Lo strano caso del Dottor Theo Hilton e mister Zumm Zumm: Theo Zumm

Nel 2004 Theo Hilton suonava già nei Defiance, Ohio. Erano di Columbus, Ohio, ma si chiamavano Defiance, Ohio. Oltre ai Pretty Hot, in quel periodo Theo Hilton aveva anche un altro progetto, solista: Zumm Zumm, che fino al 2019 pareva aver avuto solo un anno di vita, il 2003, e invece no. Con l’uscita di Theo Zumm abbiamo scoperto che è ancora vivo.

Trovo strano il rapporto tra l’evoluzione musicale di Theo Hilton e i nomi che ha attribuito a sé e ai suoi dischi. Mi rendo conto che sia un argomento di un’importanza ridicola, ma io lo trovo strano. I Zumm Zumm erano sembrati un gruppo estemporaneo dicevo, composto da Theo Hilton, la sua ombra e poco altro, che avevano fatto uscire solo Crusp Srexstling, un disco folk punk, e stop. Da quel momento, Theo Hilton non ha mai abbandonato del tutto quel genere ma l’ha sempre più mimetizzato con altro, sempre di più, sempre di più, fino a sostituirlo del tutto, nei miracolosi Nana Grizol. Quindi, c’erano speranze che non prestasse più attenzione al folk punk.

I Pretty Hot sono più o meno contemporanei a Zumm Zumm ma sono più pop punk, anche perché c’è l’influenza di tutti gli altri componenti, ma contano poco nella sua carriera, perché Theo li abbandona nel 2005 (dei Pretty Hot si trova un sacco di materiale in questo sito non sicuro ma molto ben fatto: non me n’è mai fregato niente del vintage di cui si parla di solito, vestiti, mobili eccetera, ma ho un debole per i siti vintage). E li abbandona perché in quel momento suona parecchio con i Defiance, Ohio, nei quali l’amore per il fòlk punk è ancora evidente ma alcune volte si intravvedono vie d’uscita illuminanti, anche se magari sono solo episodi, tipo Calling Old Friends. Calling Old Friends non è ripulita del tutto dal punkaccio folk, ma sembra parlare attraverso altro, è come se ci fosse ancora il germe dentro ma la melodia riuscisse a vivere anche di se stessa, complice un testo valido per tutto l’universo e per sempre (senza esagerare).

A quel punto, nel 2006, nascono i Nana Grizol, in cui Theo Hilton riesce a esprimere al meglio la sua brillantissima capacità di scrivere canzoni e testi, e abbandona del tutto il punk e il folk. Lo ritrovi forse in Blackbox e Gave on (dentro a Ruth) ma è tutto un altro taglio. I Nana Grizol prendono su un bel po’ della Elephant 6, con cui hanno contatti direttissimi, visto che si formano ad Athens, e spingono un sacco con la tromba. Quindi in qualche modo non è più il folk da pub l’elemento disturbante ma le scivolate da fricchettone alla Elephant 6 appunto. Parallelamente, però, col tempo Theo Hilton rallenta, rallenta, rallenta un sacco, cioè scrive canzoni più lente, oppure trova ritmi medi nuovi, che sanno di vecchio ma sono anche originali, e queste novità lo portano con i Nana Grizol a fare cose memorabili, come Cinicysm, Tambourine N Thyme, Mississipi Swells (la mia preferita, dentro a Orsa Minor), per le quali mi permetto di perdonargli tutte le svisate da freak. Anche perché continuo ancora oggi a giustificare le (infinite) svisate da freak dei Cyrculatory System o degli Apples in Stereo, per dire, quindi non posso sgridare i Nana Grizol per le loro scappate freak, episodiche. E anche perché le batterie dei Nana Grizol, in particolare quelle di Orsa Minor, sono divertenti come poche altre.

