Tutto quello che so sul rock n’roll (ALL YOU CAN BEAT 1)

Lo zio pelvico

Sono un fan molto scarso del rock n’roll. Gli episodi salienti del mio rapporto con lui sono tutti concentrati in un fazzoletto di anni, dal 1985 all’89. Fondamentale è stata La Bamba. Canzone folk messicana, venne resa celebre da Richie Valens nel 1958, i Los Lobos la rifecero nell’87 per la colonna sonora del film omonimo e io l’ho conosciuta grazie a loro. Avevo 9 anni e ogni fine settimana partecipavo agli abituali pranzi di famiglia, tortellini al ragù, arrosto e sangiovese. Il mio parente preferito era lo zio Baffo. Lo chiamavamo così perchè aveva dei gran baffi neri alla Causio, in realtà si chiamava Paolo. Quello di Bulgarelli. Una persona molto simpatica, che amava lo sport, la musica, la lettura dei quotidiani e purtroppo le sigarette. Aveva un mangianastri spaziale, di quelli per doppiare le cassette, nero con tutti gli adesivi colorati verdi e rossi. Ascoltava molta radio e anche le cassette, che comprava in due posti. Nei giorni di mercato dallo (simpatico soprannome) Zoppo del camioncino, il primo grande doppiatore seriale di mc, il primo a fornire, con la cassetta tarocca, la copertina fotocopiata, appositamente ritagliata e ripiegata per farla stare nell’involucro di plastica. Un eroe, conosciuto in tutta la Romagna, a quanto ho scoperto proprio ieri parlando con il mio fornaio. Mi sono immaginato lo Zoppo che passa di città in città, di mercato in mercato, a bordo del suo camion cassetta. Non so se crederci, visto che aveva una gamba di legno, ma non importa. Del resto, sono convinto che se non l’avesse avuta avrebbe conquistato anche l’Emilia. Negli altri giorni mio zio le cassette le comprava da Francolini, il negozio di dischi in centro a Cesena. Ma aveva prezzi piuttosto alti e preferiva lo Zoppo.

Una volta, durante un pranzo, lo zio Paolo ha messo su Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica di Zucchero e mi ha detto “Senti qua cosa dice il ritornello” e la stessa cosa l’ha detta a sua mamma, l’Anedea, che era seduta di fianco a me. L’Anedea era una signora di 70 anni, dal viso dolce, i capelli bianchissimi e un paio di baffi atomici, marrone cangiante. Molto credente, rispose al filglio: “Paolo, ci sono i bambini!”. Era sempre il 1987: l’anno in cui uscì “Blue’s” di Zucchero Fornaciari è lo stesso del film La Bamba. I Los Lobos si sentivano dappertutto e mio zio mi regalò la cassetta. Era fotocopiata. Anch’io avevo un mangianastri, nero e blu con i tasti argentati, e La Bamba dei Los Lobos ce l’ho fatta suonare un treno di volte, anche insieme a mio zio che, a quanto pare, era un gran ballerino e mia zia l’aveva conquistata proprio in una sala da ballo. Fu con La Bamba in sottofondo che m’insegnò la mossa delle gambe. Si tratta di uno strano passo di danza che consiste nello stare sul posto facendo oscillare a destra e a sinistra le ginocchia, con le gambe leggermente piegate, tenendo fermo il piede sinistro e facendo rimbalzare il destro. Un passo che mi ha cambiato la vita, nel senso che è l’unico che so fare e non pensavo mai che ne avrei imparato uno. Qualche anno fa l’ho eseguito anche davanti a mia moglie, perdendo ogni tipo di dignità, ed è stata l’ultima volta che l’ho fatto per tanto tempo. La cosa bella della mossa è che si adatta a tutte le canzoni rock n’roll. Va benissimo anche per Blue Suede Shoes, per esempio, o per qualsiasi canzone rock n’roll di Elvis. “Te lo sai cos’è il movimento pelvico?” mi chiedeva mio zio, quando metteva su la cassettona-raccoltone di Elvis muovendo il bacino avanti e indietro, subito dopo aver eseguito un’impeccabile mossa delle gambe. Praticamente passava dalla mossa al pelvico SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITÀ. “Paolo, ci sono i bambini!” gli rispondeva mia zia, sempre, anche se era in un’altra stanza (ma rideva sotto i baffi, non quelli di mio zio, i suoi, ma si fa per dire, perchè non li aveva, o per lo meno non ne aveva tanti quanti l’Anedea). “Elvis the Pelvis from Memphis” ribatteva lui. Era un suo fan e un po’ me l’ha attaccata. Non ho un buonissimo rapporto con questa cosa. Infatti, quando sono andato a visitare Grace Land, la casa di Elvis a Memphis, ho vissuto sentimenti contrastanti. È stata una figata, devo dirlo, ma non ero a mio agio di fronte al personaggio, un po’ prepotente un po’ no, un po’ mafioso, un pessimo attore. A Memphis, il giorno prima di andare a Grace Land, abbiamo chiesto a un ragazzo nero le indicazioni per il Sun Studio. Non sembrava conoscerlo allora gli abbiamo detto “dove ha inciso anche Elvis”. Lui ha risposto “and who the fuck is Elvis?” e se n’è andato incazzato. Ecco, quella risposta mi è rimasta impressa. Quando ero a Grace Land ci pensavo, ma pensavo anche al Baffo, che quel posto se lo sognava la notte. Le 800 foto che ho fatto le avrà viste 800 volte. Negli anni successivi mi sono chiesto spesso perchè ne avessi fatte così tante e mi sono sempre risposto di averle fatte per lui. Un po’ giustificazione, un po’ verità.

