(Musical) Guilty Pleasure, la sottile linea tra la sana vergogna e la moda

Guilty pleasure

Mettere se stessi di fronte a un guilty pleasure era più difficile una volta. Era una lotta tutta interiore, perchè era dura ammettere a se stessi di gradire una cosa di cui ci si vergognava miserabilmente.
Era. Il motivo del sorpasso è da ricercare nei locali frequentati nel corso degli anni. E sono sicuro di parlare a nome di una GENERAZIONE intera. Ah, qui si parlerà di guilty pleasure musicali.
Gli anni sono passati e sono passati, nel senso di trapassati, anche molti locali. Sono cambiate le attitudini, e l’attitudine. Trascorso qualche anno dall’ultima volta che i nostri genitori ci sono venuti a prendere fuori dalla pizzeria, abbiamo iniziato a frequentare posti improponibili in cui le musiche di possibili guilty pleasure venivano sparate a palla e a tutto volume, per far ballare la gente con leggerezza. Mi riferisco alla musica di Daitan o a quella di Jeeg Robot d’acciaio che per un certo periodo di tempo hanno spopolato, più la prima che la seconda. Il Dj che le metteva su era “un pò matto”, “un fuori duro”, uno che di solito era un giusto musicale ma che aveva questo vezzo un pò eccentrico di ascoltare a casa sua le sigle dei cartoni animati e di riproporle con arroganza quando diciamo così suonava. Mai nessuno che dicesse eccheccazzo, era facile pensarlo, ma mai nessuno che lo esplicitasse, nemmeno io. Pensavi: aspide, ma se lui non si vergogna ad ascoltare ‘sta cosa, perchè mi devo vergognare io ad ascoltare le mie robe segrete? E ti gonfiavi, acquistavi sicurezza.
L’atteggiamento spavaldo del Dj poteva avere due effetti sugli altri: o facevi il contrario e ti chiudevi a riccio, o facevi come il Dj e diventavi la maschera del guilty pleasure.
Ancora oggi succede: può capitare di entrare in uno dei tuoi locali preferiti e sentire cose che se gli altri sanno che le ascolti a casa come minimo ti danno tutti i soprannomi possibili. Ma ormai siam grandi e il Dj non ha più alcun potere su di noi: abbiamo scelto.

Se si parla di guilty pleasure è opportuno e giusto precisare una cosa. Cioè: tutti i piaceri colpevoli possono essere ribaltati, quello che è guilty pleasure per me è un piacere ammissibile o una passione irrinunciabile per qualcun’altro e viceversa. La certezza che tutti abbiano dei guilty pleasure diversi ci rende interscambiabili. Poniamo per esempio di scambiarci i locali che frequentiamo: chi è abituato ad andare al Pineta vada al Rock Island e chi è abituato ad andare al Chiringuito vada al Bronson, così vediamo che il nostro guilty pleasure è bello veramente per qualcun altro. A quel punto o ci ammazziamo a vicenda o facciamo tutti, nessuno escluso, pace segreta con i nostri gusti impresentabili. È la via dell’amore, non tutti possono essere d’accordo.
Dicevo che il Dj che metteva su Daitan può aver avuto due effetti: implosivo o esplosivo. Il problema più grosso sta nel fatto che, in molti casi, la parabola iniziata nei primi locali che pompavano la musica della vergogna si è conclusa nelle azioni e nei gusti di quelli che hanno fatto del guilty pleasure una moda: tutto quello che una volta sarebbe stato, se reso noto, degno dell’esposizione al pubblico ludibrio, ora è trendy. E vale per quelli del Rock Island e per quelli del Chiringuito, solo che non ce ne rendiamo conto perchè frequentiamo, in linea di massima, solo una delle due sponde.
Non c’è più vergogna e non esiste più riservatezza e penso di poter afferamare che anche questa è una conseguenza del mediasettismo: ci si vanta di cose che si fanno per le quali non c’è nessun motivo di vantarsi. Chi ha interpretato quel Daitan come un’esortazione a rendere pubblici i piaceri (musicali) più segreti ha sbagliato. Bisogna ammettere che c’è stata un’evoluzione: oggi non è Daitan a essere diventato cooly, ma sono i suoi derivati, non i derivati lungo la linea del genere musicale musica per cartoni animati ma i derivati secondo la linea del ora è fashion quel che una volta era trash. Da un pò di anni la tendenza s’ingrossa, non è una novità.
Daitan doveva servire per se stessi, per riuscire oggi ad ascoltare con più serenità quello di cui ci vergognamo, e vergognarci ancora, ma un pò meno, in privato, soli, di fronte a una radio, al massimo nell’abitacolo della macchina con i finestrini chiusi: questo è l’atteggiamento implosivo. Vergognamoci ancora, ritagliamo ancora un pò di spazio per il nostro lato peggiore, non uniformiamo anche quello che non è uniformabile.
Tra l’altro: mai lasciare traccia di un guilty pleasure, mai comprare un cd guidati dal demone.
Un’altra cosa è certa: Daitan è universale e ha generato tutte le tipologie di mostri possibili. C’è chi, dopo esser stato costretto a sorbirsi Daitan, è finito al Cocoricò e chi è finito a fare il (se mi passate il termine) rocker chissadove.

