Più che su David Pajo, è una cosa su me di fronte a David Pajo

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Le Foto dei concerti è un genere. Di solito gli amatori di Foto di altro genere vanno in giro, prendono uno scorcio, e basta. Il fotografo di Foto dei concerti è mediamente invadente, dipende dalla sua sensibilità nei confronti degli altri spettatori. L’unica volta che ho visto David Pajo dal vivo è stato due anni fa al vicolo Bolognetti. Era Papa M. Sono stato molto invadente, quasi tutto il concerto l’ho passato a fare foto a lui e al suo bassista. Delle dita, della faccia, mezzi busti, della chitarra, con lo zoom del Nokia. La notizia del tentato suicidio l’ho ignorata fino a l’altro ieri, poi mi sono venute in mente le foto che avevo fatto, le parti di David Pajo. Macabro, non volevo fare quel pensiero. In generale, mi piace di più Lou Barlow, e penso che le cose più belle David Pajo non le abbia fatte da solo. Però questa cosa del tentato suicidio mi flippa il cervello. È cambiato il modo in cui guardo le foto, prima pensavo alla musica e a quella serata afosissima di giugno a Bologna, adesso penso a David Pajo appeso a una fune, come quello della foto che ha messo sul suo blog, però vero. Il concerto era stato bello e molto monotono. Non un colpo di testa, tutto come Pajo: tranquillo, immobile. Il bassista era in piedi, lui seduto, il bassista lo guardava concentrato, lui no, e faceva fatica a guardare noi. Questa era la mia lettura del suo atteggiamento fino all’altro ieri. Poi magari uno tira fuori la parte più serena di sé sul palco e a casa è un diavolo per motivi diversi, possibile (questa la mia lettura adesso). Sono passati più di due anni, troppo tempo per ricollegare le due cose, ma l’ho detto, le robe mi frullano nel cervello. Quel che è successo ha cambiato la mia percezione di David Pajo intorno al solo momento in cui sono stato vicino a lui fisicamente, quindi veramente, cioè quando l’avevo a due metri da me. Adesso mi sembra quel tipo di serenità, la stessa dell’acqua cheta. Leggere la lettera alla moglie non me lo conferma, non del tutto. Che collegamento c’è tra lui e la sua chitarra? Com’è lui davvero? Turbolento sotto l’apparenza apatica, forse. Le parole della lettera hanno questa stessa inquietudine. Sto facendo un’analisi da psicologo da strapazzo, ok, ma penso a quello che mi dicono le sue parole (le ho lette solo tradotte e solo un estratto, il messaggio d’addio su fb è stato cancellato di corsa). Oltre al rancore c’è una specie di desiderio di vendetta. Ha menato la moglie, lei l’ha tradito, non in quest’ordine da quello che si capisce. I Ain’t no goddam son of a bitch, you better think about it baby. Non è coi pezzi di testo che mi vengono in mente che posso capire la testa di David Pajo. Non so dove sta la verità, ed è inquietante. Il fatto è che prima per me lui era quello degli Slint, dopo è diventato un’altra roba. Non so come siano andate le cose, ma m’interessa una dinamica che potrebbe influenzare la sua musica futura. Per questo mi piace abbastanza leggere sulla vita dei tipi che ascolto, soprattutto quando sono solisti, quello che si dice facciano nel tempo libero è interessante. Della sua vita non mi ero mai interessato, e all’improvviso è finita su internet, e lui ha smesso di essere solo quello degli Slint.
