I Radiohead hanno svuotato il loro sito lasciandolo bianco e cancellato tutti i post da Facebook e da Instagram. Ho letto alcune opinioni in giro e mi sono fatto un’idea.
1) Alcuni dicono che sia un atto politico, nello specifico una guerra a Google. Che guerra stupida però. Sul web ci sono tantissimi contenuti su di loro e quelli non scompariranno mai da Google. Scomparendo, poi, quali risultati si ottengono se tutti gli altri gruppi non vogliono scomparire? Nessuno. Non tutti seguiranno il loro esempio, perché a molti non interessa passare per il genio che conduce lotte politiche ai colossi ma più sensatamente interessa condurre guerre più piccole ma più utili. Oppure, non condurre guerre. A volte condurre una guerra da solo serve esclusivamente per promuovere se stessi di fronte agli altri. A volte ha senso combatterle insieme, perché da soli i risultati non si raggiungono, è impossibile. Come in questo caso della guerra contro Google.
2) Uscirà un disco, oppure no. Non sappiamo cosa succederà. Non sono un esperto di marketing ma per quanto mi riguarda, e penso di essere proprio da includere nel target del consumatore medio, aspettare una cosa che non so cosa sia non mi piace. Il tempo di attesa per il download su hitfile è passato da 1 minuto a 3 minuti e 30 secondi. È un tempo infinito ma aspetto sempre e non vedo l’ora che finisca, perché so cosa aspetto. I Radiohead per creare l’aura di mistero che contribuisce ad aumentare la diffusione della notizia, non ci hanno detto né se stiamo aspettando qualcosa né cosa stiamo aspettando. Cosa aspettiamo a fare? È il concetto di attesa che i Radiohead alimentano che è sbagliato, secondo me. Se il marketing non ci dà qualcosa da aspettare, non ci può dare nient’altro.
3) Il Marketing. Non mi piace il marketing a tutti i costi per l’uscita di un disco. Si finisce per parlare di tutto tranne che di musica. I Radiohead sono quelli che hanno dimostrato di crederci di più, insieme agli U2, gruppo che li ha ispirati musicalmente all’inizio della carriera, Pablo Honey è il documento che lo prova. Si torna insieme, compagni, a distanza di anni, a fare cose che non c’entrano niente con la musica, ma solo con la promozione di sé. Un ‘altra conseguenza del marketing spinto pre-qualcosa è che si finisce per ammazzare qualsiasi impeto un minimo critico dei fans, che dopo aver aspettato tanto sono così in fotta da accettare qualsiasi cosa, anche una musica non all’altezza. È una specie di dittatura, di controllo dei fan. Alla faccia della lotta alle “dittature” (come quella contro Google) di cui i Radiohead si fanno rappresentanti.
4) Alcuni hanno detto che non è solo una questione di fare pubblicità a se stessi. Ma sono sicuro che i Radiohead non hanno pensato neanche un secondo che la mossa di cancellare tutto il sito e tutti i post su Facebook non avrebbe fatto parlare di loro. Nessuno può pensarlo. Pochi minuti fa, su Facebook e su instagram, i Radiohead hanno pubblicato un video di un uccellino che cinguetta e i fan hanno già iniziato a commentare cose tipo “voglio uccidere qualcuno, non ho mai visto un video di 5 secondi di un uccellino che mi facesse emozionare così tanto”. E poi non sarebbe un’operazione di marketing.
E i Liquido? Quelli tedeschi, che facevano Narcotic. Narcotic era una riempipista nel 1999, una cosa come 700.000 copie vendute a un certo punto votata la seconda migliore canzone di tutti i tempi da Delta Radio di Amburgo (sorteggio truccatissimo nazionalista), dopo Stairway to Heaven. Non l’ho mai sentita in nessuna festa anni 90 e nessuno la ricorda mai: oggi è una brutta canzone, fatta di una tastiera fastidiosa e a tracolla (una cosa alla Sandy Marton ma a me vengono in mente i Bluvertigo), una voce post grunge – quando il grosso e leggermente roco era il canone del vocalizzo per spaccare i culi alle radio – un testo che parla di amore o di droga (ambiguamente), una chitarra distortina ma lontana lontana e tagliata con l’accetta, un ritornello e una strofa che suonano dinamici come due cassetti di un armadio. Una canzone stupida, simbolo di ciò che non è stato spolverato neanche dal revival degli ultimi due anni, che però faceva ballare anche i muri. È curioso assistere al ritorno ciclico delle cose e vedere che alcune di esse ne rimangono fuori. Anche le più rappresentative, quelle un tempo accettate per non essere esclusi da un ballo, dopo anni si manifestano in tutta la loro bruttezza. Ma anche in tutta la loro importanza.
