O se perdiamo con gli hipster inglesi di merda… (ATP Endoven Era day 3)

ATP football clubs 1

In piedi da sinistra: il guardalinee, Taddei, Peraccini, il primo inglese (quello che scopa). In ginocchio da sinistra: Virtanen, il secondo inglese, Cossu, il terzo e il quarto inglese

Come nel più classico dei racconti inizio dalla fine, dal pomeriggio dell’ultimo giorno. Domenica 24 novembre 2013, dopo il Sunday Roast, per digerire, il Sunday Football Match gli altri era bene che se lo giocassero. Il monco, sia detto davvero senza offesa, era il guardalinee. Era pure muto. Quando gli abbiamo chiesto di esprimersi e dire se un tiro potentissimo di Peraccini finito sul palo interno fosse gol o no, non ha proferito verbo. Democristiano. Nella prima foto dei due teams al completo sta in disparte. Nella seconda foto, quando anche quel roito di arlecchino che vedete alla sua sinistra si è intromessa, il monco ha preso coraggio e ha detto se va lei posso andare anch’io.

Seconda foto

Seconda foto

Ma chi ha inventato il gioco del calcio? Wikipedia dice i giapponesi ma io mi ricordo che Bagni in un’intervista a Gianni Minà una volta disse che erano stati i napoletani. Tutta roba nostra insomma e gli inglesi ormai non dicono più che gli inventori sono loro. Per cui questi inglesi che hanno giocato contro di noi erano abbastanza cagati.

Cosi è finito tutto, cioè è iniziato l’ultimo giorno all’ATP, con una sfida al pallone tra anglosassoni fighetti e italiani durissimi che hanno accettato in squadra un finlandese, Salminen, che ci deve solo ringraziare. 6 a 6 il risultato, giusto per siglare le larghe intese anche con gli euroscettici.
Poi tutti allo Stage 2 (di sotto) a sentire Hebronix l’alieno (ex cantante degli Yuck, ‘sto mostro è pure sposato) che assomiglia a Erlend Øye dei Kings of Convenience di cui ha mantenuto il quiet, il loud e pure il pippone. Però se ti lasci trasportare funziona anche dal vivo (Hebronix). A parte che avendo il doppio micro inscocciato avevo paura che all’improvviso lo strappasse dall’asta e si mettesse a ballare alla Samuel Subsonica. Ma non l’ha fatto ed è stato un bel concerto. Daniel Blumberg alla chitarra dilatata, il vero Yoko Ono al synth drogato: quello che ci voleva dopo le fatiche calcistiche degli altri. Buona la capacità di arrangiare e di tenere in piedi un live di tre quarti d’ora senza batteria, e senza far morire di noia nessuno. La batteria nell’album (Unreal) c’è, escluderla è stata una scelta motivata non so da cosa, ma è stata una buona scelta, che ha lasciato spazio a sguardi più o meno d’intesa, ma sempre con la bocca aperta, tra Blumberg e Yoko Ono, il cui vero nome è Kohhei Matsuda, viene da Bo Ningen e nell’album non suona. Unreal a volte è quanto di più vicino agli Yuck si possa immaginare (Wild Whim), il concerto è stato proprio un’altra cosa. Di Hebronix è uscito anche un nuovo 7” con Howling Hex (Neil Hagerty).

Hebronix. Foto: Diego

Hebronix (foto: Diego)

Adam Gnade. Foto: Diego

Adam Gnade (foto: Diego)

