Microphones in 2020 (2)

È vero, Microphones in 2020 sta tutto nelle parole “now only” e “there’s no end”: si contraddicono ma riassumono la vita di Elverum. Qualcuno dice disco noioso. Lo è a tal punto che appena ho finito di ascoltarlo la prima volta, l’ho comprato. La contraddizione è ovunque.

È anche in questo disco, che racconta le cose più facili nella forma più difficile. Microphones in 2020 è un susseguirsi di ripetizioni, crescendo e decrescendo di intensità, in una traccia unica di 44 minuti, e richiede un ascolto continuato, per forza, per sapere tutta la storia devi arrivare in fondo, non ha senso farlo a pezzetti, nè nella fase di composizione nè in quella di ascolto. Non canzoni. Una canzone. Non s’interrompe mai. Pensaci, sei in grado di reggere? Devi ascoltarla tutta di filata, interrompere non ha senso. Elverum ha trovato la via per dirci tutto di se stesso, ce l’ha fatta, ma ci richiede uno sforzo in più del normale. Ha instaurato un rapporto speciale con la canzone. A Crowed Looked at Me e Now Only erano fatti di canzoni, di più canzoni, come il 99,9% dei dischi che vengono pubblicati. Lì descriveva come la vita l’ha colpito, nel senso di messo KO, parlava delle cose più dolorose e lo faceva con la forma dell’album tradizionale, per renderci l’ascolto meno doloroso, o per lo meno più facile, più canonico nella forma. Microphones in 2020 non ha bisogno di quella forma “normale”, perchè non è un disco doloroso, è un disco consapevole, che sa cosa è successo e (credo) lo accetta. È lo sguardo su tutta la vita dopo lo sguardo sugli anni più recenti, è l’ampliamento dell’orizzonte, lo sguardo allargato, punto di vista che si raggiunge solo in una fase avanzata del dolore. Che, forse, contempla l’accettazione. Quindi, la fase più tempestosa pare essere passata, Phil parla di sé, chi gli ha portato via ciò che racconta è il tempo, e non la morte, i testi sono più sereni e digeribili ma qualcosa di difficilmente affrontabile Elverum (da sempre uno che sperimenta senza paura di stracciare le palle a chi ascolta) ce lo deve mettere: ed ecco la canzone di 44 minuti. Elverum ribalta forma e significato rispetto a A Crowed Looked at Me e Now Only e rende Microphones in 2020 speciale, per l’approccio nei confronti della musica e del suo rapporto con le parole e per l’importanza che dà a entrambe. E più in generale per la sua particolare formula espressiva. 

Non è da tutti arrivare in fondo d’un fiato solo, non è facile. Ma se ce la fai, giri la boa e ne diventi schiavo, ti rendi addirittura conto che è necessaria una seconda volta, un secondo ascolto, e lì vuol dire che hai superato la prova, hai rotto il fiato e da quel momento in avanti ne vorrai sempre di più, entrerai nelle frasi e cercherai il loro significato, ti chiederai sarà così oppure cosà. E intanto la musica ti passerà attorno, con tutte le sue variazioni, i crescendo e le riprese. E avrai vinto la sfida con Elverum. Lui, dal canto suo, si sarà fatto ascoltare ancora meglio e la sua forma di album-una canzone da 44 minuti si sarà dimostrata la formula migliore per raccontarsi al mondo, seppur la più difficile.

Non ha nessun senso dare a un disco un voto in volgari e semplici cifre, sono d’accordissimo.

10 e lode.

Microphones in 2020 (1)

 

Tutti comprano dischi dall’America e se li fanno spedire, è normale, anch’io. Ma mentre gli altri lo fanno con una scioltezza direttamente proporzionale alle spese di spedizione, io mi preoccupo per il viaggio che fa il disco. Arriverà via mare? Penso. O sull’aereo? E se è sull’aereo, come reagisce alle turbolenze? Lo scatolone sobbalza. O cazzo! Il disco si rovina? Speriamo di no. Poi, quando arriva in Italia, dove approda? Livorno? Genova? Beh, dipende dalle volte, immagino. Napoli? Lo so, c’è il tracking, ma è affascinante porsi queste domande e non arrivare a nessuna conclusione.

