Shiver e Charm al Ravenna Nightmare Film Festival 2012

Danielle Harris in Shiver

Senza dubbio è arrivato il Generale Inverno. Non ricordo se durante il Ravenna Nightmare Film Festival era già così freddo gli anni scorsi perché l’aria dentro al Cinema City Multiplex era per sempre, il ricircolo la rendeva eterna e, una volta entrato, era come vivere nell’inconsapevolezza di ciò che c’era fuori, anche quando c’eri, fuori. Dentro al Cinema Corso, l’anno scorso, c’era qualcosa che non andava nella temperatura, ma non ricordo cosa. Quello che ricordo è che l’atmosfera era più adatta rispetto agli anni precedenti. Uscivi e avevi freddo, si, ma lo sopportavi più facilmente. Quindi non ricordo se l’anno scorso era freddo come ieri. Ieri però lo sentivo il freddo, quindi qualcosa è cambiato al Ravenna Nightmare. È tutto più umano.
Fin qui, considerazioni romantico-meteorologiche.
Mi sono buttato a capofitto nella programmazione dei film in concorso: domenica è stata la volta di Shiver, ieri mi si è piantato sullo schermo Charm. Due esperienze estremamente positive. In Shiver c’è un pazzo (detto il Grifone) che uccide le donne perché nessuna è alla sua altezza, fino a quando non trova Miss Wendy Alden. Tre i motivi per cui questo film è una figata: siamo a Portland, il serial killer ha l’espressione ebete meglio riuscita della storia dei film, l’attrice (Danielle Harris) che interpreta Wendy è una grande attrice, già vista in Halloween 4, Genitori in blue jeans, Scappo dalla città la vita l’amore le vacche, L’ultimo boy scout, Urban Legend, Halloween the Beginning e cose così. Tutto questo è sufficiente per apprezzare. Inoltre la storia raccontata non fa acqua da nessuna parte. Solo a volte eccede in rappresentazione, in problemi di narrazione e montaggio. In problemi.
Shiver ha un gusto retrò anni ’80, all’italiana, che ci piace sempre un poco rivedere sul grande schermo, ma anche a casa. E infatti, dopo Shiver, hanno proiettato, per la retrospettiva “bloody vintage”, Sette note in nero di Lucio Fulci.
La regia è di Julian Richards, il produttore-sceneggiatore è Robert D. Wainbach, che ha vinto alcuni premi in festival americani, che per Shiver si è ispirato a un romanzo di Brian Harper e che si è terraformato in sala, prima e dopo la proiezione. Un signore dall’aria e dai modi davvero professionali e che sapeva il fatto suo. Alcuni del pubblico avrebbero dovuto portargli più rispetto e non rivolgergli domande inutili.
Miss Wendy Alden simpatizza con il suo aggressore che la vuole sposare, poi la vuole violentare e poi vuole tagliarle la testa e metterla in un barattolone per i biscotti. Che sarebbe poi stato uno dei barattoloni pieni di teste di donna che Robert D. Wainbach si è portato in giro per un paio di giorni tra gli Stati Uniti e il Canada, durante le riprese, e con i quali è stato beccato dalla Polizia.
Delicato, il film, è delicato perché non si vede sangue inutile, ma solo ben piazzato, nei punti giusti. Molte scene sono state girate una volta e sono venute benissimo, da subito. La scena dell’inseguimento tra Wendy e il pazzo di Portland è invece costata tempo e denaro alla produzione e ha, davvero, qualcosa di brillante.

Ashley Cahill in Charm

Qualcosa di brillante, ma per niente delicato, ha anche Charm, il film del lunedi del RNFF, di Ashley Cahill (attore, regista, sceneggiatore). Pensate che in questo film c’è anche Kirsten Dunst.
Il protagonista di Charm è Malcolm, un dandy di New York che decide di uccidere la gente perché la gente che frequenta la città non gli piace più: fighetti intellettuali, cui piace solo il cinema francese e che parlano parlano parlano, proprio come lui, con la sola differenza che a lui piace il cinema americano. Malcolm vuole portare la violenza nei posti più Inn di New York, vuole uccidere dove nessuno ha mai ucciso e vuole fare notizia, per trasformare la città, per far capire a tutti che c’è qualcuno che ha messo in atto la rivoluzione. Scopo della rivoluzione: ripulire NY da un eccesso di fighetteria indie. Ma fare notizia è difficile in una città così grande e Malcolm riflette, parla, parla, parla e spiega il suo disagio dovuto al fatto che trova molte difficoltà a raggiungere l’obiettivo. Malcolm, in effetti, ha il carisma di Woody Allen in Manhattan, i due appartengono alla stessa tipologia di uomo, il logorroico.
Charm è un mockumentary: c’è una troupe che segue Malcolm e lo riprende mentre ammazza. L’idea di documentare le nefandezze farebbe pensare a una finzione, ma in realtà tutto succede davvero. O il contrario. Meglio il contrario: si documentano eventi falsi, creati ad arte, che guadagnano in verosimiglianza perché vengono ripresi come un documentario.
Tutto molto serio fin qui, ma solo in apparenza. L’idiozia mischiata alla violenza è la caratteristica migliore del film, perché lo rende il risultato, in effetti, di un colpo di genio. Non si tratta dell’idiozia di The Cottage, sopra le righe, assurda e pop, ma di un’idiozia dovuta all’inadeguatezza del protagonista, ai risvolti comici del suo disagio malato, al suo egocentrismo. È quello che ci fa ridere di Woody Allen.
Ah, Ashley Cahill a volte assomiglia a Christian Bale.
In effetti Malcolm rappresenta un po’ tutti noi in alcuni frangenti della nostra vita, non perché vuole sterminare i fighetti, ma perché vuole sterminare le persone che gli danno fastidio. Ecco, in chiusura, anche la considerazione di psicologia spicciola.

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