m’immagino non saltare (alla mia età, mi spaccherei un ginocchio) ma almeno muovere il mento su e giù in quel punto di Gatlin al concerto dei Big Cream, che ancora non ho visto.
Che poi, quel momento di Gatlin è solo l’inizio della sua parte finale. Prima, la canzone è una corsa attraverso il noise rock e lo show gaze in due giri di intro, strofa e ritornello. Ha lo stesso piglio deciso di What a Mess di Creamy Tales (l’ep), è meno ripetitiva e le parti sono sistemate diversamente, sono più esplosive, una dopo l’altra fino alla fine. Il che è sicuramente una crescita rispetto all’ep. Il concetto di crescita in poco tempo mi affascina, perché è il risultato di una necessità che si sfoga appena deve e con irruenza. Sei preso bene con la roba che fai, scrivi pezzi nuovi che diventano grandi nelle tue mani e non vedi l’ora di chiuderli per farne altri. Le cose cambiano continuamente per te, sta in quelli che sono fuori rendersene conto.
L’altro lato dello split è dei Flying Vaginas, che sono di Morolo. Non so se sia meglio (dipende dai gusti) ma loro non li troviamo tra una mortadella e un vino ma tra i formaggi: famosi sono gli stagionati Grancacio e Ciambella. E dopo aver ricordato ai Flying Vaginas le due cose da cui probabilmente hanno più voglia di fuggire, torno alla musica. La canzone si chiama Gamechanger. Si cambia rispetto ai Big Cream, siamo più verso le melodie dei Cure e le distorsioni dei My Blody Valentine, o dei Cheateas, giusto per fare un confronto senza ragnatele: mi piace quando da un lato all’altro di uno split c’è differenza, evito di confondermi.
Gamechanger ha un giro di basso molto bello, una melodia di chitarra ancora meglio e sotto c’è una chitarra ritmica che riempie ogni parte. La voce svogliata è la ciliegina sulla torta. È un pezzo che inizia con la batteria sopra tutto il resto e alla fine si sente solo il resto. Dalla seconda strofa le chitarre iniziano a impossessarsi della canzone e, aiutate dai cori, portano a un ritornello lunghissimo che chiude tutto nel momento in cui la batteria sparisce. Cioè: c’è ma non la senti più. Il primo ritornello non è cantato, il secondo si ed è più lungo e sfumato: per questo, il finale è una scoperta, è come essere di fronte a un paesaggio bellissimo ma aprire gli occhi e rendersene conto solo dopo un po’. Gamechanger ha quella cosa che hanno molte delle canzoni dei Flying Vaginas, anche quelle di Beware Of Long Delayed Youth (2015): le melodie che ti squagliano. Ma questa è la melodia migliore che abbiano mai scritto. Non subito, ma dopo un po’, appena i Flying Vaginas iniziano a suonare tutti insieme, mi sento a casa, anche se non proprio nella cameretta. Piuttosto, nella capanna degli attrezzi. Mi trovo meno a mio agio con queste sonorità rispetto a quelle dei Big Cream, ma sono grande e qualcuno a questa età doveva pur cacciarmi a fare i lavori da uomo in giardino, in una situazione famigliare ma non del tutto confortevole. Che sia la mia musica preferita o meno, nel caso dei Flying Vaginas è bello sentire quei modelli ringiovanire grazie alle melodie e a una scrittura per niente invadente ma efficace.
I Big Cream hanno circa 26 anni a cranio, fanno la mia musica preferita. I Flying Vaginas hanno forse in media 21 anni, fanno musica che mi piace, e come i Big Cream ci mettono la gioventù. E quel processo lì del sentire crescere le cose e le canzoni è quello che mette dentro alle loro canzoni qualcosa di nuovo, comunque. La fotta di fare le cose è il motore più potente di tutti.