Microphones in 2020 si adatta molto al viaggio in mare, sembra quasi fatto della stessa stoffa delle onde solcate dalla nave. Quel suo ritmo regolare dettato dai sussulti della chitarra. O quando entra la batteria: in quel momento la prua della nave le infrange, le onde. E via, onda dopo onda, Microphones in 2020 prosegue il suo viaggio verso me, con difficoltà ma senza esitazioni. Il viaggio in mare è come il viaggio percorso dall’autore, Phil Elverum, per arrivare fino a qui, fino a oggi, fino a Microphones in 2020, dopo due dischi sulla vita, su com’è trascorsa, su cosa è successo: A Crowed Looked at Me e Now Only

O è più adatto all’aereo? Forse. Le chitarre squarciano le nuvole e la batteria le rende ancora più tonde o le scuote, se sono piene d’acqua. Ancora, queste incredibili metafore significano che Phil Elverum è arrivato fino a qui dopo il dolore per la perdita della donna che amava e nonostante tutte le complicazioni che questa perdita ha comportato. E lo ha fatto con un sacco di musica, che l’ha guarito, a quanto pare, perchè oltre A Crowed Looked at Me e Now Only ha fatto anche Lost Wisdom pt. 2, la cui recensione simpaticissima trovate qui e con cui addirittura è tornato al passato per dargli un futuro, o per lo meno per dargli un presente. Il viaggio come dolore ma, alla fine, guarigione, per capire che il presente non è ieri, non è domani, ma è solo adesso. Via aereo o via nave, non importa. Comunque sia, Microphones in 2020 è arrivato e oggi è qui, davanti a me, a Gatteo Mare.

È un vinile. Ascoltato su bandcamp, Microphones in 2020 è un’unica traccia senza soluzione di continuità di 44 minuti e 44 secondi. Te la senti tutta d’un fiato, una volta, due, e arrivi a dieci che non te ne accorgi neanche. Il vinile è doppio, 4 lati (3 in realtà in questo caso, l’ultimo è silente), da girare. Se ti prende una botta di pigrizia rischi di contravvenire ai consigli di Henry Rollins sulla gestione e la conservazione del vinile. Se – mentre ti stai impigrendo perchè Phil Elverum ha appena raccontato di quella volta che contemplava la luna da giovane – ti appare il bicipite minaccioso di Henry Rollins, ti riprendi e giri il lato, ti accorgi che per quanto sia curata l’edizione, che sfuma da dio alla fine di ogni lato e riprende come se niente fosse nel lato successivo, si perde la magia dei 44 minuti ininterrotti, che è la modalità con cui Microphones in 2020 è stato pensato, come un unico, dilagante pezzo sulla vita, passato e presente infinito di Phil Elverum.

If there have to be words, they could just be “now only” and “there’s no end”

C’è una cosa però: le interruzioni danno respiro all’ascolto, tra una nuvola e una solitudine, un vuoto e una piovuta. E le interruzioni ricalcano e mostrano le tappe del viaggio che il disco ha fatto per arrivare a te. Prima senti le onde trasportarti, o l’aria soffiarti fredda sul collo (poco simpatica questa cosa ma è la vita), o le nuvole gonfiarsi, poi avverti la sosta sul pavimento del porto di chissà dove e magari senti anche i rumori, del porto. Che atmosfera. Le voci di sottofondo sono come tutte le difficoltà che hai dovuto passare. Poi riparti e finalmente arrivi all’ultimo postino, quello che ti consegnerà nelle mani del padrone, il quale ti aspetta da tempo e ha pagato un po’ di più, per te, e sarà il tuo presente infinito, perchè apparterrai per sempre a lui (a meno che non ti venda, ma io non sono uno di quelli che vende i dischi). Insomma, il viaggio di Microphones in 2020 ha la stessa durata della tua attesa e metaforicamente le stesse batoste che la vita ha riservato a Phil Elverum.