Però. Nel 2010, in piena corsa Nana Grizol, Theo Hilton non è del tutto soddisfatto di quello che sta facendo e fa uscire un disco di 21 canzoni a nome “Nana Nemo”. E qui inizia a ripetere i nomi. Non ho mai ascoltato i Nana Nemo, non li trovo da nessuna parte, e non so se sono folk punk. All’inizio degli anni ’10, Hilton suona anche con i The Music Tapes, poi fa uscire una cosa con Toby Foster, e una volta si chiama Theo e l’altra Theodor, che cambia veramente poco ma continua a divertirmi molto questa sua fissa di cambiare i nomi ma anche, allo stesso tempo, ripeterli. Dicevo, non so se Nana Nemo è folk punk, ma di sicuro lo è, nove anni dopo, almeno per tre quarti, il nuovo disco dei Nana Grizol, che non è altro che un disco di canzoni scritte come Zumm Zumm, tra il 2003 e il 2005. S’intitola Theo Zumm e quindi mi sputa proprio in faccia che l’animo folk punk di Zumm Zumm esiste ancora. E si sente. È come un fantasma. Anche se negli anni ha subìto delle trasformazioni, il germe del folk punk è ancora lì. Pensavo ce ne fossimo liberati, e invece.

Devo dire che questo disco, Theo Zumm, quando è uscito, mi ha fatto un po’ girare le palle. Ma cosa ti salta in testa di pubblicare delle canzoni di quel tipo a due anni di distanza da Orsa Minor, dove non avrai (mi rivolgo direttamente a Theo, che notoriamente legge questo blog) abbandonato del tutto quel gusto zigano che ti piace tanto, ma ti sei lasciato per sempre alle spalle tutto il folkpunkismo. Zumm Zumm invece c’era dentro fino al collo, al folkpunkismo. C’è qualcosa di bello in Theo Zumm che cerca un distacco dal punk e diventa semplicemente folk o qualcosa di simile. Grow Up The Fence, Tin Foil Boats con quel coro femminile un po’ rock’n’roll un po’ gospel, giusto un cicchetto di Velvet Underground in I Think War Is Pretty Evil. Ma non basta, perché la capacità di scrittura di Theo Hilton è bloccata, non ci sono illuminazioni giovanili. Alcune sono proprio registrazioni al volo, iniziano e finiscono all’improvviso dal nulla, come si fa quando hai un’idea e la butti giù nel registratore, senza preoccuparti di costruirci attorno qualcosa di più perché non la vuoi perdere. Sarebbe una cosa ancora adesso interessante, se ci fossero più spunti che ci facessero capire a che punto stava la personalità artistica e inquieta di Theo Hilton, scontento dei Defiance, Ohio e in fuga dai Pretty Hot.

Capisco il desiderio di mostrare il rapporto di continuità nella discontinuità tra cosa stava succedendo in quel momento (2003) e quello che sarebbe successo dopo, dal 2006 in avanti coi Nana Grizol. Capisco anche il desidero di sottolineare che quando eri Zumm Zumm le tue influenze erano tante (Motorpsycho, NOFX, Sebadoh eccetera) e che avevi già quel qualcosa dentro che poi ci avrebbe regalato la delicatezza dei Nina Grizol (Drawing Lines e Circle Round the Moon, Tiny Rainbows). Capisco tutto questo. Ma il materiale di Theo Zumm non è abbastanza esplicito nel collegare passato e futuro, è debole, sono troppe le canzoni che appartengono al passato senza nessuna sfumatura in più che faccia presagire qualcos’altro. Alcune volte, e anche in questo caso, pubblicare canzoni scritte anni prima non ha troppo senso, perché non fanno altro che cristallizzare il passato. Sarà anche giusta la voglia di pubblicare queste canzoni, ma è sicuramente sbagliata la decisione di farlo a nome Nana Grizol.

C’è una parte folle dentro a Theo Hilton che vuole far venir fuori ancora il suo spirito folk punk: è Zumm Zumm, che è ancora dentro di lui e ce l’ha fatta, è venuto fuori e ha creato Theo Zumm, ha vinto, nel 2019. Sarà contento. Ma il suo touch down va a discapito del percorso in crescita che Theo Hilton ha costruito con i Nana Grizol, in particolare con Ruth e Orsa Minor. Theo, aridacce i Nana Grizol, quelli veri. Io, per conto mio, ho già declassato Theo Zumm e non lo chiamo più “album” ma “compilation”, come suggerisce il malefico ma sempre sul pezzo Discogs.

