USARE IL CRANIO #4: IL BUIO

 

Il Buio, disegno di Francesco Farabegoli

Francesco

Un gruppo di cui avrei voluto scrivere ma di cui non ho mai scritto è Il Buio. Qui (un po’) ho recuperato, con queste 4 battute scambiate con Francesco Cattelan. Il Buio l’ha disegnato un altro Francesco, quello di Bastonate.com.

Inno generazionale di noi sfigati l’ha scritta CASO ma voi la rifate, ed è un punto di partenza che mi piace. Quella canzone suona come una dichiarazione dell’attitudine scelta per la musica, quindi per la vita, cioè in qualche modo il basso profilo contro l’alto. Alcune volte questo atteggiamento sembra avere la forza di essere eterno, altre cade e viene sostituito da altri modi di vedere le cose che comunque, secondo me, rappresentano un’involuzione. Tu che pensi?
Più che basso profilo contro alto profilo penso che si dovrebbe parlare di onestà verso se stessi.
Finchè sei felice di quello che crei e suoni sei anche libero di scrivere una canzone in cui ci ridi sopra (come ha fatto CASO). Inno Generazionale di Noi Sfigati è una canzone che ci ricorda perchè facciamo quello che facciamo, non quello che avremmo potuto fare.

È passato più di un anno dall’uscita di L’Oceano quieto (Autunno Dischi, distro To Lose la Track e Audioglobe). Vorrei che il prossimo non fosse diverso, questo non significa che non mi auguro una crescita ma che penso che una crescita possa esserci anche proseguendo la stessa strada. Credi che evoluzione significhi per forza cambiamento?
Sono d’accordo, evoluzione non significa necessariamente cambiamento, l’importante è maturare, dare quel qualcosa in più che giustifichi il disco. C’è chi lo trova nel proprio habitat e chi invece cerca nuovi stimoli in altri ambienti sonori.
Noi ci troviamo esattamente nel momento in cui si decide che strada prendere, quindi non ti so dire da che parte andremo.

Nelle vostre canzoni è come se un tema ne apra altri cento, collegati al primo anche solo attraverso una parola. Dici le cose sempre cercando parole diverse rispetto a quelle più immediate. Questo mi fa pensare che dietro ci sia una bella ricerca di libertà espressiva ma anche a un modo preciso di scrivere, una regola da seguire. Hanno più importanza i concetti che vuoi esprimere o il flusso di pensiero che li esprime?
Inizio a risponderti dicendo in primis che ne Il Buio non c’è una sola mente che scrive tutto, la grossa parte delle idee e delle basi per i testi è partita da Andrea, altre sono arrivate da Alberto e altre ancora da me.
Non c’è una regola scritta per i nostri testi. L’unica cosa su cui siamo sempre stati attenti è non puntare il dito ed escluderci, come soggetti attivi, dai problemi trattati nei nostri pezzi. Per essere realisti e onesti bisogna essere autocritici, quindi noi siamo parte dei problemi che tocchiamo. Da qui deriva il nostro uso massiccio della prima persona plurale.
Per quanto riguarda il resto ogni canzone, pur essendo parte di un tutto (il disco o la storia che si racconta), va affrontata in modo diverso a seconda di ciò che si vuole trasmettere e ciò che si vuole nascondere, dei concetti, della storia, del ritmo, del suono, etc. Direi che si tratta di cercare sempre l’armonia tra tutto: musicalità, ritmo, significato, etc. A volte ci si riesce, a volte no. Anche qui non si finisce mai di crescere.

A volte sembra che a nessuno freghi niente se gli sta suonando un buonissimo gruppo davanti agli occhi. Alla fine, di fronte a queste situazioni, o anche parlando con alcuni amici che pure la musica l’ascoltano, forse mi sono reso conto che c’è un po’ di pregiudizio di fronte ai gruppi indipendenti italiani. Non ho le idee ben chiare sul motivo: secondo te è così? 
Non trovo che ci siano pregiudizi verso gli artisti indipendenti italiani, trovo che in Italia ci sia un forte calo di interesse verso la musica suonata. Ci sono comunque situazioni floride e partecipate per fortuna, il problema è che la curiosità è quasi azzerata, la gente va ai concerti perchè sa che ci vanno gli altri, la band passa in un secondo piano, la musica diventa il contorno.
Sarebbe comunque troppo facile ricondurre tutto ad una “colpa” dell’ascoltatore, in realtà un esame di coscienza devono farselo anche tutte quelle band che pur di risultare fruibili hanno messo la ricerca di un suono proprio in secondo piano. Stesso discorso per quanto riguarda i contenuti dei testi: nelle canzoni spesso non si comunica più niente, non c’è nessun messaggio critico, un’accozzaglia di banalità e luoghi comuni, questo “niente” è ciò che passa e viene recepito dai più come modello da seguire.
Quanto appena detto si nota anche nella vita di tutti i giorni, fuori dal mondo della musica, ma sarebbe un discorso troppo ampio.
L’unica cosa che posso dire è questa: se continua così, tra qualche anno in Italia l’unico a fare canzoni di protesta sociale sarà Ligabue.

[grazie Franceschi, domani c’è il Prime Open Air]

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