Tweez e i For Carnation (lui in Fight Songs) sono le sue cose migliori. Ma quella che preferisco è quando suona la batteria nei Solution Unknown, è velocissimo ma non sempre; sulla carta è una stronzata ma in alcuni passaggi la sua batteria sembra la sua chitarra. La più divertente è King Kong (Pajo alla batteria), un gruppo funk suonato con la stanca dello slowcore e con tigna rigonfia del post rock. Il suo non è mai stato un modo rasserenante di scrivere le chitarre. Teso alla rabbia e poi alla pace. Non per forza violento. Quando penso a una musica lenta, penso ai For Carnation. Ci sono tante altre cose più lente, ma io penso a quella. Nella musica lenta sta l’inquietudine che prima mi ovatta il cervello, poi se vuole esplode, altrimenti mi lascia quella sensazione di isolamento fino alla canzone successiva. Whatever, mortal è solo il titolo di un disco. Appoggiato alla cassa dello stereo c’è stato a lungo, un periodo in cui lo ascoltavo una volta, poi lo rimettevo lì, poi lo riprendevo, e così via. Mi ha respinto e attirato. Adesso non c’è più, da un pezzo. È un album folk, a volte sembra avere intenzione di distruggere ogni mia certezza, a volte mi annoia. L’ho ascoltato ieri dopo almeno 2 anni, su un mp3, e adesso lo sento da un punto di vista diverso, non cambia il significato delle sue parole, ma in testa mi si ammucchiano significati a cui prima del tentativo di suicidio non pensavo. Quello che fa un artista nella sua vita può cambiare anche il modo in cui ascolti la sua musica. Può farlo, non lo fa sempre, questa volta l’ha fatto. Scream With Me è un’altra cosa che ho risentito ieri e mi è sembrato difficile ascoltarlo tutto fino alla fine. Ai fan, i musicisti lasciano i dischi che fanno. È un’eredità che cambia nel tempo, un po’ come i ricordi che ti lascia una persona. Il tempo passa, e cambia la tua prospettiva. Il tentativo di uccidersi mi lascia una sensazione di incompleto, di desiderio di fare una cosa che non si riesce a fare, e ‘sto desiderio l’ho sentito per la prima volta ieri in Scream With Me. Quel senso di incompiuto non deve essere facile da sopportare, soprattutto perché l’incompiuto non cancella i motivi della scelta. Magari quel vuoto creerà lo spazio per un disco nuovo, non so. Non posso saperlo adesso come non posso sapere altre cose. Qualunque cosa scriva, è relativa, perchè non posso capire la grandezza di un gesto come tentare il suicidio, i motivi che l’hanno generato, dove sta la ragione. Ma a volte il pensiero si perde in zone poco chiare e faccio fatica a decifrarlo e quando ci riesco alcune volte non l’accetto. Come questo: ci sono Aerial M, Papa M e M sta per morte. Mi gira in testa un’idea, una cosa evidente: che lui sia come me, altra cosa che non mi piace, perché in quelle persone che scrivono canzoni che mi piacciono vedo qualcosa che non c’è, una specie di superiorità, che si spacca quando interviene qualcosa di più grande. Da una frase come “Sì, siamo orribili e scialbi. Ma non siamo innamorati della bellezza, non veneriamo la bellezza, non la desideriamo. Adoriamo la realtà e la natura, con tutte le sue imperfezioni e tragedie e trascendenze. Non amiamo solo una porzione della natura e dei drammi umani (la bellezza). Amiamo la sua intera portata, tutto ciò che tocca con il suo raggio”, che è una frase ovvia, capisco che di fronte alle sfighe Pajo, che ha saputo dire un sacco di cose, e non sa dire niente di illuminante, esattamente come tutti. Gli Slint non sono andato a vederli l’anno scorso, perché non sempre si ha voglia di recuperare tutto. Ma il passato questa volta è ritornato e ha cambiato alcune cose, con David Pajo. Li ho sottovalutati ultimamente, non devo più.

