Il 1° aprile è uscito HARTAL!, il primo album degli HARTAL! (V4V, di Notte Records e Indastria). Mai stato un amante del rock psichedelico. È un limite mio, che si concretizza nella sistematica perdita di concentrazione dopo poche canzoni, nell’incapacità di seguire davvero certi intrecci strumentali un po’ soporiferi. Gli HARTAL! fanno psichedelia in un certo modo, non pop o freaky folk, ma occult psychedelia, come ha già detto Bastonate. Il motivo per cui non amo la psichedelia è l’idea, che fondamentalmente rimane valida sempre e sempre fricchettona, del viaggio attraverso cui ti devono condurre le note, per definizione, e quindi per standard – in effetti in greco “psichedelia” vuol dire “ampliamento della coscienza”. HARTAL! non si limita a quest’idea ed è un po’ più complesso di così. C’è una canzone che si chiama Megaloo V che ha un giro di basso e una batteria fatta (quasi) solo di tamburi e charleston che mantengono la canzone (quasi) sempre sullo stesso livello e la sensazione è quella molto bella di sentire viva la concentrazione in un contesto musicale psichedelico contemporaneo, come succede con i Father Murphy di Pain Is On Our Side Now. Chasing the Beaver è molto diversa da Megaloo V: un basso e una batteria più veloci, e la chitarra e la voce che la velocità gliela tolgono. C’è qualcosa di John Lydon nella voce. Si sente l’origine punk e post (erano gli AFRAID!) degli HARTAL! E a parte che dopo HARTAL! se finisce la frase non so mai se mettere il punto, le code strumentali arrivano ai limiti del post rock e anche degli Stone Roses, rallentati e ripuliti delle distorsioni più slabbrate. Non aver fatto un album di chitarre spanciate è una delle scelte degli HARTAL! che mi piace di più, e anche non aver fatto un album post rock; e il fatto che il basso sia quasi sempre uguale a se stesso, un giro per ogni canzone, e per questo attiri a sé l’attenzione più di tutti gli altri strumenti, anche nella deriva jazz prog di Ogoniland, è un’altra bella idea ed è una specie di apertura al gothic. Anche il prog rock è un genere che ascolto poco per colpa del suo estremismo tecnico ma in Ogoniland insomma lo fanno un po’ a modo loro e mi fanno un po’ pentire, ma solo per qualche strofa. Ecco, tutto questo c’entra qualcosa con la occult psychedelia.
Aggiungo una cosa che non so dove aggiungere. Gli Hartal! hanno la capacità di far convivere nello stesso momento esplosioni strumentali e basso profilo grazie al suono e a un controllo matematico degli ingressi e delle uscite degli strumenti: Barefoot Empire e Old Chicken Makes Good Broth sono esempi perfetti.
Magari HARTAL! non è del tutto il mio genere, quindi non so dire se è qualcosa che di solito mi piace ascoltare oppure no, però il disco è davvero bello e me lo ascolto.
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a cura di nessuno
Montana / Debuttanti
Alcune volte i Ramones sono ancora il mio gruppo preferito. Quando ho visto un video in cui Elio (e le Storie tese) a Radio Dee Jay diceva che le canzoni dei Ramones sono tutte uguali mi sono arrabbiato. Quanta differenza passa tra Beat On the Brat e Come Back Baby Elio non lo sa, e non diciamoglielo neanche. Con la certezza di aver già vinto – facile e in modo schiacciante – sulla spocchia di Elio da tempo ex-simpatico, ho voglia di ascoltare un gruppo punk rock italiano di adesso, che non siano gli Altro. Mi piacciono gli Altro ma vorrei qualcosa di nuovo, un gruppo che abbia fatto un disco solo o al massimo un disco e un EP così non c’è abbastanza carne al fuoco perché qualcuno possa dire che le canzoni sono tutte uguali. Com’è successo ancora, To Lose La Track risolve il mio problema, perché ho ritirato fuori il disco dei Montana, Debuttanti (Sonatine Produzioni, oltre a TLLT, settembre 2013). Debuttanti è un disco veloce di quella velocità senza nessun filtro di cui ho bisogno da quando ho 15 anni. Mi piacciono le batterie punk rock/hc quando sono buttate lì come devono e in questo caso mi piacciono la chitarra che regna e mi fa abbastanza godere – e a volte, ma sono attimi brevi, perde la concentrazione e svisa alla classica – e la voce per niente delicata che mi ricorda i gruppi punk di una volta della mia città. Sono le cose che m’interessano di più e il fatto che i testi dei Montana siano intelligenti m’interessa relativamente, o almeno così la pensavo al primo, secondo e terzo ascolto. All’inizio la cosa bella era ascoltare di continuo le canzoni, facendole ripartire quando finivano, cioè ogni 20 minuti neanche. Poi ho scoperto che sono belli anche i testi, fanno la morale, attaccano i difetti delle altre persone, parlano dei propri come se fossero pregi, parlano della vita di tutti i giorni e suggeriscono i modi che potremmo scegliere per condurla con rettitudine e senza noia (streaming qui). Per quanto il titolo della canzone non sia il massimo, anzi è proprio il minimo, il testo di Punkomat è molto punk, nel senso di sincero e differente (E’ vero son nato ricco e questo mi imbarazza un po’: conosco bene cosa è la ribellione, ma mi credete soltanto un figlio di papà. Voglio tacere il mio stato sociale per non lasciare spazio alle vostre infamità. Anche io so distruggere e non conta poi molto se qualcuno è pronto a saldare i miei danni mentre voi altri patite pene mostruose). Un’altra canzone parla di Lazzaro in prima persona. Non sono convinto che i testi dei Montana nascondano a volte una vena ironica quindi ho deciso di ignorarla.
