Dischi col botto, dischi da urlo, stellati, certo senza dimenticare la lezione di quel signore che sfogliando la sezione <i nostri prefe 2025> in negozio, ha gridato “Per carità!”. Volo down dunque, ma ecco comunque i miei album preferiti di quest’anno. Il mio numero 1 è Golliwog di Billy Woods. Niuiorch Hip Hop (d’ora in poi tutta la musica che si farà a NY si chiamerà niuiorchqualcosa in omaggio al Jova). Golliwog è come finire dentro una casa con un sacco di piani e un sacco di stanze ma solo un bagno. Non credo di esser stato chiaro ma mi dava l’idea di descrivere bene il disco: di sicuro non ti annoi. Il mio numero 2 è Alan Sparhawk With Trumpled by Turtles: se vuoi superare pessimismo e tempi bui, non c’è niente di meglio di un disco pieno di pessimismo e buio, che però si trasformano miracolosamente in qualcosa di luminosissimo. Noise country. Poi al terzo posto Claire Rousay, A little Death, Field Recording devastante che potrei ascoltare per ore perchè a comporlo è un angelo, solitario, che costruisce un mosaico quotidiano di presenze e rumori, di un’intimità rara. Dopo metti su Viagr Aboys dei Viagra Boys, per sgrassare.
Horsegirl, Phonetics On and On. Velvet Underground, The Raincoats, le Horsegirl però sembra che non la spingano di più in realtà, sì, la spingono di più. Stupende anche dal vivo. Anche … e alla fine della storia non c’è alcuna redenzione dei Solaris la spinge di più, perchè Il mondo è bruttissimo e loro sembrano gli unici a dirlo senza metafore, con chitarre distorte e un’ironia che ti lascia senza speranza.
Paul St. Hilaire, W/the Producer. Cambiano i produttori da una canzone all’altra e St. Hilaire canta su tutte le canzoni, con quel suo fare unico, rassicurante e losco allo stesso tempo. A detta degli esperti di dub, ospiti sboronissimi.
Matmos, Metallic Life review. Un disco fatto con i suoni di cose metalliche accumulati dai Matmos in anni. Pentole, lattine, viti, biglie. Ipnotico, scostante, alieno, accattivante. Può ricordare a volte i Tortoise o Piero Umiliani. Un giorno un ragazzo mi si è avvicinato con questo disco in mano e mi ha detto, anzi sussurrato: “Scusa se te lo dico.. ma qui ho trovato un disco metal nell’elettronica, ve lo dico per voi eh, se lo vuoi sistemare…”. Non ricordo se ho risposto.
Aesop Rock, I Heard It’s A Mess There Too. Non che io mi ci voglia cimentare, ma cercavo un manuale per capire come si fa a rappare, l’ho trovato. Altri due dischi hip hop che mi sono piaciuti sono Preservation & Gabe, Sortilege, lontano anni luce da spacconaggine e machismo, tanto polveroso nel suono e con tanto di quel groove da diventare viscerale, e Doseone con Steel Tipped Dove, All Portrait, No Chorus, più malvagio.
Black Eyes, Hostile Design. Tra The Ex e Beastie Boys. Secondo me, notevole. Appunto The Ex, If Your Mirror Brakes: menano ancora forte. Punk destrutturato molto strutturato.
Sanam, Sametou Sawtan. Musica araba, post rock, elettronica. E per chi avesse ancora voglia di scherzare, jazz. Un album atomico.
Margaux Gazur, Blurried Memories. Quest’anno in teoria non avevo una gran voglia di ascoltare dell’elettronica ambient, però questo disco l’ho ascoltato e mi è piaciuto.
Moin, Belly Up. Post hardcore sperimentale ma la definizione migliore è quella di disappunto. E Etc degli Expose, che è super interessante, per me forse è troppo però è un bel disco (noise rock/post hardcore.
Quade, The Foel Tower no-postrock.
Donner Party, The Donner Party, è del 1987 ma è uscita la ristampa. Rustico come i Nana Grizol, frenetico come i R.E.M, ruspante come i Go-betweens.
Caroline, Caroline 2. Tra Joan of Arc e Fever Ray, sulla carta poteva essere un disastro ma è un bel disco. Caratteristiche di scrittura chiarissime: ripetizione, crescendo e alternanza di piano e forte. Un disco no-indierock.
Lemonheads, Love Chants. Evan Dando si è sposato, ha scritto un libro di memorie, vive in Brasile, dove si fa ancora di LSD. E sa ancora scrivere canzoni indie rock anni ’90, non ha mai smesso di essere capace.
I Canzonieri, All Creature. Suoni e motivi antichi riutilizzati per creare musica contemporanea. Se per caso ti entra dentro è una droga.
Youth Lagoon, Rarely Do I Dream. È che l’ho visto dal vivo quest’estate e l’ho trovato magnetico, ho ritrovato la vena guasta dell’indie pop, e dopo aver visto il concerto le canzoni di Rarely Do I Dream sono molto più belle di prima, prima non me l’ero cagato, adesso mi piace, non come il precedente (Heaven Is A Junkyard) ma insomma.
Orcutt Shelley Miller. Un mondo senza Steve Shelley sarebbe un mondo senza senso. No future senza noise punk.
Greg Freeman, Burnover. Disco completamente privo di grinta, il ritmo è dato dalla bellezza. Estasi estetica. Tra Flaming Lips, Kiwi jr e Pueblo People. Da ascoltare prima, o dopo, Moneyball dei Dutch Interior, disco pigro, pigrissimo, incantevole, un dolce ricordo del Jason Molina più morbido e in combutta con gli Horse Jumper of Love per organizzare un colpo di stato contro il mondo degli stronzi. Per un mondo slowcore.
Non so ancora se mettere Pirouette dei Model/Actriz.
Invece metto di sicuro Hunting Season degli Home Is where. Capolavoro neutralmilkhoteliano che ascolto per la prima volta in questo istante, ma vale ancora. Del resto, da quel ragazzo che scorrendo i dischi in negozio mi ha detto “Tanto non esistono più i negozi di dischi”, io l’ho guardato con gli occhioni da gatto in lacrime, lui ha cercato di rimediare: “No, dico… quelli veri”. Da lui, dicevo, ho imparato che non ci sono limiti, unico limite l’infinito. Prima di andarsene, mi ha chiesto se riuscivo “senza fretta, non ti voglio ingolfare” a trovargli un cd: Sodom, Persecution Mania. “O, in alternativa, Penetralia degli Hypocrisy. Uno dei due eh, ripeto, per non ingolfarti”.
Buon anno.
Avevo scritto una classifica anche su VEZ.