Io ho fatto molta fatica a decidere di scrivere questo post perchè alla fine temevo di dover esplicitare il mio guilty pleasure del momento. Ma poi ho pensato che se l’esito giusto di tutta questa esperienza è l’implosione, allora no, è giusto che io non dica niente. Senza guilty pleasure non esiste vergogna e la vergogna è un sano sentire.

Ozzy chiede “God Is Dead?”, Grillo risponde “Si, come il 25 aprile”, Letta chiosa “Però poi risorge”

Ovvero The Power of Rock III: David Bowie, Flaming Lips, EELS.

C’è stato un momento qualche giorno fa in cui tutti facevano riferimento alla morte e alla resurrezione di Cristo. Addirittura Nikki su Radio DeeJay. Grillo dice di esser stato ispirato da Guccini quando ha detto che il 25 aprile è morto, nel momento in cui Letta è stato incaricato di formare il Governo, proprio il 24 aprile. In realtà Grillo mente, e si è ispirato alla nuova canzone dei Black Sabbath, God Is Dead?, che ha iniziato a circolare il 20 aprile. Ma Grillo non ha capito il messaggio, perche God Is Dead? parla dell’11 settembre e alla fine è una canzone di speranza, che recita nelle sue battute finali “I Don’t Believe That God Is Dead”. Oh, quindi ha ragione Letta, che dice che Dio (e il 25 aprile) muore e poi risorge. Cosa ancor più sensazionale è che Guccini e i Black Sabbath sono d’accordo sul fatto che Dio risorge, Guccini alla fine di Dio è morto lo dà per certo, Ozzy (e Geezer Butler) no, ma lo dà 8 a 2.

Il dibattito tutto italo-inglese sulla morte di Dio si svolgeva mentre il Mondo iniziava a metabolizzare il nuovo album dei Flaming Lips The Terror, rivelatosi il vero Carmina Burana del XXI secolo. Perchè? Non so, forse è per il senso di maestosità racchiuso dentro a The Terror. Senza esagerare. The Terror forza molto la mano sulla psichedelia lisergica (azz!) dei Flaming Lips, ma spara anche quelle batterie che gli amanti del loro lato brillante aspettano sempre, in segreto, sussurrando mmm, quando arriva la batteria? Io, un pò, sono uno di quelli che gli piace farsi le storie con la dilatazione, ma quando arriva la batteria sono contenti. I Flaming Lips non sono nè inglesi nè tantomeno italiani, non hanno scommesso sulla resurrezione di Dio, ma mi servivano per dire che il loro album nuovo è una buonissima novità. Aggiungo questa postilla: ammetto di non sapere perchè, ai fini del mio discorso interessantissimo sugli album che hanno un senso, ho scritto queste cose sui Flaming Lips. The Terror ha un senso, ma non legato particolarmente al senso generale del discorso, non qui.

Il puro dibattito tra Italia e UK sul decesso di Cristo proseguiva in pieno nei giorni scorsi con la discesa in Italia di Tricky, per tre superdate (Trezzo sull’Adda, Bologna, Roma). Di certo Dio sul palco di Bologna l’ha visto solo Tricky, ma noi no. Dopo la recensione del live della settimana scorsa, dico che sono convinto che False Idols sarà un album che spacca. Per il resto, posso considerare chiuso il capitolo live di Tricky, visto che tutti sapevano che dal vivo son cinque anni che fa cacare, tranne me.
Tempo fa (eravam di marzo) in effetti Dio era arrivato, ma non stava tanto bene: David Bowie è uscito con un disco, The Next Day, che sarebbe stato bello 30 anni fa, forse. Non ho ben compreso la copertina. Leggo su Wikipedia “L’immagine di copertina dell’album è una versione riadattata della cover di Heroes, del 1977… L’oscuramento della fotografia vuole indicare una dimenticanza o cancellazione del passato”. Stupido io che prendo la Wikipedia come fonte realmente attendibile di informazioni, ma di fatto quell’interpretazione è quella più immediata, alla portata di tutti insomma. E allora mi chiedo perchè molte canzoni suonano, e non sono solo io povero stronzo a dirlo, come molte canzoni del periodo berlinese, della trilogia Low/Heroes/Lodger, della rinascita artistica, del post depressione, chiamiamola un pò come ci pare. Dimenticanza? No. Cancellazione? No. Rielaborazione? Bo. Non è una presa in giro, non possiamo pretenderla. Di problemi David Bowie ne ha avuti molti, e non possiamo fare finta di no. E The Next Day è solo un album sgonfio come un SuperTele forato, da una rosa però, non dal morso di un cane che vuol giocare. Un album sgonfio di un antico eroe che fa fatica ad andare in pensione: sarebbe come chiedere a uno dei nostri vecchi di prendere in considerazione con leggerezza la possibilità di smettere di lavorare. In fondo The Next Day non è peggio di Reality del 2003. Questo è stato detto e scritto già da altri e già da un pò, visto che Neuroni è sempre sul pezzo… Ma è stato detto anche che The Next Day è un buon disco.

