È uscito il disco dei ragazzi, si chiama I’m good if yer good. Antonio Gramentieri l’ha missato e postprodotto. Per un po’ non faranno concerti perché devono finire di ascoltare le sintetiche spiegazioni di Gramentieri su come deve essere la loro musica.
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a cura di nessuno
Any Other: Silently. Quietly. Going Away

Cosa vi viene in mente se dico ascensore? A me tre cose. Mia mamma che dice “chiama l’ascensore!” e io che inizio a urlare – ero sveglio da piccolo. I miei genitori che partono per un viaggio e lasciano la valigia nell’ascensore quand’ero un po’ più grande – adesso capite da chi ho preso. E quella volta in cui ero chiuso nell’ascensore dell’ipermercato con un signore con un alito pazzesco, pochi anni fa. L’immaginario legato alle parole è soggetto a una continua stratificazione di significati.
E se invece dico caribou? Caribou, Daniel Victor Snaith, Daphni, Manitoba, sun sun sun. Oppure Caribou, la prima canzone del primo disco dei Pixies, quella con cui si sono palesati al mondo su 4AD nell’87. L’ultima volta che l’ho sentita è stata oggi. L’ultima volta che ho sentito Caribou mesi fa. I ricordi si raccolgono a strati sulle parole ma il primo strato rimane sempre quello che arriva più in profondità.
Penso a Caribou quando ascolto il disco degli Any Other. Loro riescono ad ammorbidire l’aggressività di quella canzone con la delicatezza dei Bedhead di What Fun Life Was e ad arrotondarne la punta degli spigoli con la scioltezza di There Is Nothing Wrong About Love dei Built To Spill. Questo è il cuore degli Any Other, o almeno una sua parte. Senti il crescendo finale di To The Kino, Again e poi muori. Ma prima di morire volevo aggiungere che dentro a Silently. Quietly. Going Away ci sono prima di tutto gli Any Other. Marco suona il basso molto consapevole di tutta la lezione dell’indie rock anni 90, personalizzandola con giri coraggiosi e neanche facili (questo l’ha detto quello di cui io regolarmente sono ghost writer, G.). Erica suona la batteria con con una sensibilità grandissima che si adatta perfettamente ai picchi e alle depressioni della scrittura. Adele canta, suona la chitarra e scrive i pezzi. Unisce insicurezza e sicurezza e l’arco di situazioni in cui ti puoi trovare ascoltando le sue canzoni è molto ampio. A bocca aperta, a occhi chiusi, coi capelli dritti, a testa in giù. Ma è dal vivo che gli Any Other danno il meglio.
La collina delle discoteche di Riccione per me era un’ombra, più o meno dietro casa, fino al 21 agosto di quest’anno. Quella sera partiamo, arriviamo alle rotonde che stanno sotto la collina, sbagliamo strada, accendiamo solo in quel momento il navigatore. Siamo in ritardo, parcheggiamo rimbalzando tra le buche del terreno, scendiamo dalla macchina, io personalmente centro in pieno un cratere col piede sinistro, ne esco vivo, un attimo e siamo nel parco del Castello degli Agolanti per il Tafuzzy Days. Come per magia, sulla collina sopra alla cupola del Cocoricò. Mito sfatato, eccoci qua, a guardare il cielo esattamente come su qualsiasi altra collina. Oh! Dai che gli Any Other hanno già iniziato, sbrigati, ma quante canzoni hanno fatto?, è la prima, ah ok. Adesso ce li guardiamo.
In tre insieme sul palco sono la perfetta rappresentazione della profondità delle loro canzoni. Il bassista sempre con la stessa espressione tranquilla che dentro bolle di tensione, o almeno io lo vedo così, la batterista con gli occhi sbarrati che salta sullo sgabello, la cantante che ha perfettamente il polso della situazione, lo nasconde molto bene e forse involontariamente, ma ce l’ha. È a metà tra lo scafato e l’imbarazzato, esattamente come il finale di Sonnet #4, romantico e ferito ma sereno. Come Something, definitivamente decisa, o nostalgica come Blue Moon e nel bel mezzo di un cambiamento, come in Gladly Farewell. O in cerca di una risposta (365 days). Insomma, la faccenda è complessa. Dal vivo ho scoperto anche che sorridono e che tra loro c’è quella sintonia di cui si parla spesso quando si parla di gruppi ma che non sempre si riscontra davvero.
Da qualche giorno c’è lo streaming del disco, che a un mese esatto dal concerto di Riccione sarà pronto per le spedizioni. Sentiremo parlare di loro. Per ora l’attesa si alimenta con ciò che abbiamo già, il tempo passa e gli ascolti, come i ricordi, si sovrappongono. La prima volta che ho sentito gli Any Other sono rimasto a bocca aperta. Quella sensazione rimane la più profonda.