POPERA

Italian tenor Luciano Pavarotti (L) with

Masini aveva una bella canzone, però lui canta come un gatto grasso sotto strozzamento. Platinette e la Di Michele hanno cercato di fare la canzone impegnata ma hanno sbagliato anno, perché il tema travestiti l’ha strizzato come un limone Conchita la prima sera. Tra l’altro io odio Conchita, penso che la sua barba faccia malissimo alle battaglie dei travestiti. Malika (terza in finale) quando canta non sente mai davvero una canzone, è fredda. Malika è una macchina da guerra, è quella che dà la possibilità alle persone che snobbano Sanremo, e credono di ascoltare musica superiore, di guardare Sanremo (solo perché c’è Malika) proprio come tutti gli altri che guardano Sanremo senza però dover trovare una giustificazione, perché non devono trovarla, perché se guardo il festival non sono peggio di te che non lo guardi. E infatti è arrivata terza, il che significa che è più da Sanremo di altri 17 cantanti almeno. Questo per molti è un problema anche se davvero non dovrebbe esserlo. No ma io ho visto solo Malika Ayane eh. In Nina Zinna non riesco a trovarci un briciolo di spontaneità. Chiara vuole troppo dire la cosa giusta per tutti, sempre, quando parla e quando canta. Grignani mi è salito nel corso della settimana, se dovessi scegliere il terzo motivo per cui valeva la pena vedere il festival dopo RAF e Annalisa, è lui. Nek (secondo sul podio), quando gli hanno dato il premio per il miglior arrangiamento, era stupitissimo, non ci credeva, pensava tra sè e sè che con una canzone di merda si possono fare un sacco di cose, tra cui vincere il premio per il miglior arrangiamento e arrivare tra i primi tre a Sanremo. Non sto scherzando, la sua faccia diceva questo. I Dear Jack hanno tutto il successo che ci si poteva aspettare, forse anche troppo poco. Sono una boy band di ragazzini e gli esperimenti di questo tipo, di risposta gli Stati Uniti, in Italia non sono mai riusciti bene (Lollipop). Finiranno male anche loro, presto, overdose di eroina, schiacciati dall’alcol, o cose simili. Alex Britti ampiamente sotto le aspettative. Bigio e Mandelli hanno detto “coglioni” la prima sera, per quello non sono arrivati alla serata finale, e il loro “coglioni” ha risvegliato negli italiani un po’ di senso del pudore, e gli italiani li hanno cacciati a calci dal palco dell’Ariston. Moreno è una macchietta, a volte è anche in gamba con le parole, ma per la maggior parte del tempo penso alla sua testa, grossissima rispetto al corpo, e non posso fare a meno di ridere. Bianca Atzei pensavo sarebbe arrivata più in sù perché è un frullato di Malika e della cassiera dell’Esselunga, gente che piace o è piaciuta molto. Lara Fabian, she makes no sense at all. Il Volo ha vinto ma è innegabile il peggioramento fisico subito negli ultimi anni. Zona mediocrità: Anna Tatangelo è una mezza sega (se scrivo sega e Tatangelo nella stessa frase, cosa succede su google?), Nesli è trapassato come se niente fosse, anche nella serata finale. Sono andato a fare la doccia consapevole che avrei perso un cantante, ho finito, sono tornato in sala, ho chiesto agitato “Chi c’è stato??!!”, ma hanno risposto Nesli, ho pensato pffff vabbè. Lorenzo Fragola è James Blunt, che poi è il maestro indiscusso di Ed Sheeran, solo che Ed Sheeran è molto più maleducato e si permette di prendere in giro Carlo Conti che gli dice che la sua canzone d’amore, nella notte di San Valentino, la dedichiamo a tutti gli innamorati. Subisco il fascino sessuale di Irene Grandi, ma quando canta mi chiudo nel bozzolo protettivo Anti tarri. E comunque nulla può l’Irene contro l’Annalisa.

Pausa gif animata, rubrica di neurone sulle somiglianze a Sanremo dell’anno scorso, che quest’anno ho lasciato perdere perché anche Repubblica ha fatto una galleria fotografica sulle somiglianze, senza gif animate, perché quelli di Repubblica non le sanno fare. La somiglianza più smaccata di quest’anno è questa.

