Grant Hart (1961-2017), fine della speranza

Qualche mese fa ho visto Bob Mould dal vivo. Che concerto. Mentre ero lì pensavo chissà, magari prima o poi vedrò anche gli altri due sul palco con lui. Chissà com’è sapere che tutti quelli che ti stanno guardando lo vorrebbero. Chissà se in fondo in fondo lo desideravano anche loro, se c’hanno mai pensato davvero, se hanno mai pensato vaffanculo facciamolo, possiamo divertirci. E chissà com’è vivere le cose dal loro punto di vista, volergli un gran bene e allo stesso tempo avere dei contrasti con il tuo amico più grande sulla creatura che avete costruito insieme. Io lo guardavo dritto dritto Bob Mould, ma a queste domande non ho trovato risposta. Ma non importa, perché alla fine non l’hanno fatto. I motivi possono essere tanti, neanche 24 ore fa se n’è stampato uno a caratteri cubitali sullo schermo del mio cellulare. Grant Hart è morto, era ammalato da tempo. Si passa sopra a tutto, forse, ma a un cancro di sicuro no. Sembro uno che scrive un film dossier, ma è così. Alla fine è stato un cancro a porre fine al desiderio di vederli insieme. Ma perché poi volevo che si riunissero? Perchè anche se quello che ci hanno lasciato ha il valore della vita, sono ingordo e volevo ancora di più, perché era necessario alimentare quella speranza, perché volevo che fossero in grado di superare tutto e di passare sopra a tutte le brutture che si sono detti, perché a me sembravano esseri umani più grandi degli altri, esseri umani che hanno fatto gli Husker Du. E invece no, quelle difficoltà non le hanno mai superate. Sono umani anche loro, sono amici che litigano forte anche loro, sono uomini messi in ginocchio per sempre da un cancro fottuto. E proprio quando era arrivata un po’ di speranza in più, quando stavo aspettando che uscisse il cofanetto a novembre, che quell’uscita chissà poteva sognificare che ci sarebbe stato altro, è arrivata anche la fine di tutto. E chissà com’è per loro, per Bob Mould e Greg Norton, che hanno perso l’amico della vita. Ho una gran sensazione di vuoto, io, che vedo un dio schiantarsi. Pensa loro, che vedono finire per sempre la vita che hanno creato. Diverso, però quel vuoto adesso è definitivo per tutti. C’è quella frase di These Important Years che mi ha fatto molte volte capire, e ricapire di nuovo una volta che me l’ero dimenticato, quanto può essere amara la speranza: “If you don’t stop to smell the roses now, they might end up on you”. La sua morte ha spezzato un desiderio condiviso da tanti ma che forse è sempre stato vano. Prima di oggi speravo. Adesso non si può più. Non è un dubbio filosofico, è un dubbio su di loro, non so se sia meglio avere speranze che forse sono solo illusioni dettate dal cuore e poco altro, ma in cui credo molto, o sapere di non poter sperare più e chiusa lì. Davvero, non so.

Andare lontano per essere a casa. Athens Pop Fest 2017: 9-12 agosto, Athens GA

Kelley Deal

di Renato Angelo Taddei

Molti quando spiego che quest’estate sono stato negli USA in vacanza mi guardano con un misto di invidia e curiosità, fino a quando spiego loro che ho visitato solo Athens, una cittadina universitaria nel nord della Georgia, un meraviglioso scorcio di America reale nel bel mezzo del nulla. Non mi sembra il caso di stare a spiegare perché un appassionato di alt rock americano aneli di visitare Athens, se non lo intuite potete smettere di leggere questo articolo, presumo non vi interesserà.

Quando ho comprato i biglietti e prenotato l’hotel per la mia settimana di vacanze georgiana non sapevo che negli stessi giorni si sarebbe tenuto anche L’Athens Pop fest, manifestazione annuale che concentra in una manciata di giorni il meglio della scena indie locale e federale, tra giovani speranze e vecchie glorie. Quando ho scoperto la concomitanza tra la mia vacanza e il festival ovviamente sono impazzito di gioia, mi aspettavo un tripudio di emozioni, è stato ancora meglio.

Sono arrivato ad Atlanta il 9 agosto alle 5.30 di pomeriggio, a Festival purtroppo iniziato, e il mio Uber ha impiegato un’ora e mezza per portarmi ad Athens, quindi la parte pomeridiana del festival che si tiene al Little Kings l’ho persa bellamente, con mio enorme rammarico. Purtroppo avrò modo di scoprire di essermi perso il live del mio nuovo gruppo preferito.