Questa è una foto (ottima) di ebay ma ci sono molte probabilità che quello di mio zio fosse lo stesso modello

Marty McFly e Winona Ryder

Una delle mie scene preferite di tutti i film del mondo è quella di “Ritorno al futuro” in cui Marty McFly suona Johnny B. Goode alla festa della scuola. Salta come un matto di fronte a un pubblico immobile e alla fine dice la mitica frase “Penso che ancora non siate pronti per questa musica. Ma ai vostri figli piacerà”. Di questa scena mi piace come si raccorda alla storia raccontata, l’imbarazzo futuristico di Marty, le facce del pubblico incredulo e il fatto che sia stata scelta una canzone per mettere in evidenza così chiaramente le differenze tra due generazioni in un passaggio decisivo per la società: la diffusione del rock n’roll. Ma soprattutto mi piace Johnny B. Goode, che è irresistibile e credo lo sarà sempre, almeno per me.

“Great balls of fire” lo registrai dalla TV, l’avrò visto cento volte. La musica era il diavolo che s’insinuava nei rapporti umani, rappresentando quelli filmici ma indebolendo quelli extra filmici e mettendo in crisi anche la travolgente infatuazione di un bambino di 12 anni (io) per una meravigliosa star del cinema (Winona Ryder): provavo la stessa attrazione per Winona e per le dita di Jerry Lee Lewis che correvano sul pianoforte. Non sapevo come reagire a questa cosa ma non potevo farci niente, ero innamorato della musica ma lo ero anche della Winona. Dilemma irrisolvibile. Che vive ancora oggi. Quando l’ho vista per la prima volta in “Stranger Things” ho avuto un’allucinazione, nella mia testa è partito il piano di Great balls of fire, me ne volevo liberare ma Stranger Things è andato avanti per tre stagioni e pare che ne facciano altre. Niente è cambiato, è tutto ancora uguale e lo sarà in futuro. Al contrario del mondo dell’home video direi, che quando ero piccolo viveva di tempi biblici e dipendeva tutto da: 1) se avevi i soldi per comprarti la VHS o 2) se coglievi al volo l’occasione registrando un film quando lo passavano in TV. Se non eri sul pezzo, la tua vita HOME VIDEO non iniziava neanche. “Great balls of fire” è uscito dopo “Top Gun” ma, boh, forse l’ho registrato prima, e quando ho ritrovato Great balls of fire suonata da Maverick e Goose sono morto.

