Il lungo addio / Pinarella Blues

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Inizia piano, anche se in un “chissà se poi mi bacerai” racchiude subito tutti i dubbi di un maschio non alpha in pena d’amore, e non solo adolescente. Bagno Franco prende un po’ in giro e non è il pezzo migliore del disco. Poi ingrana tristezza con L’ultima fotografia e Pinarella Blues ed è capace di indagare la realtà contemporanea di tutto il mondo e la sola realtà personale nel giro di due versi, “Mi hai scritto ti amo con l’iPhone / eri una stronza io invece no”. Il fondino di disperazione viene fuori per gradi da Pinarella Blues (Wallace rec 2014), e ti arriva addosso come una brutta sensazione, come la mosca in un drink in un posto chic, una cosa che non ho mai provato ma che credo sia veramente una difficoltà abbastanza grande da risolvere. Alla fine del blues, la morte. E poi un pezzo con una base dance che trasuda desiderio di Forte dei Marmi negli anni 90, o anche solo Milano Marittima, ma è a Pinerella, Pinarella Sexy Shop.

La tristezza è la cosa migliore che Il lungo addio sa darci. La tristezza è il minimo comune denominatore di tutte le canzoni. Ironica tristezza, tristezza d’amore, tristezza sociale, tristezza di un posto, tristezza romagnola, comunque tristezza. Il lungo addio distrugge l’erotismo, l’amore, i posti romantici e tutto il resto con frasi semplici ma devastanti, contro l’immaginario più roseo legato, per esempio, al mare, tòpos romantico, che nella sua musica vorrebbe esserlo ma è un posto di merda. C’è ironia, non sempre, e al di sopra di tutto. Ci sono altre due cose interessanti in questo disco: le puttane e i travestiti. Possono essere quelle che muoiono senza mai essere baciate, oppure quelli che dicono la verità assoluta su chi va a letto con loro.

Situazioni solite, anche (la sigaretta, il caffè, il letto disfatto, maledetta domenica, la noia), ma come ha detto qualcuno non molto tempo fa su pagine che non sono queste, non è importante scrivere cose complesse o semplici, è importante che il modo in cui le dici le faccia diventare le più vere di tutte, un flusso naturale di parole. Come Tondelli, Il lungo addio scrive di situazioni normali in modo semplice e perfetto, poi scrive di situazioni meno normali in modo altrettanto semplice e perfetto, e tu che non le hai mai vissute ne senti la tossicità, le fai tue tuo malgrado. Morire a Misano allarga questa prospettiva, anche dal punto di vista dell’autore, che non è mai morto a Misano, ma sembra lo sia davvero, per finzione musicale, che può essere fatta così bene da essere spessa come quella cinematografica, e quell’immagine di lei che non fa un cazzo per salvarlo sul punto di morte unisce la rabbia per una delusione avuta da una persona cara alla desolazione della morte.

Ma l’amore è fatto anche di abbracci tra granchi morti a riva e marocchini, di momenti normalmente non romantici che diventano profondi per tutte le volte che Il lungo addio li ripete, e si congelano come attimi eterni e amati, come le fotografie di una volta (Spiaggia libera). L’amore va bene anche nella melma, se c’è. È questa la sensazione: che Pinarella Blues sia davvero un disco d’amore, in cui la presenza della donna che ami – contraccambiato – salva qualsiasi situazione del cazzo in cui ti trovi. Se quella donna ti ha abbandonato, è tutto più difficile. Il lungo addio ha un disperato bisogno d’amore, di qualcuno che lo ami a Pinarella, non da un’altra parte. Non mi pare che da lì se ne voglia andare.