Il video di Narcotic lo davano di continuo su Video Music. A un certo punto i Liquido prendevano il volo e alla fine il batterista, stupitissimo per quello che stava succedendo, lasciava accidentalmente cadere dall’alto le bacchette e il rumore che facevano atterrando sul rullante sembrava quello di quando apri un vasetto sottovuoto col tappo a vite. Non lo sopportavo. Un’altra cosa che mi dava molta noia era il chitarrista, che si muove come un perfetto idiota che recita la parte dell’esaltato. Era il nuovo trend per il ballo, tra l’altro: tutti in pista canticchiavano con quella boccuccia un po’ spocchiosa con un tocco di dolce timidezza che fa introverso. 1000 espressioni tutte uguali che ti si paravano davanti, alcuni aggiungevano le mani in tasca, così tanto per gradire e per far crescere l’odio, le gambe leggermente divaricate e i piedi verso l’interno, senza nessun senso dell’umorismo. Questa è la faccia che ha segnato per anni le piste
Moltissime cose brutte si possono dire dei Liquido e di noi che la ballavamo, insomma. Eppure.
Eppure quel suono così distorto ma medio è stato pensato nel momento giusto, ha conquistato il mercato discografico e insieme ad altri ha affondato uno dei gruppi più amati e più ballati nelle discoteche rock, da cui ci si aspettava un terzo album bomba: gli Weezer.
Gli Weezer erano usciti con il Blue Album (1994) e Pinkerton (1996) ed erano stati una novità, almeno per le mammolette come me che avevano ascoltato il grunge, poi avevano scoperto la brutalità dei Fugazi e sfogato le proprie manie maniaco depressive nei Sunny Day Real estate. Gli Weezer erano in mezzo a tutto questo, né brutali né piagnoni ma entrambe le cose.
Gli altri sono quelli che sul finire degli anni ’90 hanno tentato, con esiti discutibili, di dare un seguito ai generi mainstream appena bolliti, mischiandoli tra loro: i Good Charlotte, gli Smash Mouth e gli Sugar Ray – gruppi marginali nel revival degli ultimi anni, ma determinanti in questo discorso. Pur essendo più giovani, hanno causato uno STOP nella carriera degli Weezer e hanno lasciato tracce significative nella loro discografia, dal Green Album (primi 2000) al White Album, uscito il primo aprile di quest’anno. Le scelte fatte da una parte hanno assicurato un pubblico più ampio, dall’altra hanno cambiato in peggio il suono originario del disco blu. Dietro a quei gruppetti di fine anni 90 c’è un sacco di roba: punk, revival punk, hip hop, power pop, funk, addirittura easy listening. Ognuno aveva caratteristiche proprie ma si possono tutti sistemare dentro a un fantomatico pop-crossover, che in radio e in discoteca andava fortissimo. Tanto che in una lotta di conquista delle piste da ballo ha finito per caratterizzare e modificare, indebolendone la distorsione potente, anche il suono degli Weezer. Dal Green Album (2001) perdono buona parte di tutto questo e passano da un corpo fatto per il 70% di chitarra a una roba tutta batteria dal suono sterile.
Il primo disco dei Liquido (quello con Narcotic) è del 1999, l’ultimo del 2008. Il loro suono così plastic rock degli inizi ha avuto un’influenza evidente sui Weezer, portandoli col tempo a comprimersi e a diventare non più un gruppo di chitarre che fanno poprock ma un gruppo poprock che usa anche le chitarre.
I Good Charlotte hanno iniziato nel 2000 e finito nel 2010. I Just Wanna Live è del 2005. Da loro hanno preso certe ritmiche veloci con la chitarra che gira secca e determinata.
Gli Sugar Ray partono nel ’95 ma è con i singoli arrogantissimi dei dischi successivi che entrano in questa top 4 innescando uno scambio reciproco: loro prendono spunto dai primi Weezer e i secondi Weezer prendono spunto da loro. L’inizio di Every Morning (1999) ricorda l’arpeggio iniziale di My Name Is Jonas ma è praticamente una canzone degli Weezer del White Album. E tutti cantiamo e balliamo come se fossimo in riva al mare a una festa con figa ovunque, il dj mette prima gli Sugar Ray poi gli Weezer.
Del ’99 è anche il secondo disco degli Smash Mouth, quello con All Star. Da loro hanno preso quel modo di spingere troppo sulle melodie orecchiabili, facendole diventare a volte stucchevoli, senza corpo, senza un suono definito, nate solo per essere carine.