Kutso and Fast Anilmals and Slow Kids

Kutso and Fast Anilmals and Slow Kids

Quando ho sentito che RAF era fuori ho provato dolore, lo stesso che sente lui mentre canta. L’interprete ha un ruolo a Sanremo, e non deve per forza allargare le braccia e alzare lo sguardo al cielo per essere capace. RAF è combattivo, sofferente, simpatico. E venerdì sera ha cantato benissimo nonostante la laringite. Lo so che è stato eliminato perché Come una favola era semplice. Adesso ditemi da quando a Sanremo ci facciamo di questi problemi. Il Volo ha preso voti perché ha trasformato la lirica in pop. Non so, non conosco la storia della lirica italiana ma mi sa che Pavarotti aveva già fatto un’operazione del genere. A cosa ci serve quindi il Volo se non a ricordarci Pavarotti? A nient’altro. L’apparente sofisticaggine (neologismi oggi sul neurone) ha fatto vincere il Volo, del resto è la stessa sofisticaggine che ci fa urlare a Malika Ayane come grande interprete anche se canta sempre allo stesso modo, bene per carità, ma ha 1 modo di cantare, praticamente il suo contributo l’ha già dato tutto. Malika e il Volo è uguale quindi. Nek è un errore, ci ha svelato la verità Carlo Conti quando ha fatto finta di sbagliarsi dicendo che Nek era arrivato nono. C’hanno messo Nina Zilli al suo posto, ma sappiamo tutti che Nina Zilli è arrivata terza e Nek ha vinto solo il premio come miglior arrangiamento, ed è sbagliato, perché l’arrangiamento era quello di un pezzo degli Snap e voi preferite una canzone vecchia e cafona o una semplice e delicata? Ma Nek aveva il giubbotto di pelle e i calzoni della tuta col cavallo basso e i bottoni storti sul pacco ed era aggressivo abbastanza da dare alla canzone l’unico significato che poteva avere, quindi l’interpretazione, comprensiva di mis, nella classifica sbagliata che poi era quella buona, un po’ come le tagliatelle sbagliate, fa parte dell’arrangiamento. Ma la sensibilità mostrata da RAF con Come una favola è superiore e superiore è la canzone, che è una canzone d’amore, e non deve essere cantata da uno su una Hammer che rimbalza sui pneumatici al ritmo di EDM, ma se voi volevate che vincessero i capelli dritti e gli occhioni a specchio, allora avete fatto bene a votare il Volo e Nek.

Non riesco sempre a farne due cose separate, del sesso e della musica. Nel senso che se una cantante è bella, sono quasi fottuto. Annalisa 2 anni fa con Scintille si era vestita in modo preferibile rispetto a quest’anno, a parte la seconda sera, in cui ha superato con lode la prova della cover più difficile del mondo (VS la Ruggero). Una finestra tra le stelle l’ha scritta kekko dei modà, che io odio con tutto il corpo, però lei la canta benissimo e tocca ammettere che lui ha tirato fuori il ritornello migliore di tutta Sanremo 2015. Infatti non ha vinto. Ma qui sta la dimostrazione che non ha senso dire che Sanremo deve essere visto da alcuni e da altri no: i Modà non mi piacciono ma mi piaceva la canzone scritta da quello dei Modà interpretata da Annalisa, e non credo di essere l’unico. E allora come la mettiamo. Sono un ibrido irragionevole. No, mi piace cercare di giudicare le canzoni, che siano a Sanremo oppure no. Quando hanno annunciato la classifica e alla quinta posizione non era ancora stata nominata, tutti in casa ci credevamo un casino, dopo, sono andato a lavarmi i denti. Lo scrivo, così se a qualcuno verrà mai in mente di rompermi il cazzo su questo post, lo farà dicendomi che non devo aspettare di andare a letto per lavarmi i denti, che devo farlo subito dopo mangiato, e non per quello che c’è scritto. Da fuori, la quarta posizione è la migliore perché permette allo spettatore medio pensante (io) di pensare che è arrivata lì perché è superiore ai primi tre e quei bifolchi che votano al telefono non hanno avuto la capacità di capire la bellezza della canzone. Da dentro (cioè per Annalisa) capisco che questo sia un discorso di merda e che uno preferisca vincere, più o meno sempre. Volevo dire una cosa sulla giuria demoscopia, sui grandi elettori di San Remo, quelli che vengono scelti in base a determinati requisiti. Uno di questi è l’aver comprato almeno due cd nell’ultimo anno. Ci credo che poi quelli non distinguono una bella canzone da una brutta, ne hanno sentite tipo 24 in un anno.