Obama con la chitarra elettricaForse bisogna ricalibrare l’idea di dio, non cercare di farlo suonare come suonava in passato ma pensare a come suona davvero, e trovare per i fatti nostri e per altre vie nuove idee e nuove ispirazioni, considerando che i grandi luminari, musicali e non, sono sempre alle prese con domande e problematiche più pregnanti per loro e non toccano mai le nostre corde: David Bowie si rifà il trucco, Grillo dice che il 25 aprile è morto e Letta gli risponde pure, Ozzy Osbourne si chiede se Dio è morto, e cose così.
Che pure, un dio, anche se passeggero, dobbiamo averlo, altrimenti non ci passa. Non c’è bisogno di qualcuno che si proponga, o che ritorni, ma di musiche e testi che rispondano alla nostra realtà, tangibili, vicini, qui. Di dischi ovattati e protetti ne abbiamo sentiti e ne sentiremo molti, le star in terracotta nascono come i funghi. Naturalmente è un discorso assolutamente soggettivo, ma non ce ne frega un cazzo di chi scimmiotta un’idea del passato o tenta di mettere su disco un’idea che è prima estetica, nel senso più basso di apparenza, poi musica. Perchè poi si capisce che non c’è niente dentro. Fenomeni come Anna Calvi o Lana Del Rey, che canta dando voce alla sostanza di una caramella e di cui anche Panorama scrive che sul palco è legnosa, quanto possono durare non sappiamo. Probabilmente faranno altri 20 dischi tutti stupendi, e Neuronifanzine non avrà capito niente.

Che poi non c’è bisogno di fare un disco rivoluzionario per fare un bel lavoro. All’inizio dell’anno è uscito, per esempio, Wonderful, Glorious di EELS, che è il solito EELS ma un pò più ispirato rispetto alle ultime uscite, ispirato un pò come lo era in Soul Jacker e pure decisamente più in bolgia. In fondo l’importante è che, dalle band all’ennesimo album, ci venga dato un segno di vita, un colpo che sta a significare che non è tutto totalmente finito ma c’è ancora la voglia di fare senza arrotolarsi su se stessi. David Bowie ha fatto un album guardando solo a se stesso, con gli occhi chiusi, si capisce già dalla copertina. A quell’età, non si può. Wonderful, Glorious ha quello che è mancato a EELS negli ultimi anni in termini di parole e testi (Kinda Fuzzy) e di amore per il suono (Bombs Away). Sempre intimista, sempre giocoso, sempre lui. Ma forse grazie a un miracolo EELS è tornato a raccontarci i fatti suoi e a fare i giochini con gli strumenti senza infondere, alla fine, una gran tristezza (New Alphabet può dare un’idea di come è ben arrangiato e scritto tutto il disco). Gli ultimi album prima di questo li ascoltavi li ascoltavi ma arrivavi ad apprezzarli solo fino a un certo punto, senza trovare un vero motivo per cui ascoltarli altre 1000 volte. Non tutti i dischi che ti piacciono li vuoi ascoltare 1000 volte, ma Electro Shock Blues fu uno di quelli.
Poi, Wonderful, Glorious è un disco lunghissimo, anche se non come Blinking Lights: l’edizione deluxe contiene 26 pezzi, di cui 8 live. EELS scivola di brutto solo in You’re My Friend. Per il resto va, senza il bisogno di fare troppa filosofia sul torno indietro, vado avanti, cancello, rifaccio.

Un disco onesto.

E la crisi non c’entra niente eh. È solo una necessità, quella di ascoltare cose che abbiano un senso, che non si arrampichino su significati assurdi o non cerchino di addentrarsi in idee vuote facendocele passare come artisticamente grandi.