Vabbè l’hanno vista anche i muri però

Ecco, di base questo è tutto quello che so sul rn’r. Sono andato poco oltre. Le uniche parole che io abbia mai sentito pronunciare allo Zoppo, oltre ai prezzi, sono: “Il rock n’roll non va da solo, va con il rockinbilly, il blues e il garas” e io mi attengo al suo insegnamento. Quindi dicevo, le altre volte che mi sono messo serio ad ascoltare questi generi sono poche: 1) una non meglio identificata passione per le paludi mi ha spinto a comprare a un prezzo che ho rimosso un vinile dei Fuzztones autografato da Rudi Protrudi; 2) una gran voglia di parlare mi ha spinto a chiedere a mio zio cosa ne pensasse di Jon Spencer, per cui io a un certo punto avevo perso le cervella, e lui mi ha risposto “bravi, ma gli originali erano meglio” ma io l’ho visto dal vivo tutte le volte che ho potuto e ho ascoltato tantissimo i suoi dischi, soprattutto “Orange”, “Now I Got Worry” e “Acme”; 3) una precoce crisi di mezz’età (intorno ai 25 anni) mi ha spinto a comprare dischi dei Neptunes e dei Mummies. 4) ho visto “Grease” un centinaio di volte e lo ritengo superiore a “Dirty Dancing” e “Footloose”. Anche i FUGAZI, i Big Black o i TAD e mille altri gruppi che mi piacciono hanno influenze r n’r ma non potrebbe essere diversamente e non credo si possa dire che ascolto il r n’r perchè ascolto gruppi in cui se ne avverte l’influenza.
E quindi basta credo. 

Ma il rn’r, il garage, il rockabilly e il blues sono sopravvissuti anche nelle loro forme più tradizionali, sono belli vegeti, non so se vivi, ma vegeti sicuro. Il r n’r è in molti posti, si è evoluto influenzando molte cose ma anche scomparendovi dentro e riemergendo solo a tratti, in alcuni dettagli, in certi giri della chitarra o nelle ritmiche. Se ogni revival dovesse per caso fare la stessa fine del revival anni ’50, diventerebbe eterno. Mi capita spesso di incrociare per strada gente che si fa la banana ogni santo giorno, che si veste come Danny Zuko o che a settembre è già in fotta per andare al Summer Jamboree dell’agosto successivo. È un revival infinito. Gli stessi gesti, le stesse canzoni, gli stessi giri di chitarra, tutti i giorni. Io non ce la farei mai a vivere come loro, è una schiavitù, non può venirti spontaneo. (A questo punto succede come in quei film in cui cambia la scena, finiamo 20 anni dopo e ci sono io sul divano, con le All Star, la maglietta dei Van Pelt, un cardigan slabbrato, la copertina di lana sulle gambe e, sotto, i jeans con uno strappetto sul ginocchio destro).

All You Can Beat Volume 1

A riprova della RESILIENZA del rock n’roll, è uscita “All You Can Beat. Volume 1: Kitchens, Toilet & Musicians in a Pandemic”, la prima di una serie di compilation dedicate a rock n’roll, rockabilly e garage punk. Quanta ne sapeva lo Zoppo. L’idea è nata durante il primo lockdown da un gruppo di musicisti bolognesi, italiani e non, del giro Locomotiv Club. Canzoni inedite, incisioni a distanza, soluzioni casalinghe: insomma, vero e proprio Covid rock n’roll (leggi la disanima attenta del Covidcore offerta da Bastonate su Bastonate per posta numero #27). “Bravi, ma gli originali erano meglio” avrebbe detto il Baffo. Dal canto mio, c’ho trovato anche roba che mi è piaciuta. Lo streaming è qui allyoucanbeat.bandcamp.com. I prossimi episodi di All You Can Beat quando usciranno? Boh. Rimanete aggiornati sul facebook AllYouCanBeatMusic. Ma adesso, ecco le canzoni della prima compilation.

Andy MacFarlane OMB fa Vicky Straightaway, cassa quattro quarti, chitarra che gira su se stessa, melodia e tono vocale alla Jon Spencer calibratissima prima, e poi un po’ in discesa, a testimoniare quanto cuore ci mette chi ci crede. Se fosse più veloce potrebbe essere una canzone dei Primal Scream, un pensiero di cui mi vergogno di fronte agli esperti del settore ma, purtroppo, mi è venuto davvero in mente ed è pure uno dei motivi per cui apprezzo Vicky Straightaway, e non sono un fan dei Primal Scream, ammetto di averli ballati qualche volta ma ero ubriaco, e quindi no, non lo sono. Vicky Straightaway è davvero confondente e la cosa mi piace.