Vorrei avere a che fare solo con i ventenni, basta 40 enni. I ragazzi che fanno le canzoni come si facevano 20 anni fa, ma con quel tocco felice lì, allargano la base di condivisione di quella musica. Il passato non è fatto solo di passato e di presente ma anche di nuova gente che ha voglia di portare nuova forza e di cui, almeno per il prossimo anno o quello dopo ancora (forse), aspetteremo i dischi nuovi. Un futuro prossimo, non anteriore, ma comunque futuro. Il futuro musicale cambia in fretta, a volte è quasi poco più del presente ma, comunque sia, per un po’ (adesso, nel caso dei Big Cream e dei Flying Vaginas) possiamo sempre chiamarlo futuro.
in un giugno che pareva non avesse più niente da dire, e invece continua a gasare
(cit.)
(Mentre scrivevo questo pezzo, il futuro è arrivato ma, per ora, non sembra definire un presente)
Un’interessante prova per i famosi Oasis eroi del britpop, che in questo film si cimentano con qualcosa di nuovo: sborrare.
Supersonic, diretto da Mat Whitecross e prodotto dal James Gay-Rees, quello di Amy che adesso sta girando Maradona, ripercorre solo una parte della storia degli Oasis, dagli esordi fino al concertone da 250 mila persone a Knebworth nel 1996. Solo i primi due album, Definitly Maybe e (What’s the Story?) Morning Glory. Si parla molto di musica, che non è così scontato. Per esempio, Montage of Heckla musica se la caga molto poco. I due documentari sono l’opposto, anche perché Supersonic esalta i Gallagher, anche se erano due stronzi, Montage of Heck fa di tutto tranne che esaltare Kurt Cobain, anche se uno stronzo non era, lo rende un personaggio piatto, l’artista problematico e tossico. Da una parte pompare la band e gasare il pubblico per consolidare il mito, dall’altra screditare il protagonista di fronte a una platea che lo adora per fare in modo che Courtney Love ne esca al meglio. In un altro universo ancora si trova Heaven Adores You su Elliot Smith, che nelle parti più toccanti si abbandona nelle mani del protagonista per tentare di andare il più a fondo possibile della sua personalità.
Ma torniamo ai Gallagher. Oasis Supersonic parte dall’infanzia dei fratelli, descrive la famiglia e inquadra il contesto sociale. Quartieri popolari di Manchester, famiglia di immigrati irlandesi, tre figli (nell’ordine Paul, Noel e Liam), padre ubriacone che picchia i due più grandi risparmiando il più piccolo, madre che scappa di casa con i ragazzi ed è costretta a fare mille lavori. Un disastrone. Noel a un certo punto dice che il padre forse in qualche modo “beat the music” dentro di lui, cioè gli ha infilato la musica dentro a suon di botte, il che rende molto l’idea di quello che il rock’n’roll potesse significare per lui, almeno all’inizio. Ed è simpatìa subito: questo tipo di contestualizzazione rende la loro conquista del mondo una cosa giusta. E quando Noel (o Liam, non ricordo) alla fine del film, nel climax del concerto finale, voce fuori campo, dice che gli Oasis sono stati la prima band a conquistare il mondo partendo dalle case popolari di Manchester, io salgo in piedi sul divano e urlo Hasta la victoria sempre!. Fidel Castro morirà poco dopo l’uscita del documentario portandosi via il ‘900, come hanno detto in molti senza considerare che da tempo Fidel era un vegetale e con lui lo era il ‘900, secolo che sembra lontano anni luce, anche se sono passati neanche 20 anni, considerati tutti i cambiamenti epocali: lo streaming, le auto elettriche, la musica fluida, Matteo Renzi. Comunque, va bene, prima della morte di Fidel, eravamo ancora nel ‘900, e gli Oasis erano ancora un modello di rivincita sociale. Ma adesso che è morto Fidel Castro sono uscito dal secolo breve e sta cosa che gli Oasis rappresentassero la rivincita sociale non mi convince più. Secondo me a loro non gliene fregava niente e l’hanno tirata fuori nel documentario perché fa presa. A loro interessava fare la loro cosa, a Liam stare al centro dell’attenzione con la sua faccia da cazzo, a Noel far conoscere le proprie canzoni a milioni di persone.