Il ritmo divertente gli Weezer non l’han preso da nessuno di questi quattro cavalieri. L’hanno perso dal pentolone del college radio rock degli anni 80, da Violent Femmes, Pixies, REM, Meat Puppets, l’hanno portato negli anni 90 dopo i Nirvana e l’hanno fatto diventare il ritmo alla Weezer, rock’n’roll potente, con la chitarra distorta e strofa e ritornello una più orecchiabile dell’altro. Nel disco blu il ritmo alla Weezer si schiantava contro se stesso su Undone, la quinta canzone, quella centrale, diversa e distante da tutto il resto, l’angolo buio – ripreso solo nel finale con Only In Dreams – contrapposto al quale le altre canzoni splendevano (e splendono) ancora di più. Poi il ritmo alla Weezer si è schiantato contro la fine degli anni 90.
Ma torniamo ai Liquido. Con il loro ritmo pompatino ma con la distorsione rilegata in seconda o terza fila, e con la loro tastierina, hanno fatto a pezzi la chitarra dei Weezer. Le date parlano da sole. Pinkerton è del 1996. È un buon seguito del disco blu, anche se portò a critiche non del tutto positive e alla fuga del bassista Matt Sharp. Poi più niente per 5 anni, la loro pausa più lunga di sempre, addirittura uno HIATUS. In mezzo, nel 1999, è uscito Narcotic e ha così successo che gli Weezer sembrano avvertire affinità evidenti con quel suono – che proviene anche dal loro suono – firmano con la Geffen e fanno uscire il Green Album. A questo punto sono cambiati, appiattiti su un suono nuovo, che non è del tutto diverso dal disco blu, ma solo un po’, quanto basta per essere diversissimo ma vicinissimo a quei gruppi crossover-pop ed essere sicuri di riempire le piste al posto loro. E in effetti gli Weezer hanno ottenuto quello che volevano: negli anni successivi – mantenendo un suono mediocre – sono diventati il gruppo di nerd che scopa per eccellenza. Alla base di tutto c’è l’atteggiamento: quei gruppi sono ribelli post-tutto che vendono, loro sono nerd che scopano. Stati d’animo differenti, ma che comunque due opposti che s’incontrano.
Visto che ci sono:
Gli Weezer avevano un suono, riconoscibile, poi arrivano (su virgin) questi qua che si fanno chiamare Liquido, prendono il power pop, ci mischiano un po’ di grunge, trasformano tutto in una tastiera, vendono un sacco di dischi e fanno ballare tutti. Cosa fare? Incazzarsi talmente tanto da uscire col disco migliore di tutti. O, se non si ha altro di così urgente da dire ma non si vuole del tutto perdere la faccia, adeguarsi all’onda cambiando ma non troppo. Gli Weezer hanno scelto questa seconda via.
La tastiera, allora, non è il vero problema. Quella di Narcotic, quando attacca a suonare, materializza il power rock fastidioso perché fa ricorso a un suono tanto coprente quanto frignone. La tastiera non è niente di nuovo per gli Weezer: c’è in Buddy Holly, ma non ha troppa importanza. I Liquido, venuti dopo, l’hanno presa, messa in primo piano e cristallizzata per sempre. Con quel suono-squittìo. Quello che i Weezer hanno preso dai Liquido invece è un suono vagamente potente, ma medioso, per andare incontro a pubblico di affezionati al disco blu e per vendere molti più dischi. Parte dalle tastiere, ma è di più, è peggio.