Io lo aspettavo, Microphones in 2020. Peccato che il postino non abbia aspettato per un cazzo, invece. L’ha scagliato contro il muro esterno di casa mia, lasciando che rimanesse lì, per ore. Ma si può? Neanche una volta ha suonato. Ero in casa. L’avrei accolto nelle mie mani, il nuovo Microphones, dopo giorni, settimane di viaggio e attesa.

Vabbè, fanculo il postino. Fortuna che il disco è in perfette condizioni, anche perchè è una delle edizioni più tamugne che io abbia mai avuto per le mani, cartoncino bello grosso. Ma quando l’ho visto lì, per terra, solo, accanto al muro, ho temuto. “Per te in effetti non sarà mica niente” gli ho detto “con tutto quello che avrai passato nei porti, l’ultimo schiaffone dopo che in vita tua ne hai ricevuti tanti, cosa vuoi che sia”. E non sapevo più se parlavo con Phil Elverum o con il disco. Aldilà di questo, io mi sono incazzato. È stato uno strappo. L’ultimo del viaggio, quello prima dell’ultimo atterraggio, l’atterraggio decisivo, sul mio giradischi Technics bello e accogliente.

E poi, dopo qualche minuto di ascolto, neanche mi sono accorto che avevo già girato il primo lato. Ah, che impareggiabile flusso di coscienza Microphones in 2020. Un disco, una canzone unica, un unico racconto che attraversa tutta la vita e arriva all’unico futuro possibile, senza illusioni, al netto del dolore affrontato, lavorando per la sola cosa che esiste di sicuro: il presente. Arrivato al lato 3, un attimo prima dell’ultima parola (“end”), ho perdonato il postino.

Che disco, ti mette in pace col mondo. Se davvero la vita fosse così, e non intervenissero mille cazzi che complicano tutto, anche dopo aver superato i momenti più difficili, e sapessimo affrontarli come si deve, sarebbe esattamente come Microphones in 2020. Non dico che le cose brutte non finiscano e che non bisogna tenere botta, ma per quanto (al 100%) i dischi aiutino a vivere, la vita non è un disco, e il pensiero di concretizzare il presente come unica cosa possibile, senza valutare ciò che è successo e ciò che accadrà, non è facile. Microphones in 2020 è un disco meraviglioso ma è difficile considerarlo un buon insegnamento per la vita. O forse mi sbaglio io e i dischi, oltre ad aiutare a vivere, sono la vita. Ci devo ancora arrivare. Il postino è reale, lo conosco, è già successo e la prossima volta farà la stessa cosa.

Tutto quello che so sul rock n’roll (ALL YOU CAN BEAT 1)

Lo zio pelvico

Sono un fan molto scarso del rock n’roll. Gli episodi salienti del mio rapporto con lui sono tutti concentrati in un fazzoletto di anni, dal 1985 all’89. Fondamentale è stata La Bamba. Canzone folk messicana, venne resa celebre da Richie Valens nel 1958, i Los Lobos la rifecero nell’87 per la colonna sonora del film omonimo e io l’ho conosciuta grazie a loro. Avevo 9 anni e ogni fine settimana partecipavo agli abituali pranzi di famiglia, tortellini al ragù, arrosto e sangiovese. Il mio parente preferito era lo zio Baffo. Lo chiamavamo così perchè aveva dei gran baffi neri alla Causio, in realtà si chiamava Paolo. Quello di Bulgarelli. Una persona molto simpatica, che amava lo sport, la musica, la lettura dei quotidiani e purtroppo le sigarette. Aveva un mangianastri spaziale, di quelli per doppiare le cassette, nero con tutti gli adesivi colorati verdi e rossi. Ascoltava molta radio e anche le cassette, che comprava in due posti. Nei giorni di mercato dallo (simpatico soprannome) Zoppo del camioncino, il primo grande doppiatore seriale di mc, il primo a fornire, con la cassetta tarocca, la copertina fotocopiata, appositamente ritagliata e ripiegata per farla stare nell’involucro di plastica. Un eroe, conosciuto in tutta la Romagna, a quanto ho scoperto proprio ieri parlando con il mio fornaio. Mi sono immaginato lo Zoppo che passa di città in città, di mercato in mercato, a bordo del suo camion cassetta. Non so se crederci, visto che aveva una gamba di legno, ma non importa. Del resto, sono convinto che se non l’avesse avuta avrebbe conquistato anche l’Emilia. Negli altri giorni mio zio le cassette le comprava da Francolini, il negozio di dischi in centro a Cesena. Ma aveva prezzi piuttosto alti e preferiva lo Zoppo.