E se qualcuno dovesse mai leggere questo articolo, e leggerlo fino a qui, e dovesse chiedersi “ma cos’ha questo contro il folk punk da pub?”, gli risponderei che una volta mi sono ritrovato da solo in un pub a York e mentre bevevo una birra è successo l’inferno. C’era un live di un gruppo che si chiamava The Yorkers o qualcosa del genere e non c’era una canzone che i clienti non sapessero a memoria. Le cantavano tutte, e ballavano anche, naturalmente, sui tavoli, sotto, in bagno. Io ero lì, in mezzo, in un tavolino da due, con gli occhioni sbarrati a guardarmi intorno. Sono certo che uno dei baristi al bancone mi abbia fissato per almeno due minuti filati pensando “e chi cazzo è questo? Meniamolo”. In effetti ero un po’ a disagio, mi sono scolato la birra alla velocità di due canzoni e mezzo e sono uscito. è che quel modo di cantare così arrabbiato posticcio, quel basso e quella chitarra power chord, quella batteria speedy tempo, tutto in modalità combat, sono un cliché troppo abusato, e non riesco a vederci più nessuna traccia di sincerità. Poi, quando parte il pezzo ska, è la fine.

La forza di una pizza, un ricordo di Daniel Johnston

La prima volta che ho sentito Daniel Johnston ero al volante della Golf GL di mio fratello, la stessa macchina con cui qualche anno dopo avrei consegnato pizze per una pizzeria buonissima di Cesena. Che gran bel lavoro, consegnare la pizza, è un po’ come portare la felicità a casa delle persone (vale per tutti, tranne che per quelli a cui non piace la pizza, che sono pochi, ma ci sono). Alcune volte l’ho portata ai pazienti del reparto psichiatrico dell’ospedale. Non so come mai, non so quali astri benevoli s’incrociassero nel cielo, ma quando al pomeriggio ascoltavo Daniel Johnston, alla sera mi capitava sempre quella consegna, e mi s’innescava un corto circuito pazzesco dovuto all’incontro in un posto solo (la mia testa) degli psicopatici dell’ospedale più lo psicopatico che usciva dalle casse. No, scherzo, è una balla. Ma la morte di Daniel Johnston mi ha fatto tornare alla mente le consegne in psichiatria. Non era un’esperienza del tutto piacevole, ma comunque non ero preso male. Quelli erano matti veri, non come quelli che si vedono nei film, però la pizza gli piaceva un casino, ne sono sicuro, perché quando arrivavo erano tutti molto contenti, ognuno a modo suo. E in quel momento la pizza era la cosa in comune tra me e loro, anche se per pochi minuti. Io consegnavo felice i cartoni al dottore, prendevo i soldi e me ne andavo. A volte, ci scappava pure una bella mancia.

Don’t play cards with Satan

Daniel Johnston era schizofrenico. A meno che non lo siamo anche noi, non penso che possiamo capire la sua musica fino in fondo. Non possiamo sentire le cose come faceva lui, comprendere gioia, tristezza, semi-umorismo o autocommiserazione. Non possiamo identificarci. E ancora meno possiamo comprendere il suo stato catatonico di bomba da medicinali, a meno che non li prendiamo anche noi. Possiamo amare le melodie deboli ma giganti, essere presi bene o male per quello che dice. Ma lui non parla di sé e quindi di noi come un comune cantautore. Parla solo di sé. Daniel Johnston non era la rappresentazione della nostra cameretta, ma solo della sua. Dovremmo farlo ascoltare a quelli che stanno al reparto psichiatrico, loro potrebbero capirlo davvero. Possiamo capire davvero perché in Don’t play cards with Satan urla mille volte “Satan” come un invasato? No. È facile, da persona normale, assistere alla follia da semplice osservatore, senza esserne coinvolto in nessun modo. Guardi un mondo malato che è altro da te e non ci devi stare dentro neanche per un attimo. Per dire, guardi questo video su Antonio Ligabue, ami la malattia e il talento che lavorano insieme, perché è lì che l’arte diventa imprescindibile, quando nasce da una visione sofferta della realtà. Sofferta e parallela, mai intersecata alla nostra. Non può esserlo. Io, una volta consegnata la pizza, me ne andavo. Ci ripensavo, dopo, magari anche per un po’, ma me n’ero già andato. È facile essere fan di Daniel Johnston. Lo ascolti, ti rimane della roba dentro, magari anche per molto tempo, ma la vita continua. Per lui invece la musica era una condizione perpetua e necessaria, una via di fuga dalla malattia da tenere in vita tutti i giorni. Dalle canzoni non se ne andava mai, Daniel Johnston. O quando se ne andava, andava a stare ancora peggio. Cioè: è successo che non si presentasse ai concerti perché stava troppo male.