Baby, il volo che ti porta
a du a du du du
lo sai soltanto tu

Sanremo è finito male, non poteva andare peggio per la prima classificata, sotto però potevano arrivare anche Mandelli e Platinette. Quello era lo scenario peggiore, da ribellione dell’orchestra che si straccia le vesti. Una parola sui giovani: caccamore (una macchina da guerra caselliana). Sul gradino più alto dei big non poteva andare peggio. Il Volo sono i democristiani, che sognano il futuro dei giovani ma lo fanno prendendo a riferimento i modelli del passato, che non vuole che trionfi l’amore vero ma quello pomposo. “Abbiamo visto dalle recensioni che la maggiorparte di voi non è daccordo con questo verdetto ma a quanto pare il popolo è dalla nostra parte”. È l’effetto del patriottismo, la musica della patria, il sapore del tenore, che funziona sempre. Scopro adesso l’esistenza dell’Operatic pop, o del Popera, che è poi il genere che il Volo naviga con Filippa Giordano. Giordano è senz’altro un’estimatrice del povero Pavarotti, il quale si starà rivoltando nella tomba a pensare che qualcuno gli ha rubato l’idea, che lui non si è mai presentato in gara a Sanremo ma a questo punto avrebbe potuto vincere a mani basse. Lui che ha inventato i duetti dei cantanti d’Opera con le pop star.

AGGIORNAMENTO POST PUBBLICAZIONE. La Popera non aveva mai vinto prima e dimostra che ogni anno (o quasi) il festival lo vince qualcuno di brutto che però è diverso da quello brutto dell’anno precedente e quindi ogni anno dietro a quella vittoria ci sta magari la stessa Italia dell’anno prima, che però è cambiata. Ha un senso parlarne (queste tre 4 righe le ho aggiunte dopo i commenti perché mi sembravano una roba intelligente da scrivere – comunque, leggete i commenti che sono molto più interessanti dell’articolo).

La Popera (è anche il nome di una catena montuosa delle Alpi tra Bolzano e Belluno, e) può essere una canzone pop cantata come se fosse lirica (Bocelli) o canzone del repertorio classico cantata in modo pop. E questo riconduce la nostra attenzione a un’altra dichiarazione a caldo de il Volo: “Non siamo solo tre ragazzini che cantano con la voce imponente, qui abbiamo proposto una canzone che non è O’ sole mio, è semplicemente una canzone pop cantata in modo classico, vogliamo farci conoscere un po’ di più perché noi nel nostro repertorio abbiamo anche brani degli U2″ (il Volo, tre giovani fiori: 22, 21 e 20 anni). È la canzone pop cantata con aria lirica, non il contrario. Quindi, all’interno del genere, il Volo si schiera. Così piccoli e già così corrotti, e pure schierati sulla Popera, di cui nessuno sentiva la mancanza. E non dimentico Paciotti, l’ex Gazosa che ha schitarrato il Nessun Dorma. Ricominciamo da Sanremo 2016.