Endkadenz Vol. 1 è peggio del Vol. 2

Li avevo lasciati a Endkadenz Vol.1 e mai più riascoltarli dopo aver scritto questo, in attesa spasmodica di sentire il Vol. 2. Un album lungo Endkadenz, come WOW, ma diviso in due parti, uscite a qualche mese di distanza l’una dall’altra, il tempo necessario a trasformare un disco medio in un disco a cui dare una seconda possibilità.
Il Vol. 1 crollava a metà precipitando in un misto di indecisione e ridondanza. Nel Vol. 2 non ci sono momenti esaltanti, ok, ma le canzoni non si perdono in digressioni senza scopo. Hanno tutte una chitarra (o un pianoforte, in Dymo) che monta il tempo, una batteria che lo raddoppia e un basso che incalza. Tre pericoli: i museggi, i rinogaetaneggi e la dispersione. Si concretizzano rispettivamente in Cannibale, Immane e Un blu sincero. Però non prendono il largo, e il disco si salva per questo. Natale con Ozzy, oltre a essere un pessimo augurio, è anche la canzone (strumentale, solo con qualche mugugno) con cui dimostrano di non voler spingersi oltre il sopportabile. In passato e nella seconda metà di Vol. 1 i pezzi sembravano non avere una struttura e un’idea dietro, dopo un po’ si sfaldavano. Qui è tutto più compatto. A parte i testi, che continuano a non avere senso e dovrebbero farli scrivere a uno che pensa debbano averne, tutto molto meglio.
Qualcuno ha detto gruppo italiano per eccellenza? Qualcuno lo ha detto. Attorno ai Verdena si è creato con gli anni un seguito forte. In realtà credo si tratti di fan più di questa idea di eccellenza che del valore della loro musica. Insomma, voletegli bene perché i Verdena sono i Verdena. A dirla tutta però, non hanno mai dimostrato di valere quanto dicono i fan, perché non hanno mai fatto un disco che valesse il titolo di eccellenza. Ogni dimensione delle loro canzoni mi permette di dirlo: la scrittura (incostante), la produzione (indecisa), i live (scarsi). I fan crescono ed è come un morbo imbattibile, anche dopo album bruttissimi come WOW o album pigri che non sono in grado di essere fino in fondo quello che vorrebbero essere come Requiem.
C’è poi bisogno di eleggere il gruppo rock italiano per eccellenza? Si può fare? La carriera di un gruppo è talmente legata alla riuscita (o no) di un disco e alle sclerosi degli ascoltatori che trovo difficile anche solo un ballottaggio. Tra l’altro, chi può partecipare al contest per vincere il premio della vita? Solo chi vende abbastanza ma non troppissimo? Chi si è sputtanato del tutto ci sta dentro? E la qualità? Conta anche quella o no? Quali caratteristiche deve avere il rock per essere d’eccellenza? Tutti i partecipanti potenzialmente potrebbero vincere o il responso viene scritto una volta e rimane quello per dieci anni per assuefazione della giuria? E la giuria, qual è la giuria? Per eccellenza rispetto a chi? Con chi è il confronto, con i bolliti degli anni 90 o con il parco gruppi 99-2015? Ecco, boh, ho sentito parlare di questa categoria in occasione dell’uscita di Vol. 2 ma la cosa non mi convince.
Vincere la categoria, a quanto pare, è una garanzia. Significa che anche se fai un disco brutto, i tuoi fan dicono “bisogna portare rispetto” e il disco diventa automaticamente bello, per inerzia di un’idea priva di motivazioni. Una manciata di cavolfiori bolliti senza neanche il companatico è il premio.
I fan non sono tutti uguali. Tra loro ci sono quelli fortunati che ogni volta che esce un disco gridano al migliore e godono un casino, e ci sono quelli posizionati per sempre nel limbo dell’eterna uguaglianza, nella placenta dell’indecisione. Questi ultimi, forse, non si sono resi conto che Endkadenz Vol. 2 è l’album intero (metà di un doppio, ma composto da 13 canzoni) migliore degli ultimi anni dei Verdena, meglio del Vol. 1 e di Requiem. Almeno tiene botta fino in fondo.
Il che non significa che i Verdena diventino all’improvviso il miglior gruppo dello stivale. Considerato come la somma delle parti, Vol. 1 più 2, cioè così come è stato pensato dalla casa discografica, Endkadenz restituisce il gruppo di sempre, che non è e non è mai stato in grado di mantenere una carriera all’altezza delle aspettative, l’ha resa discontinua e piena di alti e bassi, e non è capace di fare in modo che un progetto tenga dall’inizio alla fine il livello che si era preposto di tenere.