True Love Will Find You in the End

Però, se la teoria degli schizofrenici che possono essere compresi solo dagli schizofrenici fosse la sola valida, Daniel Johnston avrebbe avuto un pubblico più ridotto. In realtà ha conquistato il mondo. Quindi? Tra immedesimazione e condivisione c’è una differenza abbastanza sottile, però c’è. Nessuno può essersi immedesimato, ok, ma può aver condiviso cose con lui. Daniel Johnston parlava di stati d’animo, odio, amore, tristezza, e quelli sono comuni a tutti. La sua capacità di presentarceli scarni, ridotti all’osso, ma veri, li ha resi universali.

Si, ok… Però la sua musica rimane pur sempre il tentativo inutile di combattere la malattia e da questo punto di vista rimane insondabile per chi sta bene di testa. Non solo la musica. I disegni, il gelato, come dice qui, e tonnellate di medicine. Tutte armi che contro la malattia sono servite solo lì per lì, perché calmavano le acque torbide della sua mente. Ma sul lungo periodo sono state completamente inutili. L’arte non può curare il cuore, che se si vuole fermare si ferma e stop. Noi questo non potremo mai provarlo.

Quindi lui era noi e solo lui allo stesso tempo. Era raggiungibile e irraggiungibile, in lui universalità e insondabilità convivono. Le emozioni di un matto sono diventate quelle delle persone senza patologie mentali, il suo modo di combattere i demoni diventa il nostro, due mondi diversi condividono le stesse speranze e le stesse delusioni pur rimanendo diversi. Che cosa gigantesca.

Lo schizofrenico che dà voce a tutti diventa un po’ più normale? O siamo noi a diventare un po’ matti? NO è la risposta a entrambe le domande. Ma i punti di vista, il nostro e il suo, alla fine si sovrappongono. Il freak è uscito dal recinto dei freak. Ci ha raccontato le sue gioie e le sue paranoie e noi abbiamo capito che erano anche le nostre. È una roba inverosimile, ma è così. Ha superato il limite tra persone normali e malati di mente e li ha fatti incontrare davvero, ha trovato dei punti in comune e ha reso esplicito il fatto che sentiamo le stesse cose. Quanti artisti schizofrenici ci sono in giro? Sicuramente molti, ma la sua forza è più evidente, perché lui ha conquistato il mondo. Ok, magari non era ultrafamoso, ma era famoso. E non ha conquistato solo i poveri stronzi che ascoltano la musica che non piace a nessuno. Anche i National, i Wilco e i Pearl Jam gli hanno reso omaggio. David Bowie, probabilmente. Quanto e se questi omaggi possano influenzare i fan delle rock star che li hanno fatti è un dubbio interessante. Sicuramente non tutti sono in grado di comprendere la semplicità e la forza disarmanti di Daniel Johnston e molti lo liquidano con un “si, ma che tristezza”. Rimane il fatto che Daniel Johnston fosse nel cuore pure dei vostri fottuti paladini del rock e dovreste almeno essere curiosi. Dal momento in cui la notizia della sua morte ha iniziato a circolare, le bacheche dei social sono state invase da foto, canzoni e articoli su di lui. Qualcuno sicuramente a quel punto deve aver pensato, come succede sempre, “adesso fanno tutti finta di amare questo tipo, ma io non l’ho mai sentito nominare”. O “come mai prima non avete mai condiviso una sua canzone?”. Penso che sia sbagliato prendere Facebook come metro di conoscenza dei gusti degli altri, cioè dire “se non lo metti su Facebook non lo conosci”. Può non essere così. Poi magari qualcuno non conosceva Daniel Johnston, ha visto che un sacco di amici condividevano cose, ha avuto la curiosità di ascoltarlo, gli è piaciuto e l’ha condiviso. È una cosa bella lo stesso. Quindi, chiudendo questa parentesi, se nel 2019 non lo conoscevate ancora, dovreste farvi due domande e almeno tentare di rimediare. Ma non perché era famoso e lo dovete conoscere, ma perché era Daniel Johnston. Secondo me, poi vedete voi.

