Il gioco è bello finché è corto

 

Un giorno subito dopo pranzo, fuori era estate e c’era un caldo tremendo, stavo giocando a Street Fighter, da solo. Ero tranquillo, in vacanza, tutto andava bene. A un certo punto spunta fuori da dietro la Monica. La Monica era una ragazza che avrà avuto 45 anni ma ne dimostrava 60, capelli rossi e ricrescita bianca e blu, pancia da birra e tette che sembravano due fette di carne. Lo dico perchè tra di noi c’era uno che le piaceva, Mattia, e gliele faceva vedere spesso, ma non in disparte, quindi le faceva vedere a tutti, e gli proponeva altrettanto spesso di scopare, scrollandole sotto la maglietta bianca. Quando le scrollava, io mi concentravo su una macchia di vino rosso sulla parte bassa della t-shirt, al centro, ce l’aveva, fisso, sempre fresca. Era come se almeno una goccia di ogni bicchiere di Sangiovese che si beveva andasse a finire lì. Era una buona crista. Insomma, quel giorno mi comparve davanti, proprio tra la faccia e lo schermo, urlando “Sai cos’è questo?! Sai cos’è??!” e si teneva tra il pollice e l’indice una ciocca di capelli bianchi blu rossi rappresi che le spuntava sulla nuca. “È il segno del diavolo! Me la taglio di continuo e lei ricresce, dalla sera alla mattina, e quando me la taglio mi fa male, ma un male cane!”. E iniziò a porcoddiare. Io non sapevo che dire, ma intanto Ryu mi aveva ammazzato con uno shoryuken. Scappai. Chissà che fine ha fatto, la Monica.

In generale, comunque, non ero una gran lepre con i videogame. Quando andavo in sala giochi a Cesenatico, mio fratello mi sfotteva perché preferivo l’hockey da tavolo. E via dicendo. Qualche giorno fa leggevo MONOKEROSTINA di Baronciani. A un certo punto nel bugiardino dice una delle cose più vere del mondo, almeno per me. Se una persona ti dice come sei, allora tu ti comporti di conseguenza. La mia prof. di inglese delle superiori mi disse che ero “per niente brillante” e io per tanto tempo ho pensato di essere così. Non che io sia un drago, ma quest’anno ho cambiato lavoro, adesso ho molto più a che fare con il pubblico, e ho scoperto di non essere male. Pensavo peggio. Però non è solo quello che dicono gli altri di te a rischiare di definirti, è anche quello che fai. Io per esempio ai videogiochi sono sempre stato una mezza sega e non ho mai pensato di tentare di migliorare, c’ho giocato un po’, ma poi c’ho rinunciato.

Posso dire, oggi, a 40 anni suonati, che un disco di hc melodico mi ha fatto rendere conto di una cosa della vita. La vita è imprevedibile.

Qualche anno fa ho conosciuto un gruppo punk rock italiano che a oggi ha fatto cinque dischi. I primi quattro sono Black Supplì, Apple Linder, Aquafelix Ep e Too Old Too Die Young, tutti bellissimi. Loro si chiamano Cayman the Animal e mi piacciono perché a suonare sono delle schegge ma scherzano molto, sono divertenti, e riescono a farlo con una simpatia che va oltre l’atteggiamento o quello che dicono prima, all’inizio o dopo la canzone. Per esempio dal vivo, loro fanno così: dicono due o tre cazzate, poi iniziano a suonare e a suonare, come dicevo, scheggiano, non scherzano per niente, ma la simpatia rimane. E alla fine dicono altre due o tre cazzate e poi ripartono a suonare e via dicendo. È di sicuro una cosa che viene dai NOFX però i NOFX non erano così simpatici. I Cayman sono capaci di unire un certo livello di cartola, velocità, passaggi ben definiti e buona scrittura delle canzoni, con il divertimento, tutto in uno. Adesso non dovrà essere la regola, però sono a mio agio quando sul palco c’è gente che è evidente che si diverte, poi quando si mette a suonare spacca tutto. 