Tra la doccia e la cena riesco a entrare al 40Watt Club, una delle tappe fondamentali del mio pellegrinaggio, meravigliosamente ammuffito e illuminato da lucine appese al soffitto, solo alle 21.30, in tempo per vedermi i Kleenex Girl Wonder, progetto solista di un freak del posto, venature pop su un impianto pop bislacco che ricorda Daniel Jhonston, e i Feather Trade, un orrendo gruppo new wave con i sinthoni, aberrante. Durante i concerti mi soffermo un po’ sul pubblico, piacevolmente colpito di vedere un parterre eterogeneo composto da persone di tutte le età, si va da vecchi appassionati a ragazzini giovanissimi. Vedo girare un gruppetto davvero giovane, scoprirò solo il giorno dopo che sono il futuro dell’indie rock americano. Il sonno comincia a farsi spazio nella mia felicità ed entusiasmo, ma mi costringo a suon di whisky a rimanere allo show, il mio stoicismo mi ha ampiamente ripagato quando sono saliti sul palco i The Veldt, gruppo newyorkese fondato nel 1989 ma che non avevo mai sentito nominare, shoegaze mixato al soul e cantato con l’anima e la voce nera del cuore, clamorosi, ma lo spettacolo è appena iniziato. Chiudono la serata gli Elf Power, gruppetto che ho sempre mal sopportato, sono carini, a casa loro fanno anche tenerezza, ma alle 01.45, dopo 30 minuti di set ho deciso di desistere visto che ero sveglio da 25 ore.

Il secondo giorno di festival inizia al Little Kings alle 14.00, ma io raggiungerò il locale solo alle 16.00. Il Kings è sulla Hancock Ave, quasi di fronte al National, uno dei ristoranti più carini di Athens (provate l’insalata di calamari) e a pochi passi dalla Creature Comfort, la miglior fabbrica di birra di Athens. Pieno di mobili usati, vecchi suppellettili e di barman sempre con il sorriso sulle labbra, il Kings colpisce per le lanterne cinesi appese al soffitto che rendono il tutto ancor più colorato e gaio. Il palco è posizionato appena alla sinistra dell’entrata accanto a grandi vetrate che consentono alla luce di penetrare e rendere speciali questi set pomeridiani. Iniziano le Heavenly Creatures piacevolissima indie pop band, composta da due ragazze e un ragazzo al basso. Un giorno cercherò di capire perché il 70% della musica alternative americana di vecchia scuola è appannaggio delle ragazze, evviva comunque. Nonostante il gruppo sia dell’Ohio si capisce che ad Athens si trova benissimo, consiglio di scaricare questo per averne la spiegazione. L’ambiente è perfetto per esaltare il lato catchy del loro pop, promosse a pieni voti, interessantissime. Seguono le Other Space, che proseguono il discorso musicale delle Heavenly Creatures raffinandone la scrittura e portandololo a un livello superiore e totalizzante, capolavori di alt-country al femminile snocciolati uno dietro l’altro, alcuni passaggi mi ricordano i Nirvana più pop e mi stendono. Alla fine del set sono svuotato, questi due gruppi mi hanno fatto ricordare perché amo tanto questo genere da farmi 8.000 km, ho quasi le lacrime agli occhi. Mi sento a casa.

Dopo una cena coi fiocchi – le mie vacanze hanno sempre anche un lato gourmet, sono molto goloso – mi trasferisco al Georgia Theater un’istituzione per la musica in Georgia. Il teatro è bellissimo e con un’acustica fantastica, volumi ottimi e ascolto perfetto da ogni punto. Arrivo in tempo per gli Antlered Aunt Lord, gruppo locale con un solo disco stampato ma con 10 anni di militanza ad Athens e dal numeroso seguito, fanno parte della schiera di gruppi che sono parte della comunità e che capisci subito quanto siano legati al territorio e quanto la città sia legata a loro, propongono un indie sbilenco di derivazione Modest Mouse e con un marcato accento wave, notevoli. Segue uno dei set più attesi, ancora ragazze, è il turno delle Waxahatchee, gruppo che su disco non mi entusiasma, visto che viene spinta più la componente pop classica, ma che dal vivo dimostra personalità e carattere, molto bello. Verso la mezzanotte la vera festa, metà della gente presente è qui per il primo concerto dopo moltissimi anni degli Apples in Stereo, che partono un po’ impacciati visto la loro lunga inattività, ma con il passare dei minuti e dei pezzi (che spaziano lungo tutta la loro carriera) il feeling tra di loro e con il pubblico cresce fino ad arrivare ad un vortice di emozioni difficilmente immaginabile, sul palco salgono amici e parenti: Il figlio di Robert Schneider, Max, i Big Fresh e il gruppo di ragazzetti che avevo visto la sera prima aggirarsi al 40Watt club (che scopro essere una band di sedicenni dal nome The Foresters e che hanno inciso il disco del 2017, William Curren Hart, si quello, e altri strumentisti che riempiono il palco in un crescendo di felicità e voglia di stare assieme. Lo so sembro Assante che racconta Woodstock, ma la sensazione era veramente quella. Sono le 2.00 e me ne vado a dormire contentissimo, la terza sarà la mia serata, ma la seconda è stata fantastica.

