Guns n’ fuckin’ Roses.

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In seconda media la prof di inglese mi dava del metallaro perché spacciavo le cassettine di El Diablo. Poi arrivarono i Guns n’ Roses (da qui in avanti Guns, perché non ho mai capito dove mettere l’apostrofo) o meglio io dodicenne arrivai a loro nel bel mezzo di Use Your Illusion, e fu la mia prima autentica passione musicale. Era un amore puro ed incondizionato come quello dei bambini, prendeva solo il buono e non considerava le malelingue. I Guns per me non erano tossicomani.

Ai tempi le interviste di Slash cominciavano tutte nello stesso modo: “Sometimes in the morning -pausa- I open the window -pausa- and…” e a Cesena nascevano i Feedback, una delle prime cover band dei Guns. Il chitarrista, gran manico, era mio vicino di casa. Anche bassista e batterista non erano male (quel tipo di musici che ritrovi a suonare jazz negli anni zero), mentre il cantante era una pena totale, al limite dell’immorale. Ecco io ero talmente fan dei Guns che ero disposto anche a sorbirmi le prove dei Feedback nello scantinato del mio vicino di casa. Credo di avere da qualche parte anche un VHS ufficiale di un loro concerto al PRI di Martorano o Ronta, per dire.

Nel pieno della mia passione musicale, piazzarono due date dei Guns allo stadio Braglia di Modena, 29 e 30 giugno 1993.

Il biglietto sfiorava le cinquantamila lire, decisamente fuori dalla mia portata e pure troppo per trovare il coraggio di chiederlo ai miei genitori. Poi successe l’imprevedibile: un amico più grande che aveva il biglietto per il 30 ebbe un incidente in vespa. Incidente, si disse, causato da Abdel’Hajit (che chiamavamo Bob, perché non avevamo mai capito dove mettere l’apostrofo). Bob è stato probabilmente il primo marocchino nella storia a parlare il dialetto romagnolo. Bob girava nel nostro bar, abitava nella mia vecchia casa in campagna ed aiutava mio babbo nei campi. Il mio amico era finito all’ospedale e non poteva andare al concerto dei Guns, di conseguenza i miei genitori si sentivano in parte responsabili ed io come una faina moralizzatrice li convinsi che comprare il suo biglietto sarebbe stato azione caritatevole.

Il 29 giugno ottenevo la licenza media col massimo dei voti in una scuola di un piccolo comune delle colline cesenati. Quel biglietto era, come minimo, una sacrosanta ricompensa. Parlando di sacro e profano, ricordo bene come ero vestito quel 30 giugno: jeans sfrangiati al ginocchio e t-shirt Kill Your Idols. La maglietta ovviamente me l’avevano prestata, avrebbe creato scandalo tra il bucato steso al sole di una famiglia a spiccata estrazione cattolica.

Nella spedizione in treno verso il Braglia ero in assoluto il più giovane, i giorni precedenti ero assillato da una grave problema esistenziale: a differenza di molti miei coetanei ero ancora uno sbarbino, non avevo neanche i peli nelle gambe, e questo mi creava grosso imbarazzo agli occhi dei ragazzi e soprattutto delle ragazze della nuova comitiva. Per me era un problema serio, tanto da aver pensato di disegnarmi i peli nelle gambe con un tratto pen, salvo poi rendermi conto che non sarebbe stato molto realistico.

Il breve viaggio in mattinata, poi la lunga attesa per l’apertura dei cancelli. Proibito far entrare alcool e soprattutto macchine fotografiche. Trattati alla stregua di talebani all’ingresso del JFK, la composizione stratigrafica dei miei panini era la seguente: pane, salame, formaggio, pane; pane, mortadella, pane; pane, insalata, Kodak usa e getta da ventiquattro, pane.

Nel tardo pomeriggio il primo gruppo di spalla, i Suicidal Tendencies (!) e a seguire Brian May, ai tempi con la chioma scura ovvero non ancora tramutatosi in Angelo Branduardi. Di lui ricordo solo l’ovvio cavallo di battaglia: tum tum cià, tum tum cià, la potete indovinare con due.

Al concerto c’erano trentamila persone ed essendo la nostra comitiva tra le più moderate eravamo piuttosto lontani dal palco. Del concerto in sé, a differenza del contorno, mi è rimasto poco o nulla. Mi piacque, certo, anche perché fu piuttosto acustico ed io adoravo GN’R Lies, ma forse il mio amore per i Guns si consumava nel suo apice quella stessa sera e raggiunto l’apice era solo destinato a scemare, quasi fosse un puro fatto generazionale.