Il quinto disco dei Cayman è uscito il 1° gennaio 2021 e si chiama Cayman Fantasy. Con un titolo così (poteva essere anche Final Animal, ma comunque è chiaro che viene da Final Fantasy, anche a me che sono un pollo del videogame quindi presumo anche a voi, per lo meno di sicuro a quelli che hanno 35-40 anni) poteva essere solo un disco ascoltabile da dentro un videogioco. Lapalissiano no? Cioè, loro hanno avuto questa idea geniale: diamo la possibilità di ascoltarlo solo a chi gioca al videogioco! Bellissimo, ma a me tirava il culo parecchio perché non avevo voglia di giocarci. 

Poi il 18 febbraio i Cayman Buonaniman hanno pubblicato il disco anche free e l’ho ascoltato anch’io. Però insomma (e arrivo al punto) mi sono pentito, ho pensato che almeno avrei potuto provarci, che tanto sicuramente il videogame era facile, non è che ci sarà stato da risolvere chissà che cosa, forse aveva lo stesso livello di difficoltà di, che so, Super Mario Bros, e poi sarei stato da solo a farlo, voglio dire, sul divano, non ci sarebbe stato il pericolo che mi spuntasse fuori la Monica da dietro. Comunque, non l’ho fatto e così facendo sono rimasto quello che ero, quello che il mio passato aveva definito e non ho neanche provato a cambiare e invece magari avrei dovuto, perché quando c’ho provato ci sono anche riuscito, a cambiare rispetto a quello che pensavo di essere dico. Ma non sempre si può vincere.

Quindi per fortuna che c’è una regola universale che vale dappertutto: il gioco è bello finché è corto. Cioè, bella idea quella del videogame, ma dopo un po’ bisogna darci un taglio. Il videogioco pixelato è un trip che una precisa tipologia di persone si fa, è un collegamento con un passato e un immaginario ben precisi, attorno al video gioco vecchio stile si crea condivisione, comunità, universo Arcade. Ci si identifica con quella roba lì e si gioca divertendosi ancora di più (io no eh, l’ho già detto?), pensando che ci sono altre persone come te che ci stanno giocando, e lo fanno perchè vogliono ascoltare un disco, lo stesso disco, tutti. Voglio dire, un’idea del genere crea unione. Però dopo un po’ è giusto fare basta. Perchè sta proprio lì il discorso: allargare la base, allargare la famiglia di cui si fa parte, fare conoscere a più persone le proprie idee, non rimanere chiusi nell’isola felice, anzi non essere proprio un’isola felice ma confrontarsi con l’esterno, l’esterno fa schifo ma molti di quelli che fanno schifo magari non sanno neanche che esiste un modo migliore e bisogna farglielo conoscere, dirgli che non c’è solo lo schifo. Proprio come dice in Boosting the underground movement as Socrates would, “Incrementare il movimento underground come vorrebbe Socrate”, la mia canzone preferita di Cayman Fantasy: trasmettere conoscenza, dotare le persone degli strumenti per comprendere la realtà, far conoscere le cose belle e fatte bene. E quindi secondo me i ragazzi hanno avuto una bella idea, perchè prima hanno raccolto intorno a sé tutti gli amici poi hanno allargato la cerchia. Idealmente e nel loro ambito, è chiaro, ma può essere un atteggiamento valido sempre. Oggi mi sento positivo, poi magari domani ricado nel pessimismo, ma oggi secondo me può funzionare.