Il giorno tre posso finalmente dedicarlo unicamente al festival, quindi mi sposto al Little Kings abbastanza presto giusto per vedere i Growl, gruppo garage texano dalla forte grinta ma dal cavallo dei pantaloni discutibilmente troppo alto, gli Schande, gruppo inglese in trasferta dalle melodie killer puro alt rock ’90, chitarre taglienti e voce suadente della cantante, e i noiosissimi Tres Oui, direi che sta roba la possiamo relegare al 2006 e lasciarla negli annali alla voce “ci bastavano gli smiths”. Il set pomeridiano viene chiuso dai formidabili Big Fresh, con il loro pop jazz anni ’80. Un genere che è lontanissimo dai miei gusti ma che i dieci folli sul palco trasformano in una festa bellissima e colorata, cori, fiati, gente che balla e alle 18.00 sono già sbronzo. Mi mangio qualcosa al “World Famous” così da potermi ascoltare i due concerti solisti di Matt Harnish con il suo cantautorato country e soprattutto della bellissima Claire Cronin che con la sua fantastica voce mi risveglia dal torpore della troppa birra bevuta.

La serata al Georgia Theatre è subito di grande impatto con i Big Quiet, trio debitore dei R.E.M. degli esordi così come dei Pylon. Subito dopo sul palco sale Kelley Deal con il suo nuovo gruppo R.Ring che riporta subito alla mente il gruppo principale di Kelley, le canzoni sono eccezionali e su disco la parte elettrica prende il sopravvento su quella acustica che nel live la fa da padrone, ed è subito Breeders. Laetitia Sadier porta tutti a scuola con un set delicatissimo ed emotivo. La ex cantante degli Stereolab incanta tutti e il successivo set dei beniamini di casa, gli Eureka California senza infamia e senza lode, ci riporta con i piedi per terra, piedi che cominceranno a saltellare e a spingere il corpo verso gli altri con il set dei Superchunk che è il mio personale hit perché il più atteso, sono uno dei pochi gruppi “bigger than life” che mi mancavano, lacuna colmata, straordinari per intensità e spirito. Finisco la serata con troppi “fireball” in corpo e attacco pezze a tutti e faccio amicizia con Robert Schnaider, Mike Turner – l’organizzatore del festival – e Wiliam Curren Hart, scambio anche qualche parola con Kelley Deal e saluto emozionato Mike Mills, con il cuore che batte a mille me ne torno in hotel.

Sabato 11 agosto quarto giorno di festival arrivato al Little Kings mi sento ormai uno del posto, batto i cinque a musicisti, fotografi e altri normali partecipanti come se ci conoscessimo da sempre, the family. I set iniziano con Saline e il loro shoegaze aspro, dopo di loro delle ragazze indiavolate che fanno alzare la polvere dai tavoli con i loro pop/punk, uno spettacolo le Dump Him, seguono le Seafang e il loro rock pop ’80 e gli Scooterbabe, emo con una forte componente post rock che non si fa dispiacere.

Dopo cena arrivo al Georgia Theatre in tempo per i Lingua Franca, fantastico duo hip hop dove la fisicità va di pari passo con la fluidità testuale, una delle tante bellissime sorprese del festival, da approfondire assolutamente.

Altrettanto incisivo è il live delle Noon:30 con il loro soul – hip hop una vena scura incombente e minacciosa batteria, chitarra, loop e una voce profonda e che arriva diretta all’anima. La quarta giornata, come da programma è quella più lontana, teoricamente, dai miei gusti musicali, ma la carica dei gruppi sul palco e del pubblico in sala trasforma le emozioni di tutti in qualcosa di unico, qui potete vedere l’intero set del gruppo “provare per credere”.

Segue uno dei set che aspettavo di più. I Pylon Reenactment Society sono una cover band dei Pylon dove canta la cantante dei Pylon, Vanessa Briscoe Hay, che una decina di anni fa decise di rimettersi a cantare i pezzi del suo vecchio gruppo assieme a un alla star team di musicisti di Athens. Il risultato, seppur posticcio, è assolutamente gradevole, stando poi la portata storica dei Pylon.

Prima del main stage suonano i Tunabunny, gruppo gemello dei Antlered Aunt Lord (nel senso che ci sono proprio gli stessi musicisti che si scambiano gli strumenti) che colpiscono al cuore con il loro psych pop, gradevoli e coinvolgenti. Chiudono la serata e il festival le ESG, storica band newyorkese anticipatrice dell’hip hop, ritmi duri e circolari, basso e batteria no wave. A 40 anni dagli esordi perdono inevitabilmente la propria matrice sperimentale portando però a galla la natura danzereccia e più divertente. Nonostante l’età le signore tengono benissimo il palco e il percussionista riesce a coinvolgere a modo il pubblico che apprezza e si muove divertito.