Tornando a bomba, da una parte c’è lo schizofrenico con tutte le sue manie, dall’altra, ma nello stesso posto, il cantautore che ha conquistato il mondo. Sono la stessa persona, sempre uguale, senza nessun compromesso per il successo. Quella stessa persona che ha creato, concretizzato, fissato per sempre e anche illuso la speranza per un sacco di gente, con la sua canzone più conosciuta, True Love Will Find You in the End. Anche i suoi disegni erano abbastanza conosciuti. Uno su tutti: Jeremiah, quello della maglietta, che compare più volte anche nel film Whip It (caricato per intero su YouTube). Tra gli altri ce n’è uno meno conosciuto, ma che mi piace moltissimo, che poi è quello che ho messo lassù. L’ha fatto qualche anno fa (nel 2015?) per la Supreme. Grazie a quel disegno, abbiamo la certezza di condividere con Daniel Johnston almeno una cosa: l’amore per la pizza. Sembra uno scherzo ma non lo è. Piazzando quella pizza lì, rendendola l’oggetto del desiderio di un personaggio che decide di non andare a scuola per mangiarla, Daniel Johnston ha aperto il suo mondo ancora di più e ad ancora più persone. Quelli a cui non piace la pizza sono pochi, abbiamo detto. Tutti quelli a cui piace non possono fare altro che sorridere di fronte a quel disegno, oltre a chiedersi per curiosità chi l’ha fatto se non lo sanno, perché tutti vorrebbero tantissimo saltare la scuola, il lavoro o qualsiasi appuntamento importante, ma un po’ palloso, e mangiarsi una pizza. Che quindi rappresenta la fuga, il gesto ribelle del nostro lato anticonformista. Tutti sognano almeno una pizza a settimana.

Ciao piccolo mostro, se il mio sogno di aprire una pizzeria si dovesse mai realizzare, nel menù ne metterò una che si chiama come te. Con salamino, carciofini e una tonnellata di mancarone. A quel punto del 21° secolo, chissà in quanti riconosceranno il tuo nome e la ordineranno solo perché si chiama così?

Due per David Berman

david berman ironia e depressione

Ero appena arrivato in spiaggia quando Giacomo mi ha mandato il link relativo alla morte di David Berman. L’ho aperto e ho letto la breve notizia che informava della morte, senza spiegazioni, senza la causa che si rivelerà al mondo solo due giorni dopo: suicidio tramite impiccagione, per nulla sorprendente per chi aveva seguito la carriera di uno dei più importanti scrittori americani contemporanei. Si perché era certamente un musicista di talento, ma erano i piccoli romanzi contenuti nei suoi dischi a definirne la grandezza, la sua poetica americana fino al midollo.

I suoi testi erano spesso diapositive di interni illuminati dalla fioca luce di una lampada sui comodini di stanze di Hotel americani, scene di amanti seduti sul letto intenti a trovare le parole migliori per lasciarsi, o fotografie di solitudini impossibili da dimenticare.

Carver verrebbe da dire, e Carver è sicuramente il collegamento principale che si può fare parlando di Berman, nessuna esagerazione, la grandezza incommensurabile di questo cantautore è davvero facile da intuire, basta leggere. La sua poetica si sposava perfettamente con la musica, alt country della migliore tradizione, chitarre acustiche, elettriche slide, basso e un piano che si fa spazio nelle retrovie. Non vorrei però che si creda che la parte testuale fosse preminente nel lavoro di Berman. Seppur in piena continuità, le qualità di musichiere di Berman erano immense. Ci sono certi diamanti pop nella sua discografia che sotto al sole d’agosto accecherebbero.