Down by The Riverside di B&B invece è un canto di pace lungo un treno di chitarra che viaggia alla velocità dei piedi di un ballerino ubriaco sulle assi scheggiate del pavimento di un saloon. Un blues senza freni e inibizioni, con tanto di YEAH finale. E qui l’America è davvero vicina, ma io sono lontano chilometri.

This Man is Black di Muddy Worries velocizza una strofa alla Velvet Underground e incrocia dei latrati alla Stooges con un basso irresistibile e una chitarra quasi hard rock ma, per fortuna, bloccata da velocità e distorsione, che ammazzano sul nascere ogni velleità troppo tecnica che tenderebbe al cinghionismo rn’r. Al di là del fatto che non capisco mai del tutto l’esigenza di prendere il nome di un altro e adattarlo, quella di Muddy Worries è una canzone scheggia che si merita la mossa delle gambe: l’ho fatta sulle note di This Man is Black, dopo anni di immobilità, e me la sono pure goduta. Oddio, ho sentito uno strano rumore provenire dal ginocchio e ho interrotto, ma è stato emozionante. E ho scoperto che è come andare in bicicletta, una volta che la impari è per sempre. Come fai a non amare una canzone che ti spinge a credere tanto in te stesso? Impossibile.

Ammetto invece che Dad Is a Rebel di The Giant Undertow non mi ha proprio fatto ribollire il sangue, è una ballata, di solito mi piacciono le ballate di questo tipo ma è stata una delle poche volte in vita mia in cui la ripetitività non mi è piaciuta. La ripetitività ha tantissimi risvolti positivi – Glenn Branca lo sapeva, gli Shellac lo sanno – ma ha anche negativi e, proprio perchè ripetitiva, può annoiare. Non deve succedere, deve avere qualcosa che fa da cuore pulsante e perpetuo. E, se non ce l’ha, si sente.

What A Weird Children dei Coffekillers ha un LIVELLO ELVIS abbastanza elevato ed è stata nominata ufficialmente il “Date with Elvis” della compilation, direttamente da Poison Ivy e Lux Interior, dall’aldilà, all’unanimità. Ma io non sono convinto, c’è davvero troppo Elvis. And who the fuck is Elvis?.

Tra il blues, non quello di Zucchero Sugar Fornaciari ma di BB King (o giù di lì insomma), e la prodezza vocale alla Quintorigo si piazza invece Sister Kate dei Lovesick Duo. Non me la sento di dire che i Quintorigo siano un plus.

Get A Life dei Jackson Pollock: basta chiudere gli occhi per vedere la batterista che suona dal vivo come una posseduta e il chitarrista che la guarda e la asseconda e allo stesso tempo la controlla. Una sintonia folle, che si sente anche qui: è veramente uno schizzo di colore su una tela che apre gli occhi e mostra l’orizzonte anche dove non c’è. Sono molto carichi, ma la loro formula mi pare sempre la stessa, anche qui in Get A Life.

Ringrazio quindi Ferro Solo (Ferruccio dei Cut, a cui sono affezionato perchè li vidi dal vivo, assolutamente per caso, quando facevo l’università a Bologna ai tempi di “Operation Manitoba”, durante il concerto non ho fatto altro che pensare che per tornare a casa dovevo fare a piedi da solo tutta Stalingrado, via notoriamente ben frequentata, ma me lo sono goduto) perchè con The Birthday Curse ha portato dentro alla compilation un po’ di inglese iraniano ma soprattutto un tocco di Daniel Jonhston, quello più The Electric Ghost e meno Is and Always Was. Non era previsto e ho sentito un soffio di non rock n’roll in una compilation rock n’roll. Anti-istituzionale, quasi extra-parlamentare: la mia canzone preferita di All You Can Beat 1.