Sono quasi le due di notte quando il Georgia Theatre chiude le porte, mi dirigo verso l’hotel con il groppo in gola e un solo obbiettivo in testa, tornarci l’anno prossimo.

Non consiglierei a nessuno di visitare Athens, non ha molto senso se non siete dei malati mentali cresciuti negli anni ’90 con il mito dei gruppi nati durante i corsi alla Università della Georgia, ma posso garantirvi che nel caso lo foste, beh l’esperienza diventa unica. La città è fondata sulla musica, è orgogliosa di esserlo e non fa nulla per rinnegarlo. Non ci sono preclusioni o differenze, nella stessa serata nei vari bar che arricchiscono le notti della downtown, puoi ascoltare la trap del momento e subito dopo un pezzo di Elliott Smith senza che nessuno percepisca come “strano” o innaturale il passaggio, è cultura musicale all’ennesima potenza, convivenza civile di mondi e musiche, un’esperienza difficile da spiegare, ma assolutamente meravigliosa da vivere.

Mi sto già organizzando per tornare l’anno prossimo, ogni tanto tornare a casa è necessario.

I Brutal Birthday

Anche se sono le due del pomeriggio di lunedì, facciamo finta che sia un giorno qualsiasi della settimana. Le sette del mattino. Sto guardando un po’ di siti in giro, ascoltando qualcosa di nuovo e ho appena scoperto i Brutal Birthday, che in realtà conosco da un sacco, esattamente tre giorni. Sono contento perché tra poco andrò in ufficio e vedrò i colleghi. No, sul serio, e poi con alcuni di loro ogni tanto parlo anche di musica. Oggi, per fargli un piacere, gli suggerirò i Brutal Birthday, il gruppo giusto per fargli saltare i nervi da subito.
Di base, i Brutal Birthday sono un rumore unico di fondo più uno che urla non parole ma dittonghi, come un cane umano senza pace. Come guardare un cane che si morde la coda e dice grrrr grrr all’infinito, dopo che ha scoperto di averla, la coda. Non sono cattivi, sono malvagi a modo loro, in particolare quando ammiccano e fingono di delineare una melodia ma alla fine una vera melodia non c’è, non c’è una vera crescita, c’è solo uno scalino all’inizio delle canzoni, poi si sale all’improvviso e per il resto è tutta insistenza a una densità così spigolosa e acuta da sfinire. Come i peggiori momenti del peggiore Lux Interior. Si può dire che siano noise punk ma poi dicendo così ti sfugge la loro parte dark, che non è scindibile da quella rock’n’roll, che però c’è solo qualche volta. Il loro suono è un insieme di cose diverse ma il risultato ha sempre uno stesso impatto, costante, come se una specie di massa ti assalisse ogni notte, nei momenti in cui sei totalmente di là e non puoi controllare niente, come se ‘sta massa la notte dopo ripartisse quasi da dove ti aveva abbandonato la notte precedente, non dall’inizio, non dal massimo ma dal momento in cui gli mancava un attimo per raggiungere il rumore più cieco, così, tanto per darti quel momento di calma inutile. Non è un incubo, non sono i Brutal Truth, è una specie di discorso malato con qualche linea vocale pop che t’illude, perché in realtà rimane sempre aperto e non trova le vie per concludersi. Rimane uguale a se stesso a lungo e finisce così, com’è. Lo stato di catalessi inizia con la batteria che parte con uno stile e una carica alla Steve Shelley. Di solito però dura poco, perché non c’era nessuno che avesse voglia di scrivere una sceneggiatura calibrata, con un crescendo eccetera. No, nessun crescendo, si entra subito nella chitarra e nel basso che ruzzolano da matti e si arriva subito al massimo del rumore, per tenerlo costante. Le chitarre e i bassi arrivano, non hanno cazzi di aspettare, e creano un rumore così ripetitivo da diventare una metafora della routine. E la routine può non essere accomodante. Buona giornata, colleghi.

I Brutal Birthday sono una superband in realtà: sono l’unione di membri di Hallelujah!, Stromboli, The Mountain Moon, Buzz Aldrin e His Clancyness. Dovrebbero secondo me mettere tutto solo su youtube e pubblicare solo robe dal vivo perché quella mi pare la loro dimensione. Buio, rumore e parole in sottofondo. Ricordano i Pissed Jeans e sono una via di mezzo tra il primo disco degli Unsane e i Wolf Eyes, ma qui sotto ci sono due video che rendono molto di più l’idea dei confronti.