Quando ascolto i Cayman mi vengono in mente sempre gli Hot Snakes. Suicide Invoice. Di solito. Questa volta è un po’ diverso. Cayman Fantasy è più pesto dei precedenti, rallentato, ho pensato alla trasformazione avvenuta dagli Hot Snakes ai Drive Like Jehu del primo disco, cioè praticamente nessuna trasformazione, perchè non è una cosa che ha un riscontro chiaro nelle canzoni, è una sensazione. Più una cosa legata al trascorrere del tempo, e a un certo punto diventiamo un’unica cosa fatta di quello che eravamo prima, che siamo adesso e che saremo o non saremo in futuro, ma questa trasformazione la viviamo sempre nello stesso ambiente e siamo noi a cambiare, non quello che ci circonda, a meno che non ci spostiamo di città, stato, continente. Ecco, facciamo finta che l’ambiente sia il punk rock e l’hc melodico: si tratta di un ambiente uguale da tempo, con caratteristiche e riferimenti chiari e cristallini, oltre che cristallizzati. Noi continuiamo a riconoscerci in certe sonorità ma come esseri umani scalciamo, non ci accontentiamo di stare fermi come fa l’ambiente che ci circonda. Quindi ci muoviamo dentro a esso. Ecco quella sensazione è questo movimento, è il risultato dei calci che diamo quando e se (perchè non è detto) ci sentiamo un po’ stretti. Non so se sono solo io ad avvertire un rallentamento in Cayman Fantasy o se davvero è così, a me sembra davvero così, ma è l’esito di tutto questo processo: il genere non è più propriamente il mio preferito ma i Cayman mi piacciono lo stesso per quelle cose che ho detto su a proposito della simpatia ma anche perché ho individuato in loro la voglia di cambiare un po’ pur rimanendo nello stesso contesto. Il cambiamento in questo caso mi pare un rallentamento del canone di velocità e un incupirsi dei suoni taglienti appartenenti ai generi di riferimento, ma forse sono solo io e loro quando leggeranno queste cose diranno ma che cazzo dice. 

Nella prima canzone no, ma in alcuni dei pezzi dopo c’è un velo di malinconia, e la malinconia rallenta. C’è qualcosa che negli altri dischi mancava, una specie di rallentamento riflessivo. In Pillows c’è aria di Stooges e il rallentamento è potenza ma anche attacco, provocazione consapevole. Con Fred the cat si torna a spezzare i ritmi e le chitarre, up to the beat. Ma You first, Maestro ha ancora qualcosa: se non fosse molto meglio, ricorderebbe il post punk inglese di adesso. Come la vena dark di Smile cracker: momento potentissimo nel cuore del disco. Let Darby Ride va più in direzione post hard core con non hc melodico, in quel modo tipo Red Worm’s Farm. Boosting the underground movement as Socrates would è lentissima! I Cayman hanno sempre alternato pieni a vuoti, passaggi più veloci a passaggi più lenti, ma questa volta i momenti in cui il rullante raddoppia sono meno frequenti. Qualcosa si è infiltrato nell’inscalfibile hardcore melodico dei dischi precedenti.

Quel giorno d’estate, in fuga dalla Monica, sulla strada verso casa incontrai Ama. Ama era un punk della nostra città, uno tirato, vestito di tutto punto, chiodo, calzoni attillati scozzesi e cerniere ovunque. L’avevo sempre visto vestito così, quattro stagioni su quattro. Ma non quel giorno: quel giorno era in tuta e scarpe da ginnastica. Cos’era successo? Tutti i punk sulla Terra si erano estinti? Un meteorite era caduto sulla casa di Iggy Pop causandone la definitiva, fatale, dissoluzione della pelle? No, niente di tutto questo, e purtroppo me lo spiegò Ama, che era uno molto loquace, bisognava stare attenti o non ne uscivi più, si diceva in giro che alcune persone, sopravvissute una prima volta, al suo passaggio si tuffassero a terra appiattendosi come sogliole, per non farsi vedere ed evitare una seconda pezza. Io non fui abbastanza pronto a sogliolizzarmi, lui probabilmente mi scambiò per mio fratello, e mi mise all’angolo. Il panegirico verteva sul fatto che a lui piaceva un casino il punk ma dopo tanti anni incominciava a riflettere su tutto quello che ci sta intorno e che non è attitudine o musica ma solo ornamento. Cioè: “io sono ancora punk, ma diobo mi sono stancato con quel chiodo di merda di aver caldo d’estate e freddo d’inverno”. Io annuivo. “Gli altri non lo capiscono, ma io do piú importanza alla musica che a tutto il resto”. In fondo, era uno giusto che aveva capito tutto. Il giro di Ama era composto da altri tre o quattro punk, o forse cinque, tutti amici. Ecco, Ama ci stava dentro ma aveva superato la fase, incominciava a scalciare e in qualche modo a dare al punk un proprio ritmo, non quello degli altri. Cogliendo al volo una breve pausa tra una parola e l’altra, che fece per prendere fiato, lo salutai e scappai, perché non è che volevo passare con lui poi troppo tempo. Mentre ero in fuga pensai però che era più simpatico così, in tuta. Chissà che fine ha fatto, Ama. Non credo abbia indossato mai più il chiodo. Credo che a un certo punto si sia messo a fare il dj, specializzato in quella musica lì, forse per farla conoscere di più, per allargare il giro. Si cambia, e lo si fa anche perché siamo talmente innamorati di quello che facciamo che vogliamo che più persone possibile lo conoscano.

