Perché non mi piace troppo il Record Store Day

recordstoreday2014

Domani è il Record Store Day. Ho guardato un po’ in giro su internet in questi giorni per capire cosa sarebbe uscito per l’occasione e ho visto che non è cambiato niente rispetto agli anni scorsi. Moltissimi siti danno spazio a una generica “festa del vinile” (confondendosi sul cosa viene festeggiato) e ne parlano come un’opportunità per i negozi di dischi di uscire dalla crisi. Il numero di cose pubblicate, il loro prezzo e la loro vendibilità sono tutti argomenti interessanti di cui non si parla troppo. Con alcune eccezioni di etichette indipendenti che stampano inediti che ha davvero senso comprare, alla fine non molto di quello che viene fatto per il Record Store Day viene fatto davvero per i negozi di dischi: quello che viene distribuito consta soprattutto di registrazioni particolari di quel pezzo, edizioni speciali di quell’album e via dicendo (e in Italia non arriva neanche tutto). Nessuno può pensare di salvare il mondo solo perché una volta all’anno organizza una festa di beneficenza e nessuno può pensare di salvare un negozio di dischi solo perché una volta all’anno si spinge la gente ad andare a comprare qualcosa e la si spinge dicendo che è uscito un live inedito di un gruppo di cui non conosce neanche il primo disco. Se per un giorno un negozio è pieno di gente è molto buono, ma non è la manna dal cielo. Pubblicizzare le edizioni speciali non significa spingere a frequentare un negozio, mentre proprio questo dovrebbe essere lo scopo: spingere a comprare la musica nei negozi, sempre. Poi, per il Record Store Day, sarebbe bello parlare di più di e-commerce, molti negozi di dischi ce l’hanno.

La prima parte in causa della festa in questione è composta dagli organizzatori, che hanno sbagliato l’idea alla base del Record Store Day. Te la vendono come se ci fosse un solo giorno per salvare l’universo. Ma è possibile? C’è anche tutto il resto dell’anno ed è un buon periodo per contribuire. Sono un po’ ripetitivo, ma ritornando su certi spunti possono venir fuori discorsi interessanti.
La seconda parte in causa sono le case discografiche che pensano che facendo uscire un live nel cesso degli U2 la vita dei negozi di dischi si risollevi. E’ sempre il solito problema: troppe pubblicazioni, moltissime delle quali buttate lì per dare un motivo per festeggiare. Il ragionamento ha dell’assurdo: si vogliono festeggiare i negozi di dischi cercando di incrementarne le vendite producendo dischi di cui non si sente il bisogno pur sapendo che una produzione incancrenita sulle solite cose non va da nessuna parte e che uno dei problemi dei negozi di dischi è il magazzino, che rischia sempre di stare fermo e di riempirsi fino a esplodere; si vuole festeggiare stampando cose aggiuntive senza tenere conto che non è che se spingi un picture disc dei Radiohead uscito per il Record Store Day e lo vendi ma alla fine ti rimane in casa l’ultimo album dei Radiohead ci hai guadagnato tanto; soprattutto si vuole festeggiare senza avere chiaro che alla fine è una cultura che va festeggiata (la musica e il pagarla) e che quindi è quella cultura che va diffusa, non serve a niente spingere la gente a comprare a spot un disco solo perché è una ricorrenza e non perché lo desidera. Ci sono molti appassionati di musica in giro per il mondo. Non tutti comprano musica su supporto fisico. Se non si vendono i dischi, i negozi (on o off line) non sopravvivono ma non sopravvivono neanche i musicisti e la musica non viene più prodotta (il discorso vale per i piccoli gruppi ma in un neanche tanto ipotetico futuro di apocalisse musicale in cui nessuno paga più la musica, nemmeno su iTunes e Spotify perché sono superati, può valere anche per i gruppi più main). Adesso, poi, è bello andare in giro con l’iPhone e gli auricolari ma, se non c’è più la musica da ascoltare, l’iPhone con gli auricolari sono inutili e se ti beccano che tieni gli auricolari ma non ascolti nulla c’è da vergognarsi, è come farsi beccare che ti fai telefonare dalla mamma per far vedere che hai lo smartphone ultimo grido.