Noel era il più schivo e aveva sempre la chitarra in mano. A Liam invece piaceva essere guardato. Se n’è praticamente sbattuto della musica fino a quando suo fratello non l’ha portato a vedere dal vivo gli Stone Roses. Prima che nascessero gli Oasis, Noel scrive canzoni e fa il roadie, Liam cazzeggia, poi inizia a cantare in un gruppo. Noel lo viene a sapere e dice “cosa? hai un gruppo?!”. Liam gli chiede di entrare a farne parte, lui risponde solo se posso essere il leader totale, scrivere i pezzi e i testi, non ne voglio sapere della tua strafottenza che prende il sopravvento sul mio talento. Ok, deal, dice Liam, cacciamo il mio chitarrista e si parte.
Gli altri vengono scelti con un criterio: devono stare cagati. Paul McGuigan (Guigsy), il bassista, Paul Arthurs (Bonehead), il chitarrista, e Tony McCarroll, il batterista, sono proprio le persone giuste.
Trovano un manager quasi subito: Alan McGee (ex Biff Bang Pow!) della Creation Records, che li vede, se ne innamora e gli produce Definitly Maybe. Per promuovere il disco fanno qualche concerto in Inghilterra e va benissimo, poi negli Stati Uniti, e va un po’ meno bene, come per esempio al Whiskey a Go Go, dove Liam scopre il crystal meth. Iniziano a preparare il secondo album, prima non sono contenti del suono, poi si, escono, vendono un botto di dischi, fanno il tour mondiale, anche in Giappone, e dicono “Oh, ‘sti giapponesi sono strani!”. Con questa frase Liam (o Noel, non ricordo) congela per sempre la verità sugli Oasis: di fronte all’incontro di culture ammettono quello che pensano, non dicono uuh che carini questi giappi, mi piace un sacco la loro civiltà, ma si bloccano, l’archiviano come diversa e divertente, folle. Gli Oasis sono questo, sinceri e oasiscentrici, quindi UK-centrici. I loro tour funzionano davvero solo in Inghilterra, all’estero qualcosa va sempre storto, come se non si trovassero. Loro sono il Regno Unito, lo incarnano e sanno di esserlo. È un loro limite di intelligenza, ma è stato anche il loro punto forte, che gli ha permesso di presentarsi così sicuri di se stessi anche se al loro interno l’equilibrio era instabilissimo. Gli ha permesso di diventare il simbolo di molti ragazzi e di vendere milioni di dischi in tutto il mondo. Altroché la rivincita sociale, quello che gli ha permesso di vendere è stata la sborrata.
L’apice di tutto questo si manifesta nell’agosto del 1996, a Knebworth, al concerto in cui raccolgono 250.000 fan su un prato. 2 milioni e mezzo di persone (quasi il 4% della popolazione britannica) cercano di comprare il biglietto ma non ci riescono. Non esisteva ancora il bagarinaggio on line, ma solo quello face to face. Chissà che ruolo ha avuto. Quel concerto è in Inghilterra ma rappresenta la sclerosi per gli Oasis che dilaga in tutto il mondo.
E l’Italia è uno dei posti in cui attecchisce. Ne sono un esempio il mio amico Luge e tutti gli ultracorti a forma di Gallagher che invasero la penisola a un certo punto.
Body Snatching
Si parla di vera e propria invasione. A tal punto che i loro fan acquistavano una sicumera improvvisa, iniziavano a camminare come Liam e ti guardavano con la sua faccia. Per fare questo e tenerli sotto controllo, attraverso le note delle canzoni veniva instillata in loro una vana speranza: fare innamorare perdutamente Patsy Kensit, è possibile solo se diventi come Liam. Era una specie di messaggio subliminale ma non serviva ascoltare la musica all’indietro, era lì, molti venivano conquistati, altri no (quelli che preferivano i Blur), ad altri ancora non gliene fregava un cazzo e in fondo avevano ragione: quando mai il rock inglese ha avuto davvero un senso?