Sono sostenitore delle fissazioni vere e che non ti abbandonano mai. Avete presente quando uno dice STO IN FISSA CON QUESTA COSA? Alcune volte è una fissa passeggera, ma sincera, che dura qualche ora o fino a qualche giorno dopo, non so, l’uscita di un disco nuovo. Altre volte è una fissa inventata per parlarne sui social, per dare un po’ di enfasi a quello che condividiamo, renderlo un minimo interessante e ottenere un po’ di attenzione. È falso, ma è umano, io non lo faccio mai ma posso capirlo. Altre volte ancora è una fissa che dura da una vita: non so, un amico che posta sempre cose sui R.E.M, o un altro che posta sempre i Cocteau Twins. Amo quelle fisse lì. Quindi, anche se sostanzialmente è roba che non ascolto, amo l’idea che sta alla base di All You Can Beat: fare rock n’roll per sempre, fino alla fine del mondo e aspettando che arrivi.

Ecco, tutto qui. E mentre andiamo inesorabilmente verso un secondo lockdown, non ci resta che aspettare la compilation n. 2. Per vedere cosa di imprevedibile succederà al rock n’roll. Alla prossima.

C’è un colpo di scena. Antler Springs di Lac Observation

I testi delle canzoni sono i posti migliori del mondo. Ma anche i peggiori. Quante volte ti sei preso bene con delle parole che sembravano le uniche giuste? Non saranno mai quante le volte in cui non è successo. Quali sono i testi più importanti della tua vita? Per me sono tipo The speeding train dei The Lapse e Majorette di Caso. Ma il problema è che 90 volte su 100 non sai la verità, cioè non sai se l’autore mente, perchè nessuno te lo dice. Nei casi in cui ti capita di scoprirlo è un disastro. Cosa penseresti per esempio se scoprissi che le parole di una canzone che ami da sempre, con la quale sei cresciuto e il cui significato legato a sensazioni profonde e stati d’animo complicati continui a custodire come un tesoro, perchè parla di te e degli amici con cui hai condiviso mezza vita, cosa succederebbe se scoprissi che parla di figa? Le parole erano un po’ ermetiche ma tu eri sicuro, tutti lo erano. E poi un giorno leggi l’intervista. La cazzo di intervista della vita, quella in cui l’autore confessa tutto. E la pagina del giornale diventa una gelida bacheca che ti dà una comunicazione epocale con la stessa sensibilità di una tabella meteo. Come quella volta che ti hanno bocciato (ci tengo a precisare che io non sono mai stato bocciato). Piccolo sipario nero sul tuo cuore. 

Poi ci sono le volte in cui l’autore fa lo sborone, accetta con finta modestia la corona di portavoce di un’intera generazione che noi esseri succubi delle sue parole gli abbiamo appoggiato sul cranio, e quelle volte sono davvero odiose. Come gli viene di dire che un testo che ha scritto mentre era ubriaco o in fila alle poste parla di noi? Ma almeno ti rimangono le parole, puoi anche metterle dentro una bolla e continuare a crederci. Quando l’autore distrugge tutto, invece, non rimane più niente, anni e anni di militanza emotiva vengono gettati alle ortiche, così. Dare un significato personale al testo di una canzone è un gioco rischioso che può finire malissimo. Ma in fondo, se ci pensi, va bene così, un pugno in faccia è meglio di una verità non verificata, perchè ti insegna che non devi fare troppo affidamento su niente, neanche sulle canzoni.

Nel pacco dell’età adulta che a un certo punto ti arriva a casa c’è un bigliettino che dice di smettere di ascoltare musica, perchè devi fare altre cose più importanti. Figuriamoci quindi i testi delle canzoni. Roba per poppanti. Dentro al pacco c’è anche una letterina con il testo della tua canzone preferita. Quando la apri parte una vocina irrispettosa che dice “Giacomo eterno adolescente, Giacomo giuggiolone” e poi una scorreggia strafottente. Ma io ho deciso di oppormi all’arroganza dell’età adulta e leggo (quasi) sempre i testi delle canzoni: i sogni degli adolescenti sono difficili da sconfiggere. Alcune volte non ci capisco niente – la vita è costellata di sconfitte – altre volte invece capisco. “L’ho capito!” dico tra me e me, e questo vi fa capire quanto sia raro per me capire un testo. Ma è ancora più raro trovare il testo della vita, di quelli che ti fanno vibrare le vene, capita solo ogni tanto. Però capita, e allora vado a prendere il pacco dell’età adulta e gli dò fuoco. 