Tricky in botta al TPO

Tricky in botta al TPO

Tricky non ci sta più dentro. Un TPO (Bologna) abbastanza pieno aspettava (ieri sera) di vederlo rinato dopo le sue dichiarazioni secondo le quali False Idols, nuovo album in uscita il 27 maggio, sarà il disco della fenice in seguito a un periodo buio.
Il concerto inizia un pò sotto tono ma per almeno mezz’ora o forse più la baracca ha retto e Tricky, in una nuvola di fumo denso, ha tutto sotto controllo, se si esclude qualche problema di audio di cui però non è colpevole. Poi, il pogo sul palco, lo spartiacque tra il finito e l’infinito, l’inizio del limbo, la fine dell’autocontrollo, la luce dell’improvvisazione, una serie di movimenti bruschi che risultano letali: tutto il pubblico on stage a festeggiare e a farsi foto con Tricky, che dal canto suo non si è accorto di niente. Tutti in bolgia, a parte la cantante, Francesca Belmonte, che non ha molto piacere di avere tutta quella gente sul palco, e rimane in disparte, un pò tesa. Spezzabolgia, penso. Capirò il motivo solo subito dopo.

Infatti, arriva il tiro storto. Tricky inizia a fare il direttore d’orchestra con la mano pesante, indica il cielo con un dito, vede le cose, ferma all’improvviso Francesca Belmonte e poi la fa ripartire, tronca con un gesto il groove di un chitarrista spaurito, giovane e biondo, rimprovera la ventenne tastierista imbambolata e persa negli ordini del capoccia. Il batterista lo lascia tranquillo, solo cenni per partire, non per tagliare. I più cazziati rimangono il giovane chitarrista e Francesca Belmonte, che canta molto bene ma è sottoposta a un notevole stress, dal momento che Tricky inizia a farla cantare quando vuole lui, come una radiolina, e quando non vuole la sfancula. Si parla anche di un pezzo troncato, con gente tra il pubblico che si gira su se stessa e si chiede “Ma fanno davvero pezzi così?!”.
Il segreto di tutto sta nella bassista. Il trucco, l’idea del concerto era far suonare la bassista sempre, sempre lo stesso giro, in modo da dare allo spettacolo una base grossa e corposa. E questo è stato uno dei lati positivi del concerto. Altro lato positivo del concerto è che Tricky la bassista non l’ha mai cazziata, nemmeno con un segno. Al contrario del povero chitarrista, troncato con gesti da padre spazientito. Secondo me dopo il concerto gli ha fatto il culo.

Per quanto riguarda la scaletta, l’allegra combriccola ha fatto alcuni pezzi da Mixed Race (2010), e pure dal prossimo False Idols, come Nothing’s Changed.

Il direttore d’orchestra era sballato e dava segni improvvisi ai suoi musicisti, i quali li eseguivano. Li paga bene. All’inizio tutto ok, dopo la balotta sul palco niente da fare.
Io parlerei di un concorso di colpe. Tricky non dava segni di vita celebrale (ma si dimenava) e la banda era imbambolata e spaesata, privata com’era di una guida lucida. Peccato, perchè quando i cenni del capo andavano a segno, tutto fantastico. E ci sono stati attimi indimenticabili. Alcune volte andava bene, alcune volte andava male. La maggior parte delle volte è andata male. Lo sconforto nello sguardo del chitarrista era palese, evidente quanto spiacevole la sottomissione della Belmonte.

Tricky in botta al TPO

Tricky davvero Nearly God, a 17 anni di distanza. Lucido per poco, poi in paradiso. Ha perso anche molto tempo, ad accendersi le canne, ha ritardato gli attacchi, stroncato i ritmi all’improvviso. Non ha retto molti pezzi, se facciamo un conto totale. Onore alla band, però: sempre pronta a ripartire, sempre sul pezzo. In particolare il chitarrista, sempre entusiasta: fino alla fine non ha mai smesso di ballare, con quel movimento sinuoso del bicipite. Dello stesso livello l’impegno della Belmonte, che alcune volte ha approfittato per guadagnare il centro del palco, quando Tricky decideva che non voleva più cantare nel proprio microfono ma nel suo, o si eclissava sedendosi di fianco alla cassa della batteria.
La tastierista era un vampiro.
La bassista aveva registrato nel cervello un tot giri di basso e riproduceva. Molto bene.
Il batterista non ha tolto gli occhi da Tricky per un attimo, timorato del padrone e timoroso di perdersi un suo cenno. Un atteggiamento che ha pagato. Come batterista era un pò legnoso, così come il povero chitarrista, ma la devozione è ammirevole.
Francesca, resisti.

Ecco perchè costava solo 15 euro il bilglietto. Nel 2001 al Vidia di Cesena (tour di Blowback) lo pagammo 40.000 lire, un sacco di soldi ma ne valse la pena. Se Tricky continua a fumare e se andiamo a rivederlo tra 12 anni, il biglietto dovrebbe costare 10 euro. E se Grillo riesce nella barbara impresa di farci tornare alla lira, 20.000 lire. Mi sembra un prezzo entusiasmante.