COSTA, Sabotatori e Sfumature (Garrincha Dischi)

costa-garrincha

Non ho mai scritto niente su Garrincha Dischi di Bologna. Stamattina ascolto COSTA, che ha fatto un ep con due canzoni, Sabotatori e Sfumature. Sfumature è una cover dei 99 Posse e quello che mi rimarrà più in mente sarà di sicuro la strofa in levare, il cuore caldo del pezzo. Sabotatori è un rock’n’roll blues dalla simpatia bolognese che normalmente non mi piacerebbe e non mi piace neanche stamattina, credo principalmente per colpa di quello spirito da brigante gitano anarchico. Sfumature dei 99 Posse non l’avevo mai sentita prima di oggi, il rnr o il reggae mai sopportati prima di oggi, ma ho sempre condiviso il territorio con rockabilly romagnoli e con amici periodicamente in fotta per queste cose. Sfumature di COSTA migliora la versione originale e di Sabotatori di solito mi verrebbe da dire malissimo ma questa mattina non ce la faccio, del resto sto bevendo il caffè in una tazza finto stropicciata con la bandiera americana stampata sopra e anch’io ho le mie colpe.

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La mia felpa che sta dentro a Paura, di Felpa

Felpa Paura

Il secondo album di Felpa (già Magpie) è fatto di batterie lente che ricordano Zuma, di bassi che fanno giri infiniti, di altri suoni che non ho scoperto subito e di chitarre shoegaze che danno l’idea dello spazio grandissimo. Quella di Paura mai ha quel modo di muoversi sensuale e oscuro che mi ricorda Havah. New wave. Ma è una piccola parte di testo che ho trovato più significativa: “Resteremo soli fin quando non troveremo il fine”. La canzone è Momenti, alterna distorsioni e dilatazioni e parla anche di solitudine. C’è un altro pezzo di testo che devo trascrivere per dare un senso a quello che sto pensando di scrivere, quello di Paura mai che dice “Ma resterò accanto a te / per quanto mi sarà concesso / e nel buio non avrai / paura mai”. Uno e l’altro contengono la speranza di non essere soli, un giorno, ma non conosciamo il momento preciso in cui questo succederà. Il futuro è il tempo verbale dell’incertezza. Paura mai concretizza il fine di Momenti, ma il fine ha una scadenza, il tempo che ci sarà concesso per non essere soli. Poi, dovremo ripartire daccapo. Quel testo di Paura mai dice che vincere la solitudine ci serve per vincere la paura, e la guerra contro la paura è il terreno su cui combatte tutto il disco, a volte vince a volte perde. Quando vince, lo fa in un futuro indefinitissimo, e la vittoria diventa solo un’ipotesi (Accanto a te). Comunque, c’è una lotta per cercare di capire come cazzo fare.

Anche Abbandono (2013) si preoccupava degli stessi temi, ma era più aggressivo. Mi piace di più Paura, più potente, e decisissimo sull’essere tematicamente insicuro ma musicalmente sicurissimo. Le canzoni sono un grande blob unico e irregolare, con momenti di esplosione (Inverno dopo Buio) e poi di calma (Spazio e Stanotte). Come la melodia dilatata è importante negli Slowdive lo è anche in Felpa, che gioca col suo strumento, la chitarra, e tira fuori dei giri che partono (quasi) isolati, mi mettono l’angoscia nello stomaco, poi si trasformano, si sovrappongono e s’incrociano in un bellissimo lavoro di missaggio (Accanto a te). In quegli attimi sono lassù nel cielo, ma è un inganno. Attacca Sempre dopo e sono al punto di partenza. Il blob è in azione, gira intorno a un punto fisso, replica le parole da una canzone all’altra, i pensieri, le batterie in 4/4, i temi del disco precedente, i suoni. Dopo l’inizio con Buio e Inverno, e tutto un giro nel mezzo, come se Felpa giocasse a ping pong con i pezzi della paura che ha distrutto, e poi ricostruito, con le chitarre che ci girano attorno, il disco finisce con Estate e Luce, ma Estate dice che il giorno ritornerà e Luce è la canzone con la chitarra più pesa del disco, nonostante lo xilofono. “Non avrò paura/non ho più paura” è il ritornello che si ripete per autoconvincersi. Il disco si chiude nel nome del contrasto, che aleggia in tutto l’album, tra il testo e la musica, il primo è positivo, la seconda no. La paura non perde e non vince mai in modo definitivo.