Che Berman fosse amico intimo di Malkmus e che l’embrione del gruppo fosse nato con lui in un appartamento a New York non stupisce. Cosa c’è più americano e letterario di un appartamento nella grande mela? Era la fine degli anni ’80 e c’era ancora una lunga storia da scrivere.

Come dicevo ho saputo della sua morte da Suppo, foriero di belle notizie e di graziosi buongiorno, proprio il mio primo giorno di vacanza, in Romagna. Era qualche anno che non scendevo in riviera, ormai adulto e irrimediabilmente imborghesito, avevo cambiato mete per credere che, allontanando il luogo, il trasfert potesse annullarsi. Ma come Buck, quest’anno, ho sentito il richiamo della foresta fatta di ombrelloni e ho deciso di passare qualche giorno al mare con i miei amici. Appena ho toccato la sabbia, il transfert, come un non più giovane erede del dolore, mi sono ritrovato immerso nei pensieri di una perdita troppo grande per poterla archiviare come l’ennesima scomparsa di qualche vecchio cantante capitato per caso sulla mia strada di ascolti giovanili.

Tutt’altro, Berman è stato l’esatto opposto, simbolo di crescita, non so e non mi sono mai posto il problema di capire perché i Silver Jews siano stati il gruppo che più ho ascoltato negli ultimi due anni, non c’era un motivo vero. O forse deposte le armi del giovanilismo e del provare a stare al passo con i tempi a tutti i costi ho fatto pace con me stesso e mi sono convinto a fare solo ciò che mi piace. E a me piace l’indie rock americano, il cantautorato e l’alt country, ecco perché probabilmente ho scelto i Silver Jews per sublimare le mie scelte, l’America nella sua eccezione più profonda e viscerale, la sua letteratura nella sua forma più alta e raffinata. C’era tutto nei Silver Jews, tutto quello che ho sempre amato.

C’era anche tanto dolore nei testi di Berman, e rileggere l’incipit del primo pezzo del suo nuovo progetto Purple Mountains sembra profetico.

“Well, I don’t like talkin’ to myself
But someone’s gotta say it, hell
I mean, things have not been going well
This time I think I finally fucked myself
You see, the life I live is sickening
I spent a decade playing chicken with oblivion
Day to day, I’m neck and neck with giving in
I’m the same old wreck I’ve always been”.

Non si può dire che David Berman non fosse sincero e sempre molto ironico nel trattare il suo essere. Non posso dire lo stesso di me: è da quando ho avuto la notizia che indugio, nuovamente, ancora ferocemente adolescente, sulle canzoni di Berman, in spiaggia, sotto il sole romagnolo, con i vicini di ombrellone che mettono il raeggeton. Come 10 anni fa ascoltavo Jason Molina, e 20 anni fa gli Husker du. Fa molto ridere, ma comincia a essere anche fastidioso e fisicamente doloroso, a 43 anni.

Non scrivo più da tempo, perché non ne sono mai stato capace in primis, ma anche perché in questi casi alla fine mi ritrovo a scavare dentro di me invece di scrivere di chi davvero importa. Ma a sto giro non ce l’ho fatta, perchè i Silver Jews sono stati troppo importanti e troppo vicini e perché un genio va sempre onorato, soprattutto in questi anni difficili e quasi privi di umanità.

Una per David non potevo non scriverla.

Grazie di tutto anche se è da giovedì scorso che mi sento così:

“When I was summoned to the phone
I knew in my bones that you had died alone
We’d never been promised there will be a tomorrow
So let’s just call it the death of an heir of sorrows
The death of an heir of sorrows”.

Renato

Dopo aver saputo del suicidio di David Berman, il 7 agosto, la prima canzone che ho ascoltato è stata Honk if you’re lonely. È il pezzo più ballabile che abbia mai scritto ed è anche di una profondità incredibile. La puoi ascoltare per farti coraggio, perchè è questo quello che dice:

“Honk if you’re lonely tonight
If you need a friend to get through the night
A toot on your horn, a flash of your brights
Honk if you’re lonely tonight”.