Una volta, durante un pranzo, lo zio Paolo ha messo su Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica di Zucchero e mi ha detto “Senti qua cosa dice il ritornello” e la stessa cosa l’ha detta a sua mamma, l’Anedea, che era seduta di fianco a me. L’Anedea era una signora di 70 anni, dal viso dolce, i capelli bianchissimi e un paio di baffi atomici, marrone cangiante. Molto credente, rispose al filglio: “Paolo, ci sono i bambini!”. Era sempre il 1987: l’anno in cui uscì “Blue’s” di Zucchero Fornaciari è lo stesso del film La Bamba. I Los Lobos si sentivano dappertutto e mio zio mi regalò la cassetta. Era fotocopiata. Anch’io avevo un mangianastri, nero e blu con i tasti argentati, e La Bamba dei Los Lobos ce l’ho fatta suonare un treno di volte, anche insieme a mio zio che, a quanto pare, era un gran ballerino e mia zia l’aveva conquistata proprio in una sala da ballo. Fu con La Bamba in sottofondo che m’insegnò la mossa delle gambe. Si tratta di uno strano passo di danza che consiste nello stare sul posto facendo oscillare a destra e a sinistra le ginocchia, con le gambe leggermente piegate, tenendo fermo il piede sinistro e facendo rimbalzare il destro. Un passo che mi ha cambiato la vita, nel senso che è l’unico che so fare e non pensavo mai che ne avrei imparato uno. Qualche anno fa l’ho eseguito anche davanti a mia moglie, perdendo ogni tipo di dignità, ed è stata l’ultima volta che l’ho fatto per tanto tempo. La cosa bella della mossa è che si adatta a tutte le canzoni rock n’roll. Va benissimo anche per Blue Suede Shoes, per esempio, o per qualsiasi canzone rock n’roll di Elvis. “Te lo sai cos’è il movimento pelvico?” mi chiedeva mio zio, quando metteva su la cassettona-raccoltone di Elvis muovendo il bacino avanti e indietro, subito dopo aver eseguito un’impeccabile mossa delle gambe. Praticamente passava dalla mossa al pelvico SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITÀ. “Paolo, ci sono i bambini!” gli rispondeva mia zia, sempre, anche se era in un’altra stanza (ma rideva sotto i baffi, non quelli di mio zio, i suoi, ma si fa per dire, perchè non li aveva, o per lo meno non ne aveva tanti quanti l’Anedea). “Elvis the Pelvis from Memphis” ribatteva lui. Era un suo fan e un po’ me l’ha attaccata. Non ho un buonissimo rapporto con questa cosa. Infatti, quando sono andato a visitare Grace Land, la casa di Elvis a Memphis, ho vissuto sentimenti contrastanti. È stata una figata, devo dirlo, ma non ero a mio agio di fronte al personaggio, un po’ prepotente un po’ no, un po’ mafioso, un pessimo attore. A Memphis, il giorno prima di andare a Grace Land, abbiamo chiesto a un ragazzo nero le indicazioni per il Sun Studio. Non sembrava conoscerlo allora gli abbiamo detto “dove ha inciso anche Elvis”. Lui ha risposto “and who the fuck is Elvis?” e se n’è andato incazzato. Ecco, quella risposta mi è rimasta impressa. Quando ero a Grace Land ci pensavo, ma pensavo anche al Baffo, che quel posto se lo sognava la notte. Le 800 foto che ho fatto le avrà viste 800 volte. Negli anni successivi mi sono chiesto spesso perchè ne avessi fatte così tante e mi sono sempre risposto di averle fatte per lui. Un po’ giustificazione, un po’ verità.