Non so quanto si proietti se stessi dentro la musica che ascoltiamo, non so quanto dentro di lei vediamo ciò che vogliamo vedere, che magari non corrisponde alle intenzioni di chi l’ha scritta, ma succede. Anzi, forse è proprio l’intento della musica e dell’arte in generale, aprirci la testa con dei suoni, delle immagini o altro, che ci facciano andare al di là del messaggio dell’autore, perchè così ci facciamo una nostra idea. Non so, ma io nel nuovo disco dei Cayman c’ho visto queste cose. Forse è tutto giusto, o forse è tutto sbagliato.

Che occhio! Una cosa è sicura: per la prima volta le grafiche non sono di Ratigher, che li ha disegnati per quattro dischi, ed era in lui che li identificavo, visivamente dico – oddio, quando li ho visti suonare con la gondola quell’immaginario ha perso fermezza, ma per un attimo. Con Cayman Fantasy invece hanno cambiato grafica, e anche grafico. Niente, mi sembrava una nota importante da mettere alla fine.

 

Ciao, ascoltate questo disco, Cayman Fantasy

https://caymantheanimal.bandcamp.com/

DISCHI. Quella sporca dozzina 2020


Anno bruttissimo, ma anche anno bellissimo, comunque non ci sono cazzi che tengano: la classifica dei dischi più belli va fatta. Criptica o esplicita, sotto forma di lista o con i pipponi nel mezzo, ritrattabile o definitiva, scritta sulla pietra o con il limone, col tono da scazzato superiore o con l’entusiamo di un bambino di 10 anni di fronte a una fetta di torta, ma soprattutto che la leggano in molti o che non la legga nessuno, in un modo o nell’altro, comunque, va fatta, perchè è divertente. Quindi, ecco la mia. Io ne ho messi dodici, di dischi. Chiamatela Quella sporca dozzina 2020.

12. Sasha Tilotta, Crash at Corona. C’è stato un momento dell’anno in cui ascoltavo solo questo disco. Vivevo nella sua notte eterna, nelle melodie del suo pianoforte, pensavo di essere immerso in un crush senza fine, credevo nell’immortalità. Poi mi sono ripreso e ho fatto anche altro, ma è stata una parentesi bellissima e non potrò mai dimenticarla. Riascoltando ancora Crash at Corona quasi quasi ci ricasco, di sicuro è ancora un disco bellissimo che ti porta via in un’altra dimensione con pochi semplici tocchi di pianoforte e con primitive e caotiche melodie. Primitive nel senso che mi hanno reso un uomo primitivo, che prova un’emozione grande come se fosse la prima volta che si emoziona. Caotiche nel senso che mi hanno mandato nel caos. 