Negli anni ’90 funzionava così: i testi incomprensibili erano incomprensibili e basta, non c’era speranza. Ma alla fine chissenefrega degli anni ’90 (e qui ho già i sensi di colpa per aver scritto questa cosa) e adesso quando vedo un testo incomprensibile vado avanti a tentare di capire, perchè poi sono quelli più astrusi a riservare le sorprese migliori. 

E infatti.

Stamattina leggevo i testi di Antler Springs di Lac Observation. Sono già rapito dalle melodie stralunate della canzone di apertura (Lac observation), vicine ai cantautori americani più coraggiosi, tipo (Sandy) Alex G, ma allo stesso tempo piene di fascino retrò alla Flaming Lips, quando mi accorgo delle prime parole: “There is a circle island that is imperfect / and then there is an us that is perfect / somewhere in the dimples of the lake / but there is also an us that is imperfect…”. Un testo sulle imperfezioni delle cose perfette, penso. Promette bene. Poi a un certo punto sento una voce sussurrarmi chiaramente “omicidio, omicidio”. Mi sembra assurdo, riascolto la canzone e infatti niente, la voce non c’è più. Io però sono sicuro di averla sentita. Un po’ dubbioso, vado avanti. Da dubbioso divento sorpreso e in fretta mi dimentico della voce, perchè il resto del testo sembra non c’entrare assolutamente niente con l’incipit. Il significato si allontana, passa per il sole fino ad arrivare allo Spazio che, in quanto tale, è per me incomprensibile. Ecco un testo che in un primo momento ti fa pensare di capire e starci dentro, poi ti frega e ti abbandona completamente a te stesso in una metropoli spaziale di parole incomprensibili. Che inizio. 

Rimango in orbita per tutta la seconda canzone, Foggy drummer, e sono ormai convinto a rinunciare alla mia ostinata ricerca di un significato, con serenità, perchè fuggire dalle regole dell’età adulta a volte significa fuggire dall’obbligo di fuggire. Dopo una simile epifania mi metto nell’ottica di dare più spazio alle cose e meno a me stesso: non sono più io a dover fuggire oppure no, è la canzone a imporsi e io la accolgo come viene lei: sinceramente. Di Foggy drummer ho apprezzato da subito il titolo (sembra un Supereroe, uno che spara la nebbia dal naso mentre suona), il testo dall’ispirazione naturalistica fantasy, il suono e la scrittura, così vicini ai Flaming Lips di The soft bullettin ma molto più raffinati e delicati. Sotto alle atmosfere così sognanti e curate, questa canzone (come tutto l’ep) nasconde soluzioni di arrangiamento deliziose. Ma non sono sicuro di aver afferrato il significato del testo.

All’arpeggio di Wyvern song sono perso nel fantasy e, un po’ demoralizzato (il fantasy non è mai stata una mia passione), non ho più nessuna intenzione di trovare un significato alle parole. Ma è qui che arriva una delle idee migliori di Antler Springs: colpo di scena, in mezzo alla natura fantastica appare una lama che fa a pezzi un drago. Di nuovo fa capolino l’incubo del significato (il testo fantasy ha ucciso se stesso?) ma mi fermo e dò più importanza all’immagine, violenta e improvvisa. Tra l’altro, eccolo qua, non ce n’era più traccia all’inizio del disco ma eccolo lì: l’omicidio. Vedete? Wyvern song mi svolta l’ascolto e capisco che il gioco dell’attesa del significato e della musica che sfonda e apre altri mondi aveva un fine ultimo: l’omicidio del drago. Avere le allucinazioni uditive e ascoltare le voci non è sinonimo di pazzia.

Così, rilassato, mi abbandono all’ascolto dell’ultima canzone. Libra eye over the Hvergelmir alterna alti e bassi, parole delicate a parole sguaiate. E tutti i dettagli in sottofondo, che nelle canzoni precedenti rimanevano (appunto) in sottofondo, qui esplodono definitivamente facendosi più pungenti. È l’ultimo rush finale in crescita, al termine del quale ho per le mani: una musica scritta benissimo e suonata ancora meglio, testi incomprensibili al 95% e un’immagine fortissima. Ma cosa vuol dire quindi il coltello che uccide il drago? Non ne ho idea, ma lo lascio lì, ad assolvere alla sua funzione di fulmine violento in mezzo al mare fantasy, pscichedelico e cantautorale. Non chiedo niente a nessuno, rimango col dubbio, per sicurezza.