Praticamente Oasis Supersonic è un dietro le quinte del body snatcher realmente successo a metà anni novanta dove gli alieni erano quattro ragazzetti inglesi con alle spalle una squadra di produzione motivata a conquistare il mondo. E anche se i sondaggi davano vincitori i Blur, la presenza degli Oasis era più ingombrante, perché i Blur piacevano agli impacciati, ai goffi. Insomma, tu eri lì che te la spassavi nel ’93 poi nel ’94 ti rendi conto che
the population of your community is being replaced by the Gallaghers.
A un certo punto in Italia hanno iniziato a spuntare fuori come funghi quelli che si vestivano come gli Oasis, con il cappellino da pescatore sugli occhi, il poncio verde, il maglione bicolore con la riga orizzontale e le clark. Posseduti fatti e finiti. Erano anche considerati fighi, cioè avevano un certo appeal sulle ragazze. C’era anche uno che veniva all’università con me che si vestiva così. Era il top, aveva sempre la battuta pronta, studiava 2 ore e prendeva 30, saltellava sulle punte quando camminava (interpretazione sua della camminava a papera di Liam: ultracorto con personalità, 10 punti in più). Era uno di quelli che sapeva di essere considerato un figo, ma faceva il modesto. “Ma no, dai, io non..”. Poi usciva dalla porta dell’aula planando sullo sperma. Una specie di upgrade di falsa modestia di Liam. Personalità dentro all’involucro occupato. D’You Know What I Meeean?!
Ogni tanto qualcuno prendeva anche le sembianze di Noel. Però lui non era un personaggio da avanspettacolo, era meno estetico del fratello, meno poderoso, e se anche qualche posseduto si fosse ispirato a lui, tu l’avresti visto e avresti pensato al fratello, che era il vero logo degli Oasis. Nel 90% dei casi.
Guigsy e Bonehead no si vedevano mai in giro. Ancor meno McCarroll, il più nascosto, tanto che a un certo punto (precisamente 5 giorni prima di conquistare le classifiche d’Inghilterra con Some Might Say) venne cacciato dal gruppo e sostituito da Alan White, fratello di Steve White, batterista di Paul Weller. Più figo, ma non abbastanza come ultracorpo. Ma va bene così, perché la missione dei Gallaghers era quella di conquistare il mondo con le proprie sembianze, non quelle di altri.
Il documentario si ferma al concertone. Poi uscì Be Here Now, per il quale iniziarono a venire fuori le magagne vere. La presa bene dei fratelli finisce di prevalere sulla presa male, le discussioni iniziano a lasciare un segno. In più, per le prime volte si dice in giro che le loro canzoni sono tutte uguali. Ricordo questa discussione tra due miei amici, fan senza ritegno, in cui uno diceva che Be Here Now era fantastico e l’altro che D’You Know What I Meanera un plagio di Wonderwall.
Quindi, fa bene a fermarsi lì, in qualche modo ci risparmiano la poppa della fall dopo la rise che spesso i film musicali ci propinano. Concentrarsi sulla sborra è il segreto per risvegliare i fan vecchi e conquistarne di nuovi. Far vedere Liam che attira l’attenzione con quel piglio da pezzo di merda. Liam che che fonda un gruppo anche se tre giorni prima ascoltava solo l’inno nazionale inglese e Noel che fa sempre il roadie è come se Liam avesse detto a Noel “fratello, a me non me n’è mai fregato un fuck di musica, mi è bastato farmi vedere a un concerto e ti ho superato mentre te eri ancora lì a cincischiare coi cavi degli altri, vieni qui da me valà”. Noel che s’impone come leader sulla carta, io io io. Liam che guarda la telecamera come si guarda uno scarafaggio ed espone la sua filosofia di vita superiore. Noel che dice in TV che è lui che fa tutto ma ai concerti quando canta da solo la gente rimane lì perché ha pagato il biglietto nella speranza che presto torni Liam. Liam torna e se il fratello ha detto qualcosa che non gli va, lo smerda.