Felpa è sempre dentro un confronto ravvicinatissimo con un tu che sta prima o dopo la solitudine. Come Havah. Ma Havah è più cattivo in Durante un assedio, nei suoi testi sento il disprezzo, in Paura sento l’amore, per una donna o per un amico. Ci sono certi momenti in cui quel tu è al centro del discorso e altri in cui Felpa lo spara nell’universo e lo allontana, o si auto-spara nell’universo e si allontana: lì, vincere la solitudine è impossibile. Virginia, un’amica, mi diceva sempre quanto le piacesse stare sola, in alcuni momenti, per scelta, non perché lo fosse nella vita, quello è un altro discorso. Adesso non può più dirmelo. La morte di una persona lascia in una condizione di solitudine assoluta rispetto a quella persona. Quella solitudine esisterà per sempre, non esiste neanche l’ipotesi di sconfiggerla, perché ognuno di noi la lascerà in eredità a qualcun altro.

La mia felpa nera col cappuccio. Matteo Salvini sta facendo passare della felpa un’immagine sbagliatissima, con tutte quelle scritte qualunquiste, indossata come porta-slogan da esibire in televisione. La felpa può essere anche quella degli stronzi con la celtica davanti. L’altra visione della felpa, quella giusta, è l’esatto opposto: un indumento da indossare per stare in disparte e farsi gli affari propri. (che poi il nome di Felpa non è davvero Felpa, se guardate le copertine: è Felp a, Fel pa, Fel p a, ma non posso dire con sicurezza che la cosa abbia un significato).
La mia felpa è nera, senza stampe, col cappuccio, molto più utile rispetto a quella con la cerniera di Salvini: quando si mette a piovere all’improvviso tiro su il cappuccio e ho risolto il problema. La vita della mia felpa col cappuccio è divisa in 4 fasi. Mi ricorda la Montagnola di Bologna, l’ho comprata lì, e da lì è partita la fase A: la mettevo sempre. Poi mi ricorda Socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax, negli auricolari sotto al cappuccio. Quando andavo a correre lo ascoltavo spesso, lanciato sul ponte sul fiume Savio, pioggia, neve, nebbia, col filo che passava sotto e andava a finire nel lettore cd portatile sistemato ogni volta in un punto più scomodo. Il posto meno peggio era la tascona unica sulla pancia, perché quella della mia felpa ha le dimensioni giuste per far ballare in modo tollerabile il lettore (aveva, adesso ha ceduto un po’). Certo, con l’iPod questo problema è scomparso. E questa era la fase B: la mettevo per andare a correre. La fase C è adesso: la metto ogni tanto, la sto abbandonando. Finirà nel sacchettone di plastica delle cose che ho smesso di portare (fase D).
Ma una volta la felpa nera era come il bozzolo dentro al quale superavo la tristezza della solitudine rimanendo solo, e vincevo per un po’ le mie paure, sotto al cappuccio. Cose da ragazzetti ma che mi hanno insegnato ad aver rispetto del desiderio di stare soli. La mia felpa nera, più avanti, quando la tirerò fuori dal sacchetto perché sarà diventata vintage per mio figlio, avrà la stessa utilità per lui. Poi anche lui un giorno si illudera’ di essere alla fase D e di aver vinto la solitudine e la paura. A provare improvvisamente il contrario a me, adesso, c’è Paura, il secondo disco di uno che (forse) si chiama come la mia felpa. Ascoltarlo è ritornare alla fase A, o al limite la B, dentro c’è la stessa battaglia. E non so perché (davvero) prima di oggi Felpa non mi aveva mai ricordato la mia felpa nera col cappuccio: alla fine dei conti è chiaro che la solitudine e la paura sono e sono state sempre lì.