Credo che Antler Springs sia un episodio abbastanza unico in Italia. Penso di poterlo mettere accanto ai cantautori anglosassoni che ultimamente tentano di sperimentare intorno alla canzone folk e pop: oltre a (Sandy) Alex G, per esempio Spencer Radcliffe e Hollow Hand. Questi autori sono caratterizzati da un legame particolare con la canzone pop rock tradizionale, le loro influenze sono le più disparate, dai REM ai Beatles, dagli Slint ai Neutral Milk Hotel al country, ma tentano di introdurre delle modifiche, con gli effetti sonori, che spesso privilegiano le dilatazioni, ma anche con la scrittura, che spesso privilegia le dissonanze, le esplosioni e gli stacchi, per poi approdare nella ripetizione. Sulla stessa linea si trova l’ep di Lac Observation, che dà a tutto questo un tocco molto personale creando un’atmosfera folk e famigliare ma allo stesso tempo distorta e straniante. Sono già curioso di ascoltare le cose che farà in futuro.

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Fuga dallo Spazio: Pinball Odyssey degli Spacepony

“Immaginò che il barista gli avesse chiesto cosa voleva da bere, ma se non fosse stato così? Magari gli aveva detto che il bar era chiuso, oppure lo aveva insultato, o invece aveva voluto informarsi sul suo stato di salute. L’idea che il linguaggio funzionasse, anche fra due persone che parlano lo stesso idioma, gli parve all’improvviso miracolosa: bisognava concordare su troppe cose, avere in comune un terreno troppo vasto” (Cose che succedono la notte, Peter Cameron)

Non è facile che chi è nato o vive altrove senta la musica come un local. In qualsiasi posto del mondo. La musica è un linguaggio e perchè la comunicazione funzioni ha bisogno di un terreno comune fatto di storia, radici, abitudini. Anzi la musica è ancora più selettiva di una lingua: se vuoi la lingua la impari, ma non impari a essere davvero del Sud degli Stati Uniti, per dire. Ogni posto ha il suo Folk ed è difficile fare Folk americano in modo credibile se sei italiano. E il contrario: immagina uno di Buffalo che si mette a suonare il Liscio. Di fronte a questo tipo di appropriazione non ho una regola ferrea di comportamento, non amo tutto e non detesto tutto. Spesso la sento come una forzatura. Ma nel corso del tempo ho trovato alcune eccezioni, come Pinball Odyssey degli Spacepony.

In ogni passaggio di Pinball Odyssey il ritmo è realmente (scusate) surrounding: il lavoro degli strumenti, la loro cadenza e i loro movimenti occupano molto spazio nelle canzoni. Non è sempre così, ci sono quei dischi in cui presti più attenzione a quello che i singoli strumenti fanno e non vieni sopraffatto dal ritmo, che finisce per essere in secondo piano. In qualche modo. Qui no. E qui il ritmo è quello del folk psichedelico dolce e melodico, vicino a Mercury Rev e Flaming Lips. 