(Knebworth, 10 agosto 1996, dialogo:)
Noel: “La storia è qui, adesso, stiamo facendo la storia”
Liam: “Tu, stupida figa, questa non è la fottuta storia, questo è Knebworth”
Noel che lo mena, spacca lo studio e se ne va, lui, leader tecnico e maturo del gruppo, getta merda sul fratello che invece è “intrattabile, incontrollabile, troppo ubriaco per cantare”.
Insomma quel misto di sicumera e instabilità e inquietudine che porta a una manifestazione ancora diversa della spermata: la rissa.
Menare
Gli Oasis si menano tra loro, menano la famiglia anzi, visto che Liam una sera ha rischiato di saccagnare anche suo padre, che li aveva raggiunti dopo 12 anni che non li cagava, sorpresa!, a Dublino, pagato dal settimanale News of The World (quello di Murdoch che ha chiuso nel 2011 dopo lo scandalo dello spionaggio) in occasione della tappa del tour di What’s the Story? Il babbo che mena Noel, Noel che mena gli strumenti e i mixer, Liam che sta per menare il babbo, Liam e Noel che si menano, mena che ti mena, sono riusciti a creare un mito ma anche a entrare nella rock and roll hall of menare, a essere tra i più famosi gruppi della musica di menare (dopo il cinema di menare). Altro gruppo di menare: i Guns and Roses – tornati ancora una volta di attualità in questi giorni perché a giugno 2017 suonano a Imola, e in quell’occasione riaprono l’ospedale per i matti della città lo voglio ricordare – dove Axl menava sempre Stephanie Seymour. Robe vecchie. Che però, producono ancora mito.
Simpatia.
Ho un dubbio, che non significa che io abbia una certezza. Cosa sarebbero adesso gli Oasis se non si fosse creato attorno a loro il mito dei due fratelli che non vanno d’accordo? La loro musica non sarebbe stata la stessa. Ai tempi andava il brit pop, e bona. Ma adesso, voglio dire, ascoltate quei pezzi, c’è un tipo che canta come se avesse una tromba nelle narici e l’altro che suona la chitarra con la flemma di uno gonfio di birra. Adesso, sarebbe stato fatto un documentario se i due fratelli Gallagher non fossero stati i fratelli Gallagher? No, perché il film crea il mito attraverso la rivincita sociale (che, boh), le botte e i litigi. Che parte ha la musica in tutto questo non so. Forse la pompa dei due fratelli ha spinto in alto le canzoni. Ci sarebbe stato materiale musicale per scrivere il documentario? No, ci sarebbero state le riprese dei concerti, dello studio di registrazione eccetera, ma quelle ci sono di tutti i gruppi che fanno dischi e tour. La maggior parte del valore degli Oasis è sempre stato nella carica umana esplosiva dei due protagonisti? Se loro fossero stati più anonimi, le loro canzoni non avrebbero avuto la presa che hanno avuto. Il loro modo di essere piaceva e piace, è contagioso (body snatcher). La camminata di Liam spingeva un bel po’ e spesso ha sfondato. Quella bomba a orologeria di Noel è affascinante. Ubriacarsi o tirare fuori la parte peggiore di se e mandare all’aria ripetute volte il gruppo è un atteggiamento attraente. Solo la musica sarebbe stata sufficiente a conquistare il mondo? Non lo so, e lascio stare perché le cose sono andate così, c’era la musica + i gallagher e non una sola delle due cose. Non posso considerare la storia diversamente dai fatti e dagli elementi che li compongono. È la Storiografia.