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È con grande onore che in un unico post metto insieme un pezzo in anteprima del nuovo disco dei Clever Square e un disegno di Salaparto

Dream Eater

Dream Eater

Intro
Un pomeriggio di primavera dell’anno scorso c’era una coccinella sul davanzale. Succede a tutti di vederne, ma mi ricordo quella volta perché fuori era una giornata con poco sole, c’erano i bambini che giocavano nel cortile dei vicini e uno di loro ha urlato: mamma c’è una coccinella, la schiaccio? È una cosa che mi è venuta in mente con The Ladybug Hits You Twice, il secondo pezzo del nuovo disco dei Clever Square, Nude Cavalcade. Nude Cavalcade mi aiuta a ricordare le cose. Ma contemporaneamente mi dà poco tempo per pensarci, a quelle cose: pensavo alla coccinella e mi sono accorto che stava già suonando African Dome. Il tempo di un disco e il tempo delle cose a cui pensi mentre lo ascolti è un rapporto multidirezionale che mi piace. Questo disco lo forza un po’, non può costringere i pensieri a correre più veloci perché è una cosa difficile da fare, ma li interrompe, perché irrompe. È un disco veloce, con diciassette canzoni, ognuna delle quali finisce presto, ti abbandona proprio nel momento in cui godi al massimo. Non è una cosa brutta come può sembrare. Stai già godendo, non devi ancora godere, non puoi ritenerti soddisfatto ogni volta del tutto ma la strada verso la soddisfazione Nude Cavalcade la costruisce pezzo dopo pezzo. Non ho una preferenza decisa per le canzoni brevi o per quelle lunghe, quelle di Nude Cavalcade finiscono presto non perché sono particolarmente brevi ma perché sono come una busta piccola di tarallucci originali pugliesi. Mi piace quella confezione perché mi lascia la voglia di mangiare altri taralli. E sono libero di farlo, come sono libero di riascoltare a nastro Nude Cavalcade, di cadere nel suo circolo, arrivo alla 17, riparto dalla 1, arrivo alla 17, vai con la 1. La vera festa inizia con la 2 però, la 1 è la sala dove si svolgono l’attesa e i preparativi. Riascoltando Nude Cavalcade ci entro proprio dentro e scopro che i Clever Square hanno fatto un altro disco mostruosamente bello.

Svolgimento
Distopian Dream Girl
era una canzone di qualche anno fa dei Built to Spill, dove le chitarre si infilavano ovunque e uscivano da ogni parte. Dinamica. La dinamicità in tutto il disco dei Clever Square è fatta in quel modo, con tutti gli strumenti. Strofe, passaggi e ritornelli si alternano con una velocità bella, sempre azzeccata. Ogni cambiamento e ogni ritorno sono il segno della capacità di sistemare le cose, di settarle al punto giusto, e di scrivere canzoni. In African Dome la chitarra viene fuori da ogni parte, dalle fottute pareti insomma, come in Distopian Dream Girl. African Dome è come un racconto, lungo il quale non voglio perdere la narrazione del basso e della chitarra, che alla fine ti conducono all’improvviso su un binario morto, e io rischiaccio play sulla stessa canzone. Riparto, e quando riparto sento le cose nuove che al giro precedente non avevo sentito. Succede spesso, come le coccinelle.
Le melodie di Nude Cavalcade mi piacciono molto, come mi erano piaciute quelle di Natural Herbal Pills. E quella di Better in Congo, che mette a fuoco due belle caratteristiche che il disco si porta dietro sempre: il suono e la produzione. Ogni canzone tiene sempre alto il ritmo, non c’è un attimo di esitazione. La batteria era un po’ nascosta in Natural Herbal Pills, ora non lo è più. Ci sono momenti in cui gli strumenti sembrano slegati tra loro, altri in cui tutto lega benissimo, e il risultato è regolarità e precisione. Il disco è stato registrato all’Igloo Audio Factory e allo Studio Waves, e masterizzato al VDSS Recording Studio, per Flying Kids Records.

Perfecto è il titolo della traccia sette. Ed è quella che per questa volta eleggo a fottuta hit. Quando ascolto Perfecto penso a quando andavo coi miei alla pizzeria sulla via Cervese, sui materassi a molla a saltare, e una volta il babbo di un mio amico si è rotto un braccio. È la strofa che mi fa venire voglia di saltare. Poi però attacca subito Stygian Decimator e penso che i Clever non siano mai stati più veloci di così. Onions for Dinner è tranquilla e serena come un palloncino pieno d’acqua, che poi però lo guardi e ti esplode in faccia all’improvviso, senza motivo (succede eh), proprio quando le chitarre iniziano a girare e fanno quel trillo. Proprio trillo, in gergo tecnico.