A settembre sarei andato alle scuole superiori e lì, a Cesena, c’erano i metallari, quelli veri, che disprezzavano i Guns ed i loro fans dell’ultima ora perché loro i Guns li ascoltavano ai tempi di Appetite for Destruction. A malincuore mi accorsi che era giunto il tempo di togliere la toppa dei Guns dal mio bomber e, con l’uscita di The Spaghetti Incident?, decisi definitivamente di cacciare dentro l’armadio il mio primo grosso scheletro musicale per ritirarlo fuori senza imbarazzo più di vent’anni dopo.

Beck, What’s the Story Morning Phase

Beck Morning Phase

Credo che anche questo disco rientri nel discorso dell’inutilità della carriera di Beck al di fuori del suo tempo. Non c’è niente di più uguale a un qualche Beck del passato di Morning Phase. La mia sensazione è ancora quella che sia stato e sia considerato un musicista bravissimo ed eclettico, cose che probabilmente è, ma che le canzoni non gli siano quasi mai venute così bene come abbiamo pensato. I primissimissimi anni 90 sono stati i migliori, quelli di Golden Feelings; poi ha beccato qualche canzone inno per giovani disperati (MTV Makes Me Want to Smoke Crack e Loser) ma di fatto Mellow Gold ha chiuso il discorso. Non è mai tornato indietro, Sea Change è più intimo, ma non così toccante. La fama da artista genio se l’è fatta anche con Mellow Gold (Golden Feelings se lo sono inculati in pochi anche perché non è un disco che ti fa pensare che Beck sia un artista estroverso, semmai almeno curioso), ed è legata al personaggio che si è creato più che alla realtà delle canzoni scritte, al dire che anche Midnite Vultures è un bel disco perché ci vedevamo un po’ di follia pop-nerd più che al vero valore del contenuto.
A proposito di valore, credo che quello di una canzone non debba per forza rimanere nel tempo e se penso che un pezzo sia invecchiato oppure che FOSSE bello, allora il suo valore per me è svanito, o sta svanendo, ma è normale, succede di continuo. Come quando ascolto un album del passato e mi prende una gran tristezza se non mi dice più niente. Una volta mi piaceva un sacco, adesso no, dipende da tante cose; ne ricordo chiaramente il valore che gli attribuivo un tempo, non è che mi rivendo il disco, ma insomma. I ricordi di questo tipo a volte suscitano esaltazione, a volte solo, appunto, memorie. I dischi non sempre preservano il proprio valore per sempre. Questo è un discorso valido per tutti i gruppi del mondo, non per Beck. Quando ascolto i dischi post Mellow Gold mi chiedo perché mi piacesse, e non trovo la risposta.
Dicevo Morning Phase torna a Sea Change, al folk pop, e anche un po’ dream, si, e non dice niente di più rispetto a quello che era già stato detto. E non e’ che quando uno non dice niente di nuovo e’ un male in se’. Pero’ ci sono quelle volte in cui il niente di nuovo si somma al momentaneo niente da dire, e allora non e’ un bene.
In Morning Phase Ci sono pezzi che si fanno riascoltare (Heart Is A Drum) e Country Down è una bella ballata. Per il resto fila via liscio come l’olio. Beck è patinatissimo come sempre e tocca le due o tre corde (spensieratezza, dolcezza, malinconia) che ha sempre toccato con i suoi pezzi lenti.
Si potrebbe aver voglia di un album così, sicuro, ho letto che qualcuno ne ha voglia su Ondarock per una cosa simile a quella che una volta era la Morning Glory adesso per via dell’età è la Morning Phase, cioè si potrebbe provare piacere nell’andare in giro all’aria aperta al mattino presto ascoltando il Beck folk. Ma io in questo momento io non ne ho molta voglia. E non trovo un gran senso a Morning Phase se ascolto quello che hanno pubblicato Sun Kil Moon o Micah P. Hinson And The Nothing all’inizio del 2014. Il confronto è privo di significato ma i tre dischi mi sono cascati addosso nello stesso periodo. Aspetto di ascoltare il secondo album di Beck previsto per l’anno in corso, quello danzereccio.

Dalla Posse alla prassi

curre-curre-guagliò-2.0

Ho sentito un’intervista ai 99 Posse a Radio24. Parlavano di Curre curre guagliò 2.0, uscito per festeggiare come fanno tutti il ventesimo anniversario dell’album, anzi il ventunesimo. Non so che senso abbia festeggiare i ventUN anni, potevano anche aspettarne altri nove. Zulu diceva che l’altra sera hanno suonato al Leoncavallo che non è più il Leoncavallo di una volta ma lo è ancora e che adesso è tutto diverso ma è tutto uguale (se mai è stato diverso ndr) e che Curre curre guagliò 2.0 è secondo in classifica però va tutto in beneficenza.