Il ritmo di Pinball Odyssey è dato anche dall’attesa. Una delle sue caratteristiche è quella di tirare fuori all’improvviso strumenti inaspettati: dopo un po’ ti abitui all’idea che verrà fuori qualcosa, e lo aspetti. L’abitudine e l’attesa insieme ti danno la possibilità di ascoltare un contesto molto uniforme ma che riserva diverse sorprese. Cioè, oltre alle collaborazioni che contribuiscono a dare alle canzoni caratteristiche diverse, Pinball Odyssey ha un’impronta definita ma contiene sempre una tensione alla modifica del percorso, tensione che trova uno sfogo solo abbozzato, mai conclusivo. Un po’ alla Frittering dei Mercury Rev, ma in modo meno strutturato e massiccio. E questo dà luogo a una vibrazione di insoddisfazione che si trova in tutti i pezzi. Come se gli Spacepony avessero trovato casa dentro alla musica che fanno ma allo stesso tempo no. Credo che sia un’insoddisfazione ammissibile e vitale (di cui si parla anche in un passaggio del testo di Feel Alive: …”it’s hard to find peace, someday sometimes”..) che si verifica quando amiamo tantissimo una cosa che, però, non ci appartiene davvero per motivi che non dipendono da noi: quel tipo di Folk proviene da un mondo lontano, noi lo ascoltiamo o lo suoniamo perché lo sentiamo vicinissimo ma in realtà non lo è. E un po’ soffriamo questa cosa, anche se non lo ammettiamo del tutto. Soffriamo e non ammettiamo, ma lo ascoltiamo e lo suoniamo lo stesso. Da qui viene la tensione. Vuoi una cosa tantissimo ma non la potrai mai sentire tua davvero fino in fondo. Gli Spacepony, proprio negli attimi in cui gli sembra di riuscire ad abbracciarla, avvertono le differenze che li separano da lei, le rendono palesi e mettono in campo le loro deviazioni. E poi ripartono daccapo. È il modo in cui gli Spacepony affrontano il problema di un linguaggio musicale che utilizzano ma che proviene da lontano e non gli appartiene del tutto. È un modo consapevole e senza paletti legati ai generi: non fanno un genere solo, non fingono che quel genere gli appartenga ma lasciano che la scrittura prenda la sua strada. E la prende, verso direzioni in cui i generi si sovrappongono e creano una varietà così evidente di elementi che non sai più che genere sia.

Ogni canzone mi ha dato sensazioni differenti e in questo sta la forza della varietà di Pinball Odyssey. Did You Hear the Horses Winny mi ha portato dentro a un western e non me l’aspettavo. Butterfly (2nd Life) mi ha colpito per la sua delicatezza e per la bellezza degli archi: è un incrocio tra Sparklehorse e Big Star. L’apertura di El Sol è molto bella e chitarra e batteria si sposano benissimo seguendo una stessa delicatissima strada. Il ritornello di Back Home è forse il migliore di tutto il disco, perchè le sue sonorità portano lontano: bastano poche note per aprire un mondo. Adoro il theremin e mi piace il modo in cui viene usato in Killie Willy, la cui seconda parte mi ha ricordato le ballate più fantasmagoriche di Mark Linkous (ancora). Il disco cambia un po’ passo con She-Fi, che non mi fa impazzire. Forse è un problema di missaggio (ma non lo so perchè non me ne intendo): mi pare che gli strumenti siano venuti fuori un po’ scollati tra loro.

Feel Alive lega il suono quasi cupo della chitarra a una melodia molto dolce e sulla parte finale lo fa sovrapponendoli a suoni e strumenti che ti spingono via dai territori esplorati finora nel resto del disco. L.I.A.R. è una canzone dei fIREHOSE con un tocco di Pinball Odyssey e questo testimonia la perfetta unione tra Spacepony e Mike Watt. Invece, in Perfect Machine, c’è qualcosa che mi ricorda gli Eels, forse la durezza simpatica del modo di cantare e delle parole. E le seconde voci sono davvero un tocco di classe, come il finale, in cui sembra sentir parlare R2D2 di Star Wars. Cosmic Waltz è l’episodio più romantico, spaziale, probabilmente anche più divertente e rilassante del disco, con gli archi sul finale che ricordano una danza in un palazzo imperiale in un film ambientato nell’800. Sensazioni, immagini e direzioni inaspettate. Back to Summer è la conclusione ideale. In ferie mi piaceva ascoltarla a fine giornata, perchè è nostalgica ed è perfetta per dire ciao a qualcosa che non è definitivo ma comunque è finito. In questo caso avrei fatto a meno degli archi sul ritornello.

Pinball Odyssey è un disco di Folk utopico, con riferimenti saldi ma anche con il desiderio di andare altrove, verso un mondo non realizzato e forse non realizzabile, comunque certamente personalizzato, che non abbia solo radici ma anche e soprattutto fantasia. La fantasia che lo fa vibrare di insoddisfazione e amore allo stesso tempo.

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