Debuttanti non è solo un disco sincero, è un disco che nella sincerità infila parti ruvide e spigolose, per niente accomodanti, e per questo è un ottimo disco. Mentre scrivo è il Record Store Day e penso che un negoziante dovrebbe spingere album come questo, per promuovere l’immagine del record shop come posto in cui puoi comprare anche la musica nuova, indipendente, buona e veloce. Mi rendo conto che c’ho messo sette mesi a scrivere così poche righe ma tutto quello che volevo dire su Debuttanti l’ho detto, a parte che lo dovete ascoltare.
Non è che devo ascoltare tutto.
Il mio pranzo di Pasqua è finito alle 18 e 30. Per digerire abbiamo giocato con una pallina da tennis nel cortile. A fine giornata mi sono messo sul letto col RUMORE di aprile e ho riletto la recensione del disco del mese (EMA), non che ne sentissi la necessità ma non ricordavo se l’avevo già letta o no. L’avevo già letta, ma il disco non l’avevo ascoltato. EMA mi sembra esaltata come una Janis Joplin che, piegata su un synth un po’ oscuro, cerca di nobilitarsi con un pianoforte. E succede che mentre ascolto EMA la mia ragazza m’interrompe per farmi sentire un pezzo dei CHVRCHES, Synth pop scozzese. Che coincidenza, penso, e tra l’altro il pezzo dei CHVRCHES (We Sink, credo sia l’ultimo loro singolo) è molto meglio di uno qualsiasi di EMA, la cui caratteristica peggiore sembra l’eccessivo impegno che ci mette come cantante. Tra le influenze dei CHVRCHES Wikipedia mette Prince, Tubeway Army, Laurie Anderson, Robyn, Depeche Mode, Kate Bush, Cocteau Twins, Cyndi Lauper, Whitney Houston ed Elliott Smith. Alla fine della canzone numero sette dell’album di EMA (arrivo fino a lì), vedo in un qualche banner lo spot della Sloggy con Emma, la foto di lei che fa una smorfia poco sexy con la chitarra, le mutande e il reggiseno neri e il chiodo, mi fermo per qualche secondo perché all’inizio sembra figa ma poi rinsavisco e torno a pagina 65 di RUMORE e alla recensione del disco di Niccolò Carnesi, Ho una galassia nell’armadio. Apprezzo molto l’opinione di Maurizio Blatto e attacco ad ascoltare Ho una galassia nell’armadio su Spotify. Il passaggio da EMA a Niccolò ci sta più di quanto si possa immaginare perché anche Carnesi tira fuori già dalla prima canzone pessime sonorità elettro e dalla seconda invece si va di ricordi, dei Cure – che di sicuro a EMA piacciono tantissimo – e di Battiato ai tempi degli occhiali da sole e del codino fatto con l’elastico, ovvero di La voce del padrone. E Battiato è uno degli autori preferiti di Colapesce che Carnesi ricorda un po’ in L’ultima fermata, come dice anche Blatto, anche se secondo me già in Il disegno (quella che omaggia i Cure) faceva capolino l’antipaticissimo e giovane cantautore solarinese. Carnesi invece è il cantautore italiano sensibile, delicato, dalle foto lo vedi già che giocherà sulla sua grande sensibilità umana ancor prima che musicale e infatti i suoi testi sono quelli dell’indifeso insicuro che si rifugia in se stesso perché gli altri sono tutti cattivi. E questi cantautori che non attaccano mai mi hanno rotto il cazzo. La sua svolta Dream Pop è dietro l’angolo e di Carnesi non riesco ad ascoltare più di sette canzoni. Una virata SKRILLEX sarebbe uno schiaffo in faccia al cantautorato italiano. La catena della casualità synth s’interrompe e alla faccia di chi dice che le riviste musicali non sono più una guida negli ascolti trovo su Rumore di aprile qualche nuova uscita più o meno sintetizzata che la Pasqua ha reso inspiegabilmente necessaria: arrivo ai GRUM, che sono usciti da poco con il secondo album, Human Touch. Il secondo singolo estratto è The Theme, una canzone house, e basti questo per capire dove può portare una semplice e ingenua Pasqua Elettro Pop. La melodia di In Love è composta da sintetizzatore, basso e piano. Sono su un terreno non mio e mi sento a disagio. L’immaginario di un romagnolo è deviato nella giusta direzione in partenza, perché ci sono la riviera riminese e Milano Marittima che quando sei adolescente ti fanno guardare col