Se frequenti un negozio di dischi sempre e ti capita di andarci nel giorno del Record Store Day è divertente. Se hai la possibilità di starci un po’ quel giorno, è raccomandabile cercare di capire dagli sguardi del negoziante, che un po’ conosci, se questo o quell’avventore vanno sempre o solo quel giorno. Il negoziante di solito è un po’ scafato e a meno che non sia un paraculo totale non si vende troppo la storia del Record Store Day perché sa benissimo che non si campa con quelli che vanno lì a comprare il disco perché hanno letto su internet che è la festa del disco. Quindi, non è che gli avventori occasionali del Record Store Day li tratti male (è tutto grasso che cola) ma dallo sguardo capisci. Ecco, un’altra parte in causa della questione Record Store Day sono quelli che vanno nel negozio di dischi solo in quel giorno lì, comprano una roba e tornano a casa con la coscienza pulita perché pensano di aver dato un contributo per salvare il negozio in cui hanno comprato. O, se non hanno la coscienza pulita perché non sono del tutto stupidi, pensano di aver fatto un gesto figo. E’ assurdo. E’ come dire che una pasticceria campa solo con le colombe che vende prima di Pasqua, o che un’azienda vinicola sopravvive solo con le vendite di una serata estiva in cui ha partecipato a una festa del vino sotto le stelle: quella sera sono tutti appassionati di vino e si sbronzano ma un picco di vendite all’anno, anche spalmato su un periodo come nel caso della colomba pasquale, non ti salva il sedere. E stiamo parlando di vino e dolci, che moltissimi ritengono molto più indispensabili e irrinunciabili di un disco.

Poi c’è chi ci va 3-4-5-6 volte al mese in un negozio di dischi, a parlare, a comprare, a conoscere o anche solo a stare bene. A voler fare bene le cose, è questo l’aspetto dei negozi di dischi che andrebbe pubblicizzato e diffuso. Tutti i giorni tutti utilizziamo un po’ del nostro tempo a parlare di musica sui social network, scambiandoci opinioni e link. Giustissimo, non sono contro. Questa cosa si faceva però già prima di Facebook, nei negozi di dischi, che sono fighi perché ci puoi incontrare gente che all’inizio ti sembra solo matta, poi ci stringi amicizia, inizi a incontrarla sempre in negozio anche se non ti dai appuntamento e ci parli di musica, mentre la ascolti, perché intanto il negoziante ha messo su il file mp3 nelle casse del suo stereo. Bisogna avere voglia di frequentare certi posti. Se hai la passione per la musica, frequentare un negozio di dischi come se fosse un luogo di ritrovo è facile. Per cui, magari all’inizio ti sembra un posto di folli, poi però scopri che non è vero, forse perché scopri che condividi le loro stesse passioni con la stessa intensità e se ci sono rimasti loro ci sei rimasto anche tu. Comunque dopo un po’ non pensi più che siano matti e capisci di conseguenza che i negozi di dischi non sono posti per soli disadattati, ma che sono pieni anche di persone semplicemente appassionate di musica, esattamente come il bar è pieno di persone appassionate di scala 40 che giocano a scala 40.

Il problema del RSD è anche di target: in quanti possono essere interessati davvero all’ennesima ristampa colorata? Non tutti, i grandi fan. Quindi il pubblico potenzialmente interessato si restringe. Pubblicando molte cose di molti gruppi questo pubblico cresce, potrebbe essere un’obiezione. Si, ma il problema rimane e a quel punto davvero non è più la festa dei negozi di dischi ma quella del cadeau, della produzione e distribuzione che mettono in circolazione cose che non avrebbero mai messo in circolazione (perché non volevano investirci) se non ci fosse stato il RSD. La cosa non mi suona come una cosa positiva. Io sono sicuramente un pivello, ma nella vita ci sono state poche band di cui ho desiderato avere tutto, edizioni speciali, colorate, stampe limitate e vergate con lo sperma dell’artista. Nella fattispecie, per esempio, i Pearl Jam. Non sono mai riuscito ad avere tutto, ovviamente, un po’ perché vivo in Italia, un po’ per questioni economiche e un po’ anche perché a un certo punto, di fronte all’ennesimo picture disc con Eddie Vedder coi capelli sudati e gli occhi sbarrati mi sono chiesto se mi stessero prendendo per il culo. Alcuni sono collezionisti compulsivi e comprano tutto, altri sono collezionisti normali, ma la maggior parte delle persone che frequenta un negozio di dischi è composta da persone normali, amanti di uno e più gruppi, e questa maggior parte di fronte all’ennesimo 7” speciale Record Store Day si ferma e si chiede se non è meglio indirizzare la propria spesa verso un altro disco, magari uno nuovo che ha già un po’ sentito su Spotify e gli è piaciuto, o magari uno che gli consiglia il padrone che conosce i suoi gusti. I dischi e i negozi che li vendono non vanno festeggiati distribuendo più o meno a caso edizioni deluxe nella speranza che qualcuno se le compri, ma va festeggiata la musica, quelli che la vendono, la gente che la compra e i posti in cui la compra. Un po’ retorico, si, ma in concreto si potrebbe investire, ogni anno, una parte del denaro utilizzato dalle case discografiche per stampare amenità in una campagna pubblicitaria sui negozi di dischi, senza idealizzarli, dicendo che sono posti pieni di puzzoni, di sapientoni che sembra che ascoltino musica solo loro, ma anche che ci sono persone normali, appassionate, che vogliono ascoltare musica, nuova per loro o nuova in assoluto, e non per forza la versione col clavicembalo di Sunday Morning dei Velvet Underground.

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