11. Coriky, Coriky. Ho un ricordo bello legato a questo disco. Guidavo sulla Ventimiglia Genova, nota anche come l’autostrada del diavolo del mattone, e l’ho messo su. La Fede si è addormentata all’istante, io mi sono goduto più di un giro di Coriky mentre ammiravo l’incredibile capacità dell’uomo di costruire palazzi ovunque. Pazzesco, pensavo, mentre guardavo di fronte a me l’Hotel più grande del mondo tra quelli costruiti in discesa. Pazzesco anche sto disco, però. Già mi piacevano molto i The Evens, qui sono sempre loro (Amy Farina e Ian MacKaye) e in più Joe Lally che suona il basso. Le canzoni sono noise, ballabili, cantilenanti, tutto. E cantano tutti. Un disco pazzesco, che non ha niente di nuovo, chiunque avesse provato a fare una roba del genere probabilmente avrebbe tirato fuori una cosa noiosissima ma Ian MacKaye anche questa volta ha superato le probabilità probabili.

10. Mint Mile, Ambertron. È il disco nuovo di Tim Midyett dei Silkworm. È bellissimo perchè mantiene la tristezza potente dei Silkworm ma li supera, avvicinandosi di più alla tradizione dei cantautori americani, con dei momenti così desolanti che ti si para davanti il deserto del Mojave e dei momenti così esaltanti che credi di essere su un tagadà. La personalità di Midyett e la sua grandiosa capacità di scrivere canzoni profonde come un pozzo rendono Ambertron un album dai toni non comuni, di una pesantezza non comune anche. Ma l’insieme di queste cose mi ha spaccato il cuore ripetutamente.

9. Jim Shorts, Late To The Feast. Questo è uno dei miei due dischi power pop di questo anno. Un disco così ci vorrebbe sempre, cazzo. È divertente, si balla, è potente, non molla un attimo e ogni canzone è un gioiellino. Come i migliori Built To Spill, fottutamente carichi e dannatamente tristi. L’ho ascoltato mentre facevo la pasta, mentre andavo al lavoro, mentre spazzavo, mentre stiravo, mentre facevo la file per fare il sierologico. È andato bene in ogni occasione. Dovrebbe sempre esserci un disco così, uno nuovo ogni anno, che ti inietta energia in corpo e ti fa fare tutto con un filo di gas, sia le cose belle, sia quelle brutte, sia quelle normali.

8. Flaming Lips, American Head. Potevo ascoltarlo sicuramente più volte, ma le volte che l’ho ascoltato mi sono bastate per capire che questa volta i Flaming Lips hanno fatto un bel disco. Dopo le delusioni (per me) di Oczy Mlody, 7 Skies H3 e The Terror, quest’anno l’album dei Flaming Lips è sicuramente tra i migliori degli ultimi 10 anni, dai tempi di Embryonic. E sono contento, sono contento da matti, perchè di base io amo i Flaming Lips, mi ricordano addirittura la prima volta che ho limonato con mia moglie.

7. X.Y.R., Pilgrimage. È un grande viaggio. Due canzoni da 20 minuti ciascuna, da ascoltare senza interruzioni, come Microphones ma completamente diverso. È elettronica, amici, quest’anno ho messo nella mia classifica anche un disco di elettronica, mi sento benissimo per questo. Ci sono state un sacco di uscite WARP fiche quest’anno (One Oh Trix Point Never, Lorenzo Senni e via dicendo) ma io no, ho voluto mettere i russi. Mi sono immerso grazie Pilgrimage nel suono russo contemporaneo dopo aver letto lo specialone di due mesi fa su Rumore (la rivista) e ho scoperto un mondo di musica severa, quadrata ma allo stesso tempo super stimolante e visionaria. L’ho ascoltato una volta ma è un disco eccezionale.

6. METZ, Atlas Vending. È un disco senza compromessi, noise non come quello smutandato senza vergogna dei Jesus Lizard ma comunque bello peso, il disco che vince nella categoria disco peso dell’anno. I METZ hanno trovato la loro normalità dopo quattro dischi e hanno tirato fuori canzoni talmente dritte che più dritte non si può. Mi piace Atlas Vending anche perchè la prima volta che l’ho sentito non mi aspettavo niente, ero seduto sulla sedia, e appena ha attaccato ho fatto un salto che neanche con Carpenter.