Questa è una foto (ottima) di ebay ma ci sono molte probabilità che quello di mio zio fosse lo stesso modello

Marty McFly e Winona Ryder

Una delle mie scene preferite di tutti i film del mondo è quella di “Ritorno al futuro” in cui Marty McFly suona Johnny B. Goode alla festa della scuola. Salta come un matto di fronte a un pubblico immobile e alla fine dice la mitica frase “Penso che ancora non siate pronti per questa musica. Ma ai vostri figli piacerà”. Di questa scena mi piace come si raccorda alla storia raccontata, l’imbarazzo futuristico di Marty, le facce del pubblico incredulo e il fatto che sia stata scelta una canzone per mettere in evidenza così chiaramente le differenze tra due generazioni in un passaggio decisivo per la società: la diffusione del rock n’roll. Ma soprattutto mi piace Johnny B. Goode, che è irresistibile e credo lo sarà sempre, almeno per me.

“Great balls of fire” lo registrai dalla TV, l’avrò visto cento volte. La musica era il diavolo che s’insinuava nei rapporti umani, rappresentando quelli filmici ma indebolendo quelli extra filmici e mettendo in crisi anche la travolgente infatuazione di un bambino di 12 anni (io) per una meravigliosa star del cinema (Winona Ryder): provavo la stessa attrazione per Winona e per le dita di Jerry Lee Lewis che correvano sul pianoforte. Non sapevo come reagire a questa cosa ma non potevo farci niente, ero innamorato della musica ma lo ero anche della Winona. Dilemma irrisolvibile. Che vive ancora oggi. Quando l’ho vista per la prima volta in “Stranger Things” ho avuto un’allucinazione, nella mia testa è partito il piano di Great balls of fire, me ne volevo liberare ma Stranger Things è andato avanti per tre stagioni e pare che ne facciano altre. Niente è cambiato, è tutto ancora uguale e lo sarà in futuro. Al contrario del mondo dell’home video direi, che quando ero piccolo viveva di tempi biblici e dipendeva tutto da: 1) se avevi i soldi per comprarti la VHS o 2) se coglievi al volo l’occasione registrando un film quando lo passavano in TV. Se non eri sul pezzo, la tua vita HOME VIDEO non iniziava neanche. “Great balls of fire” è uscito dopo “Top Gun” ma, boh, forse l’ho registrato prima, e quando ho ritrovato Great balls of fire suonata da Maverick e Goose sono morto.

Vabbè l’hanno vista anche i muri però

Ecco, di base questo è tutto quello che so sul rn’r. Sono andato poco oltre. Le uniche parole che io abbia mai sentito pronunciare allo Zoppo, oltre ai prezzi, sono: “Il rock n’roll non va da solo, va con il rockinbilly, il blues e il garas” e io mi attengo al suo insegnamento. Quindi dicevo, le altre volte che mi sono messo serio ad ascoltare questi generi sono poche: 1) una non meglio identificata passione per le paludi mi ha spinto a comprare a un prezzo che ho rimosso un vinile dei Fuzztones autografato da Rudi Protrudi; 2) una gran voglia di parlare mi ha spinto a chiedere a mio zio cosa ne pensasse di Jon Spencer, per cui io a un certo punto avevo perso le cervella, e lui mi ha risposto “bravi, ma gli originali erano meglio” ma io l’ho visto dal vivo tutte le volte che ho potuto e ho ascoltato tantissimo i suoi dischi, soprattutto “Orange”, “Now I Got Worry” e “Acme”; 3) una precoce crisi di mezz’età (intorno ai 25 anni) mi ha spinto a comprare dischi dei Neptunes e dei Mummies. 4) ho visto “Grease” un centinaio di volte e lo ritengo superiore a “Dirty Dancing” e “Footloose”. Anche i FUGAZI, i Big Black o i TAD e mille altri gruppi che mi piacciono hanno influenze r n’r ma non potrebbe essere diversamente e non credo si possa dire che ascolto il r n’r perchè ascolto gruppi in cui se ne avverte l’influenza.
E quindi basta credo. 