Ma al centro di Honk if you’ re lonely c’è un segreto terribile, un nucleo violento e velenoso. La canzone è stata scritta nel ’98 ma quel segreto è stato svelato definitivamente solo tanti anni dopo: cinque giorni fa, con il suicidio. Quello che la canzone racconta non esiste. La radio che suona, l’honky tonk, il jukebox, un sorriso, un abbraccio, un’amante, niente di tutto questo c’è davvero, sono solo metafore, semplici rappresentazioni di una felicità possibile, oscurate dal loro stesso significato. E il loro significato è il nulla, visto che nel tempo Berman non è riuscito a trovare né la radio, né l’honky tonk, né il jukebox, né un’amante, quest’ultima almeno non per sempre. Il testo di Honk if you’re lonely è ottimista, illuso e disilluso allo stesso tempo, ironico e cinico. È Berman nel momento in cui l’ha scritta, quando ancora giocava con le parole con sguardo coraggioso, e andava all’attacco della realtà ambigua, a volte positiva, altre negativa. Ma adesso, dopo il suicidio, Honk if you’re lonely è solo la musica della disillusione. Ci vuole tempo per realizzare che l’ironica disillusione è diventata disillusione e basta. L’efficacia dell’ironia ha vita più breve rispetto alla disillusione, che invece nasce, mette le radici, cresce e va sempre più in profondità, fino a bucare il cuore.

Come a un qualsiasi uomo, anche a un poeta serve tempo per comprendere le cose. Nel periodo tra il ’98 e il 7 agosto 2019 c’è tutta la lotta di David Berman e tutto il percorso del suo arrendersi, che passa anche per un primo tentativo di suicidio nel 2003, a suon di Xanax, crack e alcolici, dopo il quale sembra però sembra ritrovare fiducia, grazie al Giudaismo e Tanglewood Numbers, il disco del 2005. Poi un altro disco, Lookout Mountain Lookout Sea (2008) e un tour, che tocca addirittura l’Europa, ultimo atto dei Silver Jews, che Berman scioglie nel 2009. Gli anni seguenti sono quelli dell’odio nei confronti del padre, che lui definisce un bastardo figlio di puttana, e del divorzio dalla moglie.
Era tornato a pubblicare musica solo quest’anno, con i Purple Mountains, e la prima canzone del disco è quella che ha citato Renato, la seconda si chiama All My Happiness Is Gone.

È più facile anestetizzare i demoni, da giovane. David aveva una mente ingombrante. Se solo fosse stato giovane per sempre, avrebbe continuato a distrarla con le sue parole spiazzanti. Ma è impossibile, ed è arrivato il momento in cui non è più riuscito a farlo. In questo senso, la sua morte rappresenta il passare del tempo. Evidentemente, Honk if you’re lonely era stata scritta troppo tempo fa, non era più abbastanza per dare a Berman il coraggio di non uccidersi. Se prima l’ascoltavo dopo una giornata di lavoro, anche sorridendo al ritornello, adesso non può più essere così. Puoi ascoltare una canzone cento volte e pensare che ti comunichi una cosa, ma quando il suo autore si ammazza, cambia tutto. E Honk if you’re lonely adesso manifesta tutta la sua vuota inconsistenza di metafore.

Dicono che la 20th Century Fox una volta avesse un ranch sulle colline, tra la valle di San Fernando e l’Oceano Pacifico, una distesa di migliaia di ettari. Il ranch non veniva usato come ranch ma per girarci i western. E, quello sopra, era il cielo che si vede in tutti i western della Fox, “il cielo della Fox”, sempre uguale. Ho saputo questa cosa leggendo un libro, non molto tempo fa, e mi è venuto in mente Berman. Anche le sue canzoni suonano sempre sotto uno stesso cielo, quel velo di incertezza onnipresente nella sua musica e nella sua voce, a volte forte, quasi un Johnny Cash, altre volte tremante, un Mark Linkous, ma sempre usata per pronunciare parole profondamente poetiche e nate da uno sguardo sensibilissimo sulla realtà. Le sue parole, la sua voce e la sua chitarra erano le cose grazie alle quali sembrava aver trovato almeno un motivo per non uccidersi. Ma era un’illusione.

“Time will break the world”.

Giacomo