5. Naked Roommate, Do the Duvet. Questo disco è tutto: dal tamarro al delicatissimo. Da dub a post punk, mi piace il ritmo ma anche la maestrìa con cui lo controllano e lo tengono a bada perchè non superi la melodia all’interno della canzone in termini di importanza. È un disco russo con un’eleganza francese da questo punto di vista, e infatti loro sono californiani, non fa una piega. Però è incredibile come Do the Duvet dia la sensazione di una folla di persone in droga chimica che riempiono una stanza piccolissima e ti provocano una claustriofobia letale ma allo stesso tempo faccia apparire tutto sotto controllo e ti faccia venire voglia di fischiettare le melodie senza preoccupazione alcuna. Lo trovo un disco eccezionale per questo e l’ho ascoltato un sacco di volte, soprattutto in macchina.

4. Phoebe Bridgers, Punisher. Dolcezza, follia, malinconia. E alé. È fatta. All’inizio pensavo nooo non mi può piacere un disco così, cosa c’entro io con questa roba? Nooo. E invece l’ho ascoltato un sacco di volte e ogni volta che lo ascolto mi piace sempre di più. Quindi sta sicuramente tra i miei primi quattro dischi preferiti di quest’anno, con possibile passaggio al terzo posto, o al secondo, o al primo, se me lo richiedo tra uno o due giorni. Lei è quella che l’anno scorso aveva pubblicato il disco con Dylan Thomas, che mi era piaciuta un casino. Ma nel 2020 ha fatto il salto. Quelle di Punisher sono canzoni folk con chitarra, violino, batteria, pianoforte, e sicuramente altri strumenti che non ho sentito, ma soprattutto una forza evocativa assurda che mi ha catturato totalmente. Magnetica. Alcune volte pop, come in Kyoto, la maggior parte delle volte più calma, con un ritmo deciso ma quasi sempre sussurrato, alla fine del disco impazzisce e chiude tutto respirando come un animale. Mi piace un sacco.

3. Microphones, The Microphones in 2020. Questo è un fottuto album e Mount Eerie, o Phil Elverum, o Microphones, è un cazzo di stronzo che praticamente ogni anno da tre anni a questa parte inventa un disco che mi piace tantissimo affrontando temi tristissimi o adottando formule potenzialmente noiosissime, come un’unica canzone di 44 minuti. The Microphones in 2020 è un’unica canzone di tre quarti d’ora ma è la cosa più lontana dalla noia sulla faccia della terra. Chi altro sarebbe in grado di comporre un album simile? E sono arrabbiatissimo perchè un mese e mezzo fa ho avuto la fantastica idea di ordinare il libro fotografico del disco e non mi è arrivato per Natale ma il disco è così bello che glielo perdono. Ho nelle orecchie i suoi crescendo e le sue esplosioni all’infinito, come onde. Come quando dormivo nella casa vicino alla spiaggia, d’estate, e sentivo sempre il rumore del mare. Che figata eh? Molto romantica, troppo romantica, ma cosa ci posso fare. Del resto, se un disco ti fa un effetto simile, non è una cosa bella, è una cosa molto bella. Se mi arriva il libro scrivo a Phil Elverum queste parole: vaffanculo è in ritardissimo, vaffanculo ogni anno fai un disco bello, vaffanculo. Il libro si compone di una serie infinita di fotografie della vita di Elverum, cose sostanzialmente che hanno valore solo per lui. È normale. Come se le foto di me da piccolo con mia nonna ora deceduta potessero in qualche modo interessare a qualcun altro che non mi conosce. A me interessano le canzoni con cui PE parla della sua vita, non le foto del suo passato. Però io il libro l’ho voluto comprare lo stesso, per poterlo sfogliare ascoltando il disco. Che romantico, succederà una volta al massimo. Ma comunque non vedo l’ora che mi arrivi, il libro. Quindi, capite, ecco, ho sentimenti contrastanti nei confronti di questo volume. Del resto lui sa benissimo che se uno è disposto a spendere 50 euro in un libro che contiene delle fotografie inutili da sfogliare pensando al nulla, lui sa che quello è un suo fan e che il vaffanculo lo dice solo scherzando. Fanculo. Cazzo che bel disco.