Ma il rn’r, il garage, il rockabilly e il blues sono sopravvissuti anche nelle loro forme più tradizionali, sono belli vegeti, non so se vivi, ma vegeti sicuro. Il r n’r è in molti posti, si è evoluto influenzando molte cose ma anche scomparendovi dentro e riemergendo solo a tratti, in alcuni dettagli, in certi giri della chitarra o nelle ritmiche. Se ogni revival dovesse per caso fare la stessa fine del revival anni ’50, diventerebbe eterno. Mi capita spesso di incrociare per strada gente che si fa la banana ogni santo giorno, che si veste come Danny Zuko o che a settembre è già in fotta per andare al Summer Jamboree dell’agosto successivo. È un revival infinito. Gli stessi gesti, le stesse canzoni, gli stessi giri di chitarra, tutti i giorni. Io non ce la farei mai a vivere come loro, è una schiavitù, non può venirti spontaneo. (A questo punto succede come in quei film in cui cambia la scena, finiamo 20 anni dopo e ci sono io sul divano, con le All Star, la maglietta dei Van Pelt, un cardigan slabbrato, la copertina di lana sulle gambe e, sotto, i jeans con uno strappetto sul ginocchio destro).

All You Can Beat Volume 1

A riprova della RESILIENZA del rock n’roll, è uscita “All You Can Beat. Volume 1: Kitchens, Toilet & Musicians in a Pandemic”, la prima di una serie di compilation dedicate a rock n’roll, rockabilly e garage punk. Quanta ne sapeva lo Zoppo. L’idea è nata durante il primo lockdown da un gruppo di musicisti bolognesi, italiani e non, del giro Locomotiv Club. Canzoni inedite, incisioni a distanza, soluzioni casalinghe: insomma, vero e proprio Covid rock n’roll (leggi la disanima attenta del Covidcore offerta da Bastonate su Bastonate per posta numero #27). “Bravi, ma gli originali erano meglio” avrebbe detto il Baffo. Dal canto mio, c’ho trovato anche roba che mi è piaciuta. Lo streaming è qui allyoucanbeat.bandcamp.com. I prossimi episodi di All You Can Beat quando usciranno? Boh. Rimanete aggiornati sul facebook AllYouCanBeatMusic. Ma adesso, ecco le canzoni della prima compilation.

Andy MacFarlane OMB fa Vicky Straightaway, cassa quattro quarti, chitarra che gira su se stessa, melodia e tono vocale alla Jon Spencer calibratissima prima, e poi un po’ in discesa, a testimoniare quanto cuore ci mette chi ci crede. Se fosse più veloce potrebbe essere una canzone dei Primal Scream, un pensiero di cui mi vergogno di fronte agli esperti del settore ma, purtroppo, mi è venuto davvero in mente ed è pure uno dei motivi per cui apprezzo Vicky Straightaway, e non sono un fan dei Primal Scream, ammetto di averli ballati qualche volta ma ero ubriaco, e quindi no, non lo sono. Vicky Straightaway è davvero confondente e la cosa mi piace.

Down by The Riverside di B&B invece è un canto di pace lungo un treno di chitarra che viaggia alla velocità dei piedi di un ballerino ubriaco sulle assi scheggiate del pavimento di un saloon. Un blues senza freni e inibizioni, con tanto di YEAH finale. E qui l’America è davvero vicina, ma io sono lontano chilometri.

This Man is Black di Muddy Worries velocizza una strofa alla Velvet Underground e incrocia dei latrati alla Stooges con un basso irresistibile e una chitarra quasi hard rock ma, per fortuna, bloccata da velocità e distorsione, che ammazzano sul nascere ogni velleità troppo tecnica che tenderebbe al cinghionismo rn’r. Al di là del fatto che non capisco mai del tutto l’esigenza di prendere il nome di un altro e adattarlo, quella di Muddy Worries è una canzone scheggia che si merita la mossa delle gambe: l’ho fatta sulle note di This Man is Black, dopo anni di immobilità, e me la sono pure goduta. Oddio, ho sentito uno strano rumore provenire dal ginocchio e ho interrotto, ma è stato emozionante. E ho scoperto che è come andare in bicicletta, una volta che la impari è per sempre. Come fai a non amare una canzone che ti spinge a credere tanto in te stesso? Impossibile.