gli alvvays a milano

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Il concerto degli Alvvays è iniziato lunedì. Di mattina mentre sono al lavoro la mia ragazza mi manda una mail, oggetto STAY FOOLISH. “Sentivo questi tipi canadesi, gli ALVVAYS che spaccano, li ho trovati per caso spulciando i concerti di rock indipendente a new york nei prossimi mesi (dove sono sold out da mesi, anche nelle altre date negli stati uniti) e mi accorgo che tipo QUESTO VENERDì SUONANO A MILANO e ho pensato: tu il venerdì pomeriggio sei a casa, io faccio venire l’Enrica, andiamo a Milano a vederli? Andiamo su con calma ma torniamo appena finisce il concerto. E poi sabato si fa quel che si può. E siccome sono eccitatissima come se avessi 15 anni avevo bisogno di dirtelo subito” (stampatello dove l’ha messo lei).
Venerdi (ieri) alle 5 del pomeriggio partiamo. Prendo caffè per tutto il tempo fino a mezzogiorno, riposino di 2 ore dopo pranzo, caffè al risveglio. È la preparazione. Alle 3 di stamattina, arrivati a casa, ero ancora carico come una mina. Lunedì abbiamo prenotato i biglietti, martedì non ne abbiamo parlato, mercoledì c’è preso male il viaggio lunghissimo, giovedì Annalisa ha cantato da dio a Sanremo e ci siamo riconvinti, venerdì alle 19:30 ci fermiamo all’Autogrill dopo lo svincolo per Bergamo-Brescia, quello costruito come un ponte sopra all’autostrada, c’è la neve, le luci sopra all’ingresso, praticamente è Natale. Andiamo a pisciare, io prendo un caffè, alcuni ragazzi appena usciti dal lavoro si fanno un frizzantino. Inizia il weekend lombardo.
Il Lo-Fi non è lontano dalla stazione di Milano Rogoredo, in una zona industriale chiusa in una specie di semicerchio che da una parte ha le case, dall’altra la ferrovia. Io abito a Gatteo quindi mi stupisco, sapendo di essere fuori dal mondo, di una opel kadett bordeaux parcheggiata in doppia fila perpendicolare al senso di marcia sotto a un semaforo, del tipo in tuta che fuma una paglia in mezzo a viale Ungheria e quando lo sfioriamo in macchina c’ignora e inizia a chattare a due mani sul telefono, dell’altro tipo in tuta che attraversa la strada come se stesse andando dalla cucina al divano. È buio, i palazzi attorno sono scuri, con tantissimi occhi, e grandi. Mangiamo un trancio di pizza buono in un posto che si chiama “Alla Toscana” dove ci trattano meglio che in qualsiasi ristorante della Romagna, prendiamo un caffè in un bar dove danno Black Hole Sun e andiamo a fare la fila al Lo-Fi.
Dentro è bello, anticamera col bar e col dj, sala concerto lunga, stretta e buia, come il Covo ma un po’ più piccolo. Il batterista dei canadesi Moon King è un dritto, gli altri Moon King sono 3: una ragazza che all’inizio sembra essere solo la chitarrista poi diventa la frontgirl, un ragazzo che all’inizio sembra il frontman poi diventa uno che ogni tanto canta e suona qualcosa oltre a pazzeggiare sul palco, un altro chitarrista che ha tenuto la papalina e l’eskimo per tutto il tempo e ha suonato la chitarra poco pur tenendola sempre a tracolla sopra al giubbotto e alcune volte quello che ha fatto con la chitarra è stato bello. Suonano tre accordi benissimo, e mi prende bene almeno tanto quanto alla chitarrista che salta come se per la prima volta avesse appena rotto il ghiaccio di fronte a un pubblico tutto sommato numeroso.

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Gli Alvvays dal vivo sono molto bravi, più che su disco, perdono quel distorto finto e patinato e lo mettono giù solo distorto, hanno tutti le facce simpatiche e la cantante ha gli occhi spenti fissi al fondo della sala. Si sente il loro peso quando canta. Il modo sbrigativo di dire le cose belle tra una canzone e l’altra è simpatico e un po’ provocatorio e quello di stupirsi scambiandosi sorrisi con la tastierista perché le prime tre file stanno ballando come matte sembra davvero sorpreso. Sono presi bene e tornano per il bis. Lei è troppo bionda perché sotto le luci le si veda il viso nelle foto del mio smartphone, ma ha una voce incredibile. Il chitarrista ha un suono rozzissimo, il basso e la batteria tengono su tutto con la stessa facilità con cui dentro alla sala è stata organizzata una specie di festa e c’è qualcuno che puzza di brutto vicino a noi, ma non fa niente. Molly Rankin più parla più il suo essere gentile e glaciale si lega in qualche modo alla desolazione dei suoi occhi. Che sono dentro alla sua chitarra e che arrivano là in fondo, dove la sala è vuota perché lì ci stanno quelli che non si cagano troppo il concerto e non si accorgono di quello che sta succedendo. E dentro quegli occhi c’è il sorriso della mia morosa che si volta verso di me a un certo punto, molto contenta di aver scritto quella mail da quindicenne. The Agency Group la fanno circa a metà serata, è la mia preferita e tutti sembrano essere più contenti di me ma sono contento anch’io. È una di quelle serate in cui tutto sembra toccarmi e non toccarmi allo stesso tempo, cioè mi rendo conto che c’è della malinconia grossa là dentro ma mi scivola via al 100%, mi piace, e si balla un po’ languidi un po’ no, e a me piace un sacco guardare le sagome nere delle persone che si muovono. A mezzanotte ripartiamo per Gatteo, 2 ore e 53 minuti da casello a casello, all’altezza dello svincolo lombardo c’è meno nebbia di prima e alla radio dicono che hanno eliminato Raf dal festival di Sanremo. Ma noi siamo stati a una festa, a Milano per giunta. L’indomani mattina, la moglie va a lavorare, il marito dorme.