Ho letto qui che rappresenta un errore non aver incluso il terzo album nel documentario perché in termini di storytelling è riduttivo e riduttivo. In realtà, era necessario per chiudere la narrazione all’apice del successo, per rendere il grande evento l’atto conclusivo di tutto il racconto e per chiudere la storia decretando il mito. In più, in quei due anni, gli Oasis hanno pubblicato le canzoni che sarebbero bastate, nel senso che di meglio non potevano fare e non hanno fatto. Oasis Supersonic è appunto un film di rise and fall senza la fall. Il motivo sta nel fatto che Liam e Noel non volevano raccontare tutta la loro storia ma solo la parte più figa, quella che li ha lanciati in orbita, quella in cui ancora droga, alcol e botte erano più che altro delle gag, non quella (immediatamente) successiva che li ha portati verso la fine. Alla fine di agosto 1996, viene interrotto il tour negli Stati Uniti, Noel strippa perché Patsy gli sembra Yoko Ono e Liam guadagna di più in diritti d’autore… Fino al 28 agosto 2009 quando i fratelli si menano per l’ultima volta, annullano una data a Parigi e le successive (di cui una a Milano) e Noel se ne va per sempre, perché non sopporta più Liam. Perché raccontare tutto questo se vuoi creare un mito. Sarebbe controproducente, farebbe venire a galla che gli Oasis non sono solo botte per la bolgia.
È un documentario davvero simpatico. La prima cosa simpatica è che nel documentario esistono quasi solo gli Oasis. Solo due volte (vicinissime tra loro) si sente qualcuno che dice la parola “blur”. E basta così, la contestualizzazione è tutta qui. Non che sia obbligatorio contestualizzare bene in un documentario autocelebrativo, ma è divertentente il modo in cui non viene fatto.
(Dell’amicizia con Evan Dando dei Lemonheads nessuna traccia).
La seconda cosa simpatica è il ruolo del calcio. I fratelli guardavano sempre la partita mentre registravano e quelli sono i momenti più sinceri, oltre a quando sono sbronzi. Ciao, sono Liam, anni: 20, ruolo: capitano, squadra: rossa, città: Manchester, VIVA IL CALCIO.
La terza cosa simpatica è una cosa triste. In alcuni momenti del documentario vedi che Liam parla alla camera e Noel che gli sta dietro. C’è questa tensione per cui il più piccolo prende il sopravvento sul più grande perché vuole stare al centro dell’attenzione, il più grande subisce e dice vacca troia sto stronzo. Succede anche sul palco. Lo dice con gli occhi, però sta zitto, si vede benissimo. Fa passare un po’ di tempo, va in studio e lo mena, veramente, visto che lo distrugge. E la news finisce sui giornali. Nessuno credo abbia mai rimarcato abbastanza l’importanza del fatto che Noel non scoppiava subito dopo il misfatto, ma dopo qualche ora. E che la sua incredibile ira arrivava all’improvviso. Mentre Liam aveva sempre la manopola del volume a palla. Per questo da ora in poi in eventuali conversazioni li chiamerò Turbo Liam e Noel il Diesel. Tutto questo, però, mi fa notare che esisteva quel Noel ed esiste il Noel di oggi, che è diverso e che esce dal documentario un po’ come il comandante della nave. Si rifà. Lì per lì sembrava quello che soffriva e basta, che faceva tutto ma stava cagato ed esplodeva a volte all’improvviso, oggi appare come il saggio, che racconta la storia avendo capito l’importanza del ruolo di entrambi i fratelli. In fondo, è lui che ha dato il colpo di spugna finale. Liam, invece, sembra sempre uguale, sia nel documentario sia quando lo leggiamo oggi sui giornali. Insomma, va bene consolidare il mito, va bene non raccontare tutto, vanno bene le botte e la sborra, ma bisogna andare avanti. E, dopo tutto, in Supersonic un legame col presente, e forse col futuro, c’è. Non è solo nostalgia del passato. Alla fine, è tra Montage of Heck e Heaven Adores You: un po’ scredita un personaggio, un po’ ne racconta la personalità. Ma soprattutto è la rivincita di Noel il Diesel, il Saggio.