2. OUT, Billie. Questo disco ha il miglior attacco degli ultimi 15 milioni di anni. La prima canzone è una bomba lenta e potentissima e tutto il resto dell’album non è da meno. E la maggior parte del lavoro lo fanno le chitarre, tengono il ritmo, crescono, si stoppano, riprendono il via, spingono, distruggono tutto, fanno da matti, con dei suoni pazzeschi. E la batteria? No, ma secondo me è un missile che non si può fermare. Billie è l’altro mio disco power pop di quest’anno e ancora di più di Late To The Feast di Jim Shorts dico che un disco così ci vorrebbe tutti gli anni, è curativo, mi spara via dai guai, mi culla perchè è la roba che mi piace da sempre, non desta dubbi, incertezze o perplessità, ma mi sputa anche in orbita perchè è esaltante. Facciamo pure finta che i dischi di chitarre siano solo quelli dei Fountaines D.C, gli Idles, ma intanto qua c’è della ciccia. È sottile la linea che separa essere la solita roba ed essere una figata ed essere la solita roba e ed essere una noia. Ma quando la solita roba viene così bene è una festa enorme. Come disse il cantante delle Cozze in concerto al Carisport di cesena “è tutto grasso che cola”.

1. Nana Grizol, South Somewhere Else. È il disco che ho ascoltato di più quest’anno, quindi lo metto in cima in cima alla classifica. Le canzoni già dai primi ascolti mi sono sembrate delle vere perle folk, ma con le chitarre emo, i ritmi punk e una penna eccezionale che dirige il tutto: Theo Hilton. I testi sono personali, drammatici (com’è essere gay e crescere ad Athens, Georgia, nel Sud degli Stati Uniti?) e allegri, malinconici e aggressivi allo stesso tempo. Esaltante. Mi esalto molto anche ad ascoltare Billie, come mi sembra di aver detto, ma come album dell’anno volete che non scelga un disco che è anche un tristone? Eh no, non si fa. Ecco perchè ho scelto South Somewhere Else, perchè un secondo prima mi fa venire quel magone che rimane lì per un po’ e solo il momento allegro che c’è dopo lo riesce a mandare via, e poi ritorna, il magone, e poi va via di nuovo. Così, mi piace questa roba, che fa fare un po’ di avanti e indietro a quel magone lì.

Menzione d’onore (fuori dozzina, perchè lo sto ascoltando in questo meomento per la prima volta): Tunes of Negations, Like the Stars Forever and Ever. Incastrato perfettamente tra le nostre manìe insuperabili (manìa del passato e manìa del futuro) e per questo perfettamente rappresentativo del presente. Viaggione.

Alé, e anche quest’anno è fatta. All’ennesimo live in streaming ormai ho un fior di scroto, mi manca molto la musica dal vivo, mi mancano alcuni locali che frequentavo non dico assiduamente ma quasi, ma anche quest’anno c’è stata tanta musica che mi è piaciuta, che ad ascoltarla mi ha divertito, commosso, intristito o causato qualsiasi alta reazione. Come del resto anche gli altri anni. Non è stato un anno diverso da quel punto di vista. È stato un anno senza concerti dal vivo e per supplire a questa mancanza forse ci siamo spaccati a furia di ascoltare roba, cioè abbiamo ascoltato tantissima musica in più e quindi ne abbiamo trovata di più che ci piace. Può essere una spiegazione a “è stato un anno in cui è uscita più musica bella rispetto agli altri or not”? Forse no, forse è una risposta scontata, ma secondo me è così. Tanto il prossimo anno si troverà un altro motivo per dire “quest’anno c’è stata più musica bella dell’anno scorso”. Ma in fondo è bello no? Sempre meglio dei cinghioni che dicono oh che noia quest’anno non mi è piaciuto niente. Detto questo, buon anno, e speriamo che nel 2021 esca ancora più musica bella, e così nel 2022, e nel 2023, fino al 2030, al ’40, al ’60, al 3000. Sempre di più.