Poi è la volta di Adam Gnade, di sopra, sullo Stage 1. Adam Gnade recita poesie in molti pezzi e a volte sembra che le canzoni siano costruite per dare spazio solo alle sue parole: quando si esauriscono loro, si esaurisce anche tutto il resto. Avrei voluto più spesso una coda strumentale più lunga, per godere ancora di più, a coronamento di canzoni ben scritte e ben suonate, perchè è il genere di musica che si adatta ad avere code lunghe o lunghissime. Gran pezzo in questo senso è The Ballad of Tom Bluefeather (da AMERICANS). Adam Gnade ha collaborato con mille personaggi, dal vivo e su disco, pappandosi musica e letteratura insieme, e questa pare essere la sua caratteristica principale. Così in AMERICANS, EP registrato con The Hot Earth All-Stars (str-streaming). Tornano alla mente i Van Pelt di Sultans of Sentiments, ma là gli arrangiamenti mi coglievano più in contropiede, qui a volte c’è un tocco di Stati Uniti più classici che rende tutto più tranquillizzante. E’ passato qualche anno da Sultans of Sentiments e in mezzo mi pare ci sia stata anche una specie di ripresa punk funk, la peggiore influenza di Adam Gnade, a giudicare dall’ultimo pezzo eseguito all’ATP e dal primo pezzo di Honey Slide EP che non c’entrano niente col resto.
Quello dei Beak> è stato uno dei concerti più sorprendenti. Non li conosco ancora (due dischi su due da ascoltare), ma hanno fatto un live con fiocchi. Per colpa loro di Pharmakon ho visto solo la chioma bionda che scendeva dal palco e mi son perso il negro potente.
Sui Los Planetas ho una storia inutile da raccontare e, dal canto nostro, dopo il loro live ne abbiam dette di tutti i colori. Più di 10 anni fa uno spagnolo è venuto a Cesena per il progetto Leonardo. Doveva stare otto mesi, rimase credo un anno e mezzo. Per una serie di coincidenze più o meno gradevoli ci conoscemmo e diventammo amici, tanto amici che ci sentiamo ancora. La sua caratteristica principale era l’alcolismo, ma era anche un divoratore di musica. Ci scambiavamo cd e tutto quanto, in nome dell’Unione Europea che ci aveva fatto conoscere, prima che la Spagna diventasse forte a calcio. Tra i cd martirizzati che mi smollò lui ce n’era uno dei Los Planetas, che mi aveva attaccato su perchè gli avevo detto che mi piacevano i Mercury Rev e i Jesus and Mary Chain. Pare che in Spagna un tempo i Los Planetas fossero un’Istituzione Indie, proprio come da noi gli Afterhours, un tempo, forse. Ho ascoltato per un po’ i Los Planetas, alcune cose mi piacevano, tra le quali il portentoso album Una semana en el motor de un autobús, altre mi facevano vomitare, poi li ho abbandonati totalmente, proprio quando lo spagnolo se n’è andato. Gli ho mandato un messaggio, la mattina del 24 novembre: “Non ci crederai ma stasera vedo dal vivo i LOS PLANETAS”. Non ha risposto. Forse si è vergognato. L’ATP è stata l’occasione per aggiornarsi sulla band dopo una carriera più che decennale che avevo lasciato perdere a metà strada: li vedo dal vivo e, mi dico, o mi piacciono definitivamente o li mando affanculo per sempre. Los Nomades, Festa dell’Unità, Festa dello Sport di San Vittore sono le espressioni che abbiamo usato per descrivere il loro live. Giustamente. Il 90% degli spagnoli venuti all’ATP era di sotto a vedere The Haxan Cloak. Qualcosa deve voler dire. Auguro ai Los Planetas di incontrare Manuel Agnelli e, vedendolo, redimersi per non subire il suo imbruttimento definitivo. Ma chi è più triste, Manuel o i Los Planetas? Mah.
È stato il concerto di chiusura dello Stage 1 e la foto non la metto perchè il cantante sembrava Alessandro Haber e perchè è deprimente. Intanto, di sotto, The Haxan Cloak sfondava i timpani e spezzava le meningi con le frequenze basse più fastidiose e potenti della storia delle mie orecchie. Un uomo, in effetti, può anche voler iniziare la domenica col tacchino, proseguirla con una partita di calcio e farla finita coi Los Planetas.

“È un vizio? Indubbiamente è un richiamo molto forte, irresistibile, ovunque mi trovi, quale che sia il valore delle squadre, il tempo, gli impegni che mi consiglierebbero di rinunciarci. Nelle mie domeniche salta la domenica, mai la partita. E onestamente parlando, oggi come oggi, non so cosa possa accadere di più importante nel resto del mondo, in quelle ore della domenica, di quanto non accada negli stadi, e che meriti di essere veduto, e vissuto. È il gusto dello spettacolo, con tutti i suoi deliri anche, che un grande spettacolo comporta. Poiché di un grande spettacolo si tratta, il più autentico della nostra epoca, lo spettacolo collettivo, ‘per tutti’, che il teatro moderno non ha saputo darci. O non abbastanza, o non ancora, decaduto il melodramma. È un’arte nuova, corale, moderna, coetanea del cinema, pensateci bene. Si chiama calcio, in Europa, e tra i popoli dell’America latina è rugby o baseball negli Stati Uniti (ma rugby e baseball, rispetto al calcio, che cosa sono, se non delle varianti in chiave di forma muscolare e di destrezza, a scapito dell’intelligenza e della fantasia?). Ora, il calciatore ha la salute dell’Apoxiòmenos, e la versatilità del poeta estemporaneo, che improvvisa sulla rima obbligata e nel giro di un’ottava. La squadra è una compagnia di undici attori, con una precisa distinzione dei ruoli, e di ciascuno di essi resterà solo il ricordo: è l’insegnamento che si tramanda, la ‘scuola’ che si perfeziona o decàde di generazione in generazione. E quello che essi recitano, non è uno spettacolo di gladiatori, non è circo, e non è sport soltanto, è il gioco di una diversa civiltà, una rappresentazione tutta scienza e tutta istinto, razionale e fantasiosa insieme, incruenta. È una nuova commedia dell’arte, appunto, con delle platee piene e con decine di migliaia di spettatori che sanno, e conoscono, e che si riconoscono. Per guitti e incolti che siano gli interpreti, il canovaccio è quello, i suggerimenti che si offrono agli spettatori sono quelli, idem l’emozione, l’entusiasmo, le ire”.
(Vasco Pratolini, Il calcio, da Giochi e sport, 1950)

Vasco Pratolini

Ah, e il cinema dell’ATP meritava una visita, con il negro più gentile del Mondo che faceva da entraîneuse.

La mattina di martedì 26, dal fornaio a Savignano a comprare la spianata per il pranzo, mentre in radio davano Glorious di Andreas Johnson, il fornaio Mattia dice “Gli Oasis! Ci sono ancora loro?”. Il fornaio Ciccio risponde “Son morti tutti”. Mattia: “Nooo. Mi piacevano loro, erano bravi”. E il Ciccio: “bfff.. bravi…” facendo il gesto del cucchiaio con la mano. Scriveranno tutti e due su Neuroni, gliel’ho già chiesto, hanno già detto di si. Il miglior rientro al lavoro che potessi sperare.

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