Ammetto invece che Dad Is a Rebel di The Giant Undertow non mi ha proprio fatto ribollire il sangue, è una ballata, di solito mi piacciono le ballate di questo tipo ma è stata una delle poche volte in vita mia in cui la ripetitività non mi è piaciuta. La ripetitività ha tantissimi risvolti positivi – Glenn Branca lo sapeva, gli Shellac lo sanno – ma ha anche negativi e, proprio perchè ripetitiva, può annoiare. Non deve succedere, deve avere qualcosa che fa da cuore pulsante e perpetuo. E, se non ce l’ha, si sente.

What A Weird Children dei Coffekillers ha un LIVELLO ELVIS abbastanza elevato ed è stata nominata ufficialmente il “Date with Elvis” della compilation, direttamente da Poison Ivy e Lux Interior, dall’aldilà, all’unanimità. Ma io non sono convinto, c’è davvero troppo Elvis. And who the fuck is Elvis?.

Tra il blues, non quello di Zucchero Sugar Fornaciari ma di BB King (o giù di lì insomma), e la prodezza vocale alla Quintorigo si piazza invece Sister Kate dei Lovesick Duo. Non me la sento di dire che i Quintorigo siano un plus.

Get A Life dei Jackson Pollock: basta chiudere gli occhi per vedere la batterista che suona dal vivo come una posseduta e il chitarrista che la guarda e la asseconda e allo stesso tempo la controlla. Una sintonia folle, che si sente anche qui: è veramente uno schizzo di colore su una tela che apre gli occhi e mostra l’orizzonte anche dove non c’è. Sono molto carichi, ma la loro formula mi pare sempre la stessa, anche qui in Get A Life.

Ringrazio quindi Ferro Solo (Ferruccio dei Cut, a cui sono affezionato perchè li vidi dal vivo, assolutamente per caso, quando facevo l’università a Bologna ai tempi di “Operation Manitoba”, durante il concerto non ho fatto altro che pensare che per tornare a casa dovevo fare a piedi da solo tutta Stalingrado, via notoriamente ben frequentata, ma me lo sono goduto) perchè con The Birthday Curse ha portato dentro alla compilation un po’ di inglese iraniano ma soprattutto un tocco di Daniel Jonhston, quello più The Electric Ghost e meno Is and Always Was. Non era previsto e ho sentito un soffio di non rock n’roll in una compilation rock n’roll. Anti-istituzionale, quasi extra-parlamentare: la mia canzone preferita di All You Can Beat 1.

Sono sostenitore delle fissazioni vere e che non ti abbandonano mai. Avete presente quando uno dice STO IN FISSA CON QUESTA COSA? Alcune volte è una fissa passeggera, ma sincera, che dura qualche ora o fino a qualche giorno dopo, non so, l’uscita di un disco nuovo. Altre volte è una fissa inventata per parlarne sui social, per dare un po’ di enfasi a quello che condividiamo, renderlo un minimo interessante e ottenere un po’ di attenzione. È falso, ma è umano, io non lo faccio mai ma posso capirlo. Altre volte ancora è una fissa che dura da una vita: non so, un amico che posta sempre cose sui R.E.M, o un altro che posta sempre i Cocteau Twins. Amo quelle fisse lì. Quindi, anche se sostanzialmente è roba che non ascolto, amo l’idea che sta alla base di All You Can Beat: fare rock n’roll per sempre, fino alla fine del mondo e aspettando che arrivi.

Ecco, tutto qui. E mentre andiamo inesorabilmente verso un secondo lockdown, non ci resta che aspettare la compilation n. 2. Per vedere cosa di imprevedibile succederà al rock n’roll. Alla prossima.