Pausa
Il disco si piglia qualche pausa con Lord Garbage e A Bag of Heads che danno respiro a una corsa quasi sempre giocata a pestaggi alti, e una di quelle pause è la mia pausa, Dream Eater, il pezzo di Stefano (il bassista) che suona la chitarra e canta, e poi c’è anche una sega che suona. È mia perché Flying Kids mi ha scritto e me l’ha affidata quando ha deciso a quali siti dare le anteprime del disco, ognuna con un disegno associato. Il mio disegno è di Salaparto (fb), la mia illustratrice preferita, e lo vedete là sopra. Nel video anteprima del disco c’è questa canzone e a un certo punto si vede Stefano che cammina dietro a delle galline. L’unico posto in cui io -bambino di città- potevo vedere le galline da piccolo era a casa di amici, a Torriana, nella collina diciamo vicino a Rimini. Per colpa di quel posto ho un brutto ricordo, perché sono stato assalito più di una volta dalle cagauova. La canzone è bellissima e non c’entra niente col brutto ricordo. Qualche volta da una canzone parte un ricordo, che esiste di per sé, la canzone non ne è responsabile, è solo il posto in cui m’infilo e poi scopro che mi sta facendo pensare a qualcosa. Non succede sempre, ma quando succede quella canzone prende una forza grande così. Come mia mamma che si chiede sempre quale sia il significato del titolo del film, ragionando sul titolo della canzone ho pensato a Soul Eater, un manga di inzio 21° secolo, gli Eater gli amici dei Buzzcocks, e basta. Fantasia limitata, io, ma il dream eater apre tutto un mondo, se volete, a partire dal ricordo di Bonnie Prince Billy di I See A Darkness, il mio disco di Will Oldham autografato. Dream Eater è una canzone unica nel contesto di Nude Cavalcade, dilatata, folk, un po’ psichedelica anche, grazie alla sega. La puoi ascoltare pigiando play.

Conclusione
Ascoltando Black Candy dei Beat Happening qualche giorno fa pensavo ai dischi dei Clever Square. Se The Waiting Hours e Ask the Oracle si possono ricollegare a un certo tipo di rock indipendente alternativo americano un po’ barcollante e lo-fi che sembra sbriciolarsi come le ultime Macine rimaste in fondo al sacchetto, Nude Cavalcade è più definito, prende una strada nuova, e Natural Herbal Pills è stato (per me) un album di passaggio per capire questo movimento. C’è una cosa bellissima in tutte le canzoni dei Clever Square: si sente un sacco di roba lì dentro, ci sono un sacco di riferimenti, ma la scrittura dei pezzi è la loro caratteristica migliore. Ci sono sempre state entrambe le cose, gradualmente la scrittura è diventata più importante, mai ingombrante ma sempre caratterizzante, e alla fine Nude Cavalcade è un album ancora più significativo da questo punto di vista, pieno di belle idee, belle canzoni, scritte bene, e bei suoni. E Giacomo canta molto più forte. L’altro giorno mi sono lasciato andare e ho scritto Minchia che disco, proprio una cavalcata, nudi. L’ho cancellato perché mi vergognavo, ma lo penso ancora. La soddisfazione si conquista pezzo dopo pezzo e io sono molto soddisfatto. È successo come con quei dischi che ti entrano talmente tanto dentro che alla fine di una canzone canti già il ritornello di quella successiva. Adesso il pensiero va più veloce delle canzoni e non va più dietro ai ricordi ma alla musica. Qualche riga fa non era così, perché qualche volta la musica ha la forza di monopolizzare completamente la mia attenzione e cambiare quello a cui penso, il modo in cui lo penso, in corsa. Questo è Nude Cavalcade, esce il 25 marzo e lo puoi pre-ordinare da qui.

nude cavalcade clever square

la copertina. artwork: Angelo Accardi