naso storto a qualsiasi cosa suoni dance, a meno che non ti piaccia, certo, e a me non piace. Il manicheismo dei 19 anni nei confronti di certi argomenti ha lasciato i suoi segni e anche se adesso tento di essere più morbido come consigliano di essere la dance mi fa ancora paura. Pago il peccato adolescenziale, che non mi pento di aver commesso, e il fatto di non avere una cultura dance che mi permetta di giudicare sottogeneri e gruppi perché non sono mai riuscito ad avvicinarmi a quel mondo. Mi venivano le croste nelle orecchie e mi veniva subito in mente il Cocoricò e mettevo tutto lì dentro, direttamente nel privé, e nonostante le insistenze di alcuni amici non ho mai avuto la vera tentazione di provare un sabato al Coco, che ho sempre chiamato Cocco perché rendeva l’idea. Adesso le croste nelle orecchie non mi vengono più, però insomma, non ho voglia di approfondire e non sto approfondendo. Alberto, il mio vicino di casa, amico del cuore nonché di cazzate fatte tra i 7 e i 17 ed eroe hard core per lungo tempo, a un certo punto iniziò a frequentare i Rave, la Festa della luna e via dicendo, io gli volevo e gli voglio molto bene ma ero molto dispiaciuto. Adesso non ho la più pallida idea di cosa ascolti e se ascolti qualcosa, so solo che fa il giardiniere. Il Synth pop, anche quello degli anni 2000, non c’entra niente con questo discorso, ma i GRUM si, ecco perché sono arrivato a parlare di Dance e poi di Rave con la Trance. Penso si possa dire che prima è nato l’Elettro pop, poi il Sinth, che è un pelo più freddo ma anche romantico, e che la Dance è molto diversa da entrambi, meno scritta per così dire. Poi c’è la Trance che è appunto Trance. Detto questo, vado avanti.
SISYPHUS è un trio composto da Sufjan Stevens, Son Lux e Serengeti ed è anche un modo per aggiustare nel bene e nel male il tiro verso una varietà di suoni e di idee che oggi è solo salutare. Sisyphus è esattamente quello che ti aspetteresti dall’unione dei tre del trio, cioè del modo melodico e non di scrivere canzoni di Sufjan Stevens, dell’elettronica pomposetta di Son Lux e dell’hip hop (non trovo l’aggettivo) di Serengeti, quindi su disco Sisyphus è proprio quello che era sulla carta. Non è tutto bello e il rischio noia è minaccioso già all’altezza di Take Me, dove interviene una base interessantissima segata da un’atmosfera french touch alla Air, ma sono arrivato alla fine incuriosito da tante più cose rispetto a quelle che mi aspettassi davvero (Alcohol, il finale spezza bolgia di Calm It Down, Booty Call spaccona quasi come gli Audio Bullys di Ego War, Flying Ace). Ascoltando SABOTA scopro roba della Hybridity Records sulla quale non ho nulla da dire, non nel senso di chi tace acconsente ma nel senso di chi tace non ha niente da dire. Sono indeciso fino all’ultimo se scegliere per l’articolo la foto di Julian Bajsel dei CHVRCHES o di SKRILLEX, quella di EMA l’abbiamo vista anche troppo in giro. Alla fine scelgo Julian Bajsel con la maglia delle Bikini Kill ma solo perché la musica di SKRILLEX non mi piace, quella dei CHVRCES oggi mi piglia bene. Se Carnesi avesse avuto un sound più coraggioso, per esempio più SKRILLEX, avrei scelto lui. SKRILLEX è ritratto su Rumore con un look metal dance hc che a quanto pare ricalca una significativa parte del suo passato, di cui però direttamente non mi sono mai interessato, cosa che svela per sempre e definitivamente quanto il mio vagare in cerca di robe elettro sia improvvisato. L’album di SKRILLEX (Recess) inizia con All Is Fair In Love And Brostep e, subito dopo, la title track che mi ricorda un vecchio spot della Pringles quindi smetto di ascoltarlo perché non ho mai creduto a quella storia che uno deve ascoltare di tutto, e tutto a fondo. E all’altezza dell’incipit di Ragga Bomb posso considerare concluso il mio viaggio dentro SKRILLEX e la Pasqua Elettro, ma spero che Carnesi per i prossimi pezzi prenda coraggio e si ispiri allo SKRILLEX più Dance e meno Dub, le basi di partenza soft elettro ci sono. Sono robe che non ascolterò mai più. Ciao.