Ciao

Microphones in 2020 (2)

È vero, Microphones in 2020 sta tutto nelle parole “now only” e “there’s no end”: si contraddicono ma riassumono la vita di Elverum. Qualcuno dice disco noioso. Lo è a tal punto che appena ho finito di ascoltarlo la prima volta, l’ho comprato. La contraddizione è ovunque.

È anche in questo disco, che racconta le cose più facili nella forma più difficile. Microphones in 2020 è un susseguirsi di ripetizioni, crescendo e decrescendo di intensità, in una traccia unica di 44 minuti, e richiede un ascolto continuato, per forza, per sapere tutta la storia devi arrivare in fondo, non ha senso farlo a pezzetti, nè nella fase di composizione nè in quella di ascolto. Non canzoni. Una canzone. Non s’interrompe mai. Pensaci, sei in grado di reggere? Devi ascoltarla tutta di filata, interrompere non ha senso. Elverum ha trovato la via per dirci tutto di se stesso, ce l’ha fatta, ma ci richiede uno sforzo in più del normale. Ha instaurato un rapporto speciale con la canzone. A Crowed Looked at Me e Now Only erano fatti di canzoni, di più canzoni, come il 99,9% dei dischi che vengono pubblicati. Lì descriveva come la vita l’ha colpito, nel senso di messo KO, parlava delle cose più dolorose e lo faceva con la forma dell’album tradizionale, per renderci l’ascolto meno doloroso, o per lo meno più facile, più canonico nella forma. Microphones in 2020 non ha bisogno di quella forma “normale”, perchè non è un disco doloroso, è un disco consapevole, che sa cosa è successo e (credo) lo accetta. È lo sguardo su tutta la vita dopo lo sguardo sugli anni più recenti, è l’ampliamento dell’orizzonte, lo sguardo allargato, punto di vista che si raggiunge solo in una fase avanzata del dolore. Che, forse, contempla l’accettazione. Quindi, la fase più tempestosa pare essere passata, Phil parla di sé, chi gli ha portato via ciò che racconta è il tempo, e non la morte, i testi sono più sereni e digeribili ma qualcosa di difficilmente affrontabile Elverum (da sempre uno che sperimenta senza paura di stracciare le palle a chi ascolta) ce lo deve mettere: ed ecco la canzone di 44 minuti. Elverum ribalta forma e significato rispetto a A Crowed Looked at Me e Now Only e rende Microphones in 2020 speciale, per l’approccio nei confronti della musica e del suo rapporto con le parole e per l’importanza che dà a entrambe. E più in generale per la sua particolare formula espressiva. 

Non è da tutti arrivare in fondo d’un fiato solo, non è facile. Ma se ce la fai, giri la boa e ne diventi schiavo, ti rendi addirittura conto che è necessaria una seconda volta, un secondo ascolto, e lì vuol dire che hai superato la prova, hai rotto il fiato e da quel momento in avanti ne vorrai sempre di più, entrerai nelle frasi e cercherai il loro significato, ti chiederai sarà così oppure cosà. E intanto la musica ti passerà attorno, con tutte le sue variazioni, i crescendo e le riprese. E avrai vinto la sfida con Elverum. Lui, dal canto suo, si sarà fatto ascoltare ancora meglio e la sua forma di album-una canzone da 44 minuti si sarà dimostrata la formula migliore per raccontarsi al mondo, seppur la più difficile.

Non ha nessun senso dare a un disco un voto in volgari e semplici cifre, sono d’accordissimo.

10 e lode.