Chiude il MEI, anzi no

mei Poi Sangiorgi ha detto che il Mei sarà l’ultimo ma non l’ultimo, il Mei non chiude proprio ma torna forse con un altro nome. Forse. Mei e non più Mei. No, si. Buh. Chiudere tutto e riaprirlo, per farsi un po’ di pubblicità. Sangiorgi non ci crede, è solo assetato di visibilità. Quello che mi fa incazzare è l’uso che ha fatto dell’annuncio, per fare bagarre e poi smentirsi. Non sei per niente indie, Sangiorgi. L’annuncio, uno strumento di potere enorme. E che risate Sangiorgi. In giro per l’Italia c’è gente che ci crede e che quindi non scherza sul fatto che un festival chiude.

Comunque ecco qual è la soluzione che si prospetta per Sangiorgi, non meno preoccupante di quella che aveva chiesto con il primo annuncio: si aprirà un “ciclone che porti a un grande cambiamento a partire dal 2015. Un cambiamento a favore di un settore, quello della musica indipendente ed emergente, sempre più in difficoltà e che in un momento di crisi gravissima deve avere più risorse, più visibilità e più unità. Risorse che attualmente vengono convogliate e trattenute dai grandi distributori di telefonia, digitale e informatica senza un’equa redistribuzione. Così come devono essere migliorate le ripartizioni dei diritti a favore dei più piccoli, dando loro maggiore visibilità nei canali di servizio pubblico, per una musica oramai centrale per due generazioni del Paese”.

Insomma, aspettiamoci un ciclone, ma stiamo tranquilli per un anno.

DA QUI IN POI FINO A QUANDO IL MEI DOVEVA CHIUDERE (arrivate alla fine dell’articolo, tornate su e riniziate a leggerlo. Giochiamo). 

Sono stato al MEI due volte nella mia vita. La prima ero con amici. Là abbiamo visto Godano, che faceva molte mosse, e per lo più pochissimi banchetti che vendevano cose, più che altro adesivi, pochi dischi. In un angolo del capannone c’era poca attesa per il concerto di una cantautrice italiana, un mito del cantautorato italiano, quindi un dinosauro, di cui adesso non ricordo il nome. A fine serata ce ne siamo andati, era scesa la nebbia e noi eravamo tristi ma non per la nebbia. La seconda volta ero con un amico e ho visto Sgarbi. Dopo, non ci sono più andato. Non per Sgarbi, ma perchè mi sembrava di stare in un posto in cui mi si prendeva in giro: ero al meeting delle etichette indipendenti e c’erano poche etichette e pochi gruppi indipendenti, non c’erano gruppi nuovi da scoprire, c’erano i dischi dei Led Zeppelin. Io cercavo la fotta, la voglia di ravanare tra i cd e chiedere a quello del banco che roba è. E invece in giro c’era molta tristezza, e svogliatezza.

Un articolo riporta alcune dichiarazioni bruttissime di Sangiorgi, il patron del MEI, che dice che quella di quest’anno sarà l’ultima edizione, e un sacco di altre cose. Le più importanti mi pare possano essere quelle che riguardano i motivi della fine: – il settore della musica indipendente è in ginocchio – negli ultimi anni i talent show e il rap italiano “che hanno totalmente sconvolto il mondo della musica sperimentale italiana” hanno fatto perdere importanza al Mei.

A distruggere le motivazioni di Sangiorgi basta la realtà. Spesso, in giro per l’Italia, si tengono piccoli o medi festival. Alcuni hanno chiuso, altri però no, e non sono pochi. E poi per dire, dove suonano due band di due etichette diverse, al banchetto non si vendono solo le robe dei gruppi che suonano ma anche quelle degli altri gruppi di quella etichetta o delle altre etichette. E funziona, perchè funziona: i gruppi suonano suonano bene, i dischi si vendono. Io (e non solo io) credo che la musica indipendente in Italia oggi stia attraversando un periodo bellissimo, con belle produzioni, bei concerti, belle magliette. Non è in crisi.

Secondo Sangiorgi XFactor e il rap gli hanno fatto perdere peso. Ma il punto è: ne ha mai avuto davvero di peso? Secondo me ne ha avuto tra gli organizzatori e la stampa che ha continuato a passarcelo come l’evento delle etichette indipendenti quando non lo era. Il Mei ha perso il poco peso che aveva perché sono cresciute molto bene le altre forme di fare musica dal vivo. Cioè: i locali fanno suonare, il gruppo e il locale decidono quant’è e i gruppi suonano e si suona di continuo e dappertutto. (non sono il primo a dirlo e non sono il primo a dirlo perché così che stanno le cose, è lampante, Sangiorgi non conosce l’Italia che fa la musica indipendente, oppure la conosce ma fa finta che non ci sia: pessimo atteggiamento). Funziona, non servono i soldi pubblici.

Tra le cose che Sangiorgi dice infatti c’è anche che Meeting delle etichette indipendenti vuole crescere chiedendo i soldi pubblici, e quindi vuole cessare di essere indipendente. Non è sbagliato volerlo, è sbagliato chiamarsi Mei se la mentalità è un altra. Riaprite con un alto nome.

E infatti.

(ricorda di tornar su)

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