Un disco molto legato alla percezione personale dell’autore del lungo mare tra Cervia e Cesenatico. Per esempio, io Cesenatico la conosco bene, ma al mio sguardo superficiale non è solo barche, bar e travestiti, avverto qualche vena di bassezza che condivido con Il lungo addio, ma non fino in fondo, e lì entra in gioco il poeta, che vede lo squallore dove non c’è, o per lo meno dove gli altri non lo sentono. Da qui, la mia sensazione di distacco dalle parole del lungo addio, come una delusione, di non aver mai notato negli stessi posti le stesse cose. Pinarella e Cesenatico sono paesi che conosco così bene che le parole del lungo addio non possono diventare vere per me, sono solo parole di una canzone. Le sue canzoni non esprimono quello che sento io (nessuna) e non m’immedesimo, ma mi mostrano un’altra Pinarella e un’altra Cesenatico. Non pensavo fosse possibile. Ma Pinarella è meno commerciale di Cesenatico, e ci sta che a Pinarella nascano quasi tutte le inquietudini del lungo addio.

Lui è il solito brontolone, prima con, poi senza figa, né pace interiore, di quelli che alla fine si mettono con un sacco di donne e hanno sempre del malcontento addosso, ma questo disco è incredibilmente bello, triste ma anche divertente. Se cercate la nuova / vecchia identità del cantautorato italiano cercatela qui (oltre che in un disco di Caso, consiglio sempre quello brutto) perché, per quanto il lungo addio possa essere legato al territorio, tanto il male di vivere è agiografico, poi prende le sfumature del mare della città o della montagna, ma il motivo per cui brucia dentro è senza luogo. C’è una cosa che Caso e il lungo addio hanno in comune: l’uso della cadenza, Caso quella bergamasca, il lungo addio quella romagnola, ed è una scelta che mi piace moltissimo, perché è naturale, parlano con quell’accento, cantano con quell’accento. Per il resto, Caso e il lungo addio sono diversissimi.

Lido di Classe è un postaccio dove viene effettuata la prostituzione con le lucciole e il turismo sessuale con le transexual experience(s). Avverto questa mancanza di equilibrio e stabilità tra pezzi che suonano seriosi e altri che suonano canzonatòri, lasciando in sospeso un giudizio su alcune questioni come il dilagare della prostituzione e i trans sparpagliati per le strade che cagano nelle proprietà private o non fanno dormire i turisti a Lido di Classe d’estate. Posso percepire l’opinione del lungo addio, ma chi mi dice che lui non sia un fascista che vuole rinchiuderle tutte, quelle mignotte, per poi rasele in prigione, o uno di sinistra che perdona tutto, oppure una persona equilibrata che ascolta tutte le campane e poi decide. Nessuno. Transexual experience è un pezzo di cronaca, il racconto di quello che è successo e delle opinioni di tutte le parti in causa. Caso ha un modo diverso di scrivere testi, lui dice la sua direttamente, e mi piace di più. Il lungo addio ama il distacco dalle situazioni che racconta, le isola nella loro disperazione e nel loro squallore, caratteristiche sufficienti a lasciarle raccontarsi senza commento. Dà della stronza a una donna. Altre situazioni le vuole solo fotografare, renderne la malattia, non c’è niente da dire di più, sono quello che sono. E quando sarebbe possibile esprimere un’opinione, non lo fa. È un modo di scrivere canzoni, congelando le cose, lasciandole lì, con sarcasmo, oppure no (a seconda di come le percepisci), un modo di descrivere il brutto del mondo e rendere esplicito che sei contento che sia stato quel mondo a ispirarti un disco.

Chitarra, batteria e poco altro, per lo più una voce invadente. Con quella voce, un po’ seria un po’ no, maschia ma anche megafono di sensibilità che maschie non sono, o meglio che fanno parte di un immaginario cinematografico di maschio (Humphrey Bogart) rude ma capace di provare dolore per una donna. Il dolore di avere punti deboli, la doppia valenza delle cose, queste sono le ultime cose che c’insegna il lungo addio prima che anche Uomini e Pastis finiscano. E anche Fino alla fine di Cervia, dalla quale non vuole scappare.

Miglior copertina non lo so, ma di sicuro migliori titoli delle canzoni 2014.

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