Tired of Sex (Pinkerton, 2006) ha la tastiera, un tappeto, un passo in più verso i Liquido rispetto al disco blu, ma niente di veramente rilevante. Infatti è prima della svolta. Tutto Pinkerton regge. Don’t Let Go (Green Album) non ha la tastiera ma ha l’atmosfera liquidosa. Il resto del disco è più levigato e perde potenza rispetto ai due precedenti con un taglio Foo Fighters, a volte (Smile, Simple Pages). Il video di Island In The Sun quando è uscito ha conquistato il mondo degli adolescenti prima che l’animalismo fosse mainstream. Il video con gli animali è ancora più paraculo di quello di Buddy Holly dentro al bar di Fonzie e questo fa capire il tipo di cambiamento avvenuto. Note leggere come quelle dei Travis (O Girlfriend) completano il quadro. Probabilmente il disco più loffio dei Weezer. Maladroit (2002) è l’ultimo disco davvero bello, con delle chitarre addirittura blues in certi casi. Make Believe (2005) e il primo pezzo Beverly Hills aprono il cuore alla trasformazione in Sugar Ray di robe tipo Fly o Every Morning. Tutto il resto è abbastanza ok e anche abbastanza annacquato. Siamo lontanissimi da quelle chitarre e quei ritmi pop e provocatori di cui mi ero innamorato nel primo disco. È solo pop levigatissimo. E a We Are All On Drugs e Pardon Me mancano solo le tastiere per essere canzoni dei Liquido. Nell’album rosso (2008), The Greatest man That Ever Lived (Variation On A Shaker Hymn) è un pezzo soft-ultras. Troblemaker e Pork and beans potrebbero essere canzoni del primo disco ma la chitarra è troppo affilata e poco zozza. Ed è già moltissimo. Perché all’altezza di Everybody Get Dangerous, Thought I Knew e Dreamin’ è chiaro che il problema è l’aver adeguato la canzone power pop a melodie solo accattivanti, mettendo da parte la distorsione sporca, privilegiando suoni più lucidi e mettendo in primo piano una batteria bumbastica, come gli Smash Mouth. Su questa strada prosegue Ratitude (2009). Il collasso peggiore è Hurley (2010) perchè Death to False Metal (l’anno dopo) rispetto a Ratitude mi era piaciuto. Hurley e Ratitude sono gli unici dischi del mondo che mi hanno fatto pensare che la batteria dovesse sentirsi meno. Quando è uscito Everything Will Be Alright in the End (2014) avevo deciso che tutti i dischi degli Weezer erano uguali, così, senza distinzioni, anche se era meglio dei precedenti. Nel 2012, fanno la prima Weezer Cruise, la crociera con i concerti dentro, con partenza da Miami. Nel 2014, prima della release del disco, ne fanno un’altra. E arriviamo a oggi, al White Album: oltre il college rock, oltre il power pop, oltre le piste da ballo, forse anche oltre la crociera: la sintesi, il Top Class di tutto.
E i Good Charlotte che fine hanno fatto? Si sentono, in quella carica spocchiosa che gli Weezer buttano fuori come attitudo dallo scoccare dell’anno 2001. La mascherano con due simpatiche camicie a scacchi più esaltarla con un piercing sul labbro inferiore, ma c’è. C’è.
White Album riassume benissimo tutto questo. Musicalmente non è niente di nuovo, ci sono gli Weezer che suonano, con le loro chitarre meno sporche rispetto agli inizi ma un po’ più sporche rispetto a Hurley e i ritmi da nerd che scopa. Sono ancora ripetitivi, ma sono tornato a godermeli perché sono riusciti a recuperare del tutto la forza del disco blu, coniugandola con i ritmi stupidi, ma mantenendo tutto ben separato, da una canzone all’altra.
Poi, è la stagione ideale per ascoltare questo tipo di roba (questa parte l’avevo scritta un giorno di sole, oggi fuori ci sono zero gradi e niente sole).
Nei primi tre video estratti dall’album c’è questo tipo di feeling primaverile e non estivo, cioè un po’ scazzato ma contento di esserlo, in bolgia per questo sentimento così profondo, un po’ persona brutta e piena di rassegnato entusiasmo per questo, come il tizio che corre in King of the World. Tizio che corre che ritorna e in cui s’immedesima Rivers Cuomo in California Kids, che ricorda anche se stesso quando era bambino, il bambino del video di L.A. Girlz. Stessa tipologia di canzone (le più Weezer blu di tutte), gli stessi protagonisti, le stesse location (c’è sempre una spiaggia), le stesse sensazioni di confine tra l’essere una merda e l’essere felici, o meglio la consapevolezza di essere caduto nella disperazione ma reagire con energia disillusa. Posso mettere su questa roba all’infinito. Il video (il quarto) di Thanks God for Girls è del tipo nerd che si è fatto furbo, fa i soldi e scopa ma alla fine si prende un sacco di botte. Una variazione sul solito tema e location diversa, ma la stessa sensazione che lasciano gli altri video: risultato incompleto, missione non compiuta, una roba a metà tra il riuscito e il non riuscito.
Oggi hanno quel mood felice-malinconico non perché sia sincero ma perché è uno standard che funziona. Quello standard un po’ mi appartiene, il suono questa volta ha talvolta un senso e gli Weezer hanno fatto il primo disco che ho ascoltato divertendomi da Maladroit.
White Album propone anche momenti di svacco leggero senza pensieri (Wind In Our Sail e Thank God For Girls), giocato sul filo della (più che altro) sugarray-zzazione. Succedeva anche in Island In The Sun (nel Green Album). Summer Elaine and Drunk Dori potrebbe essere invece una canzone dei Liquido e Jacked Up una pubblicità su Spotify (è un upgrade). Poi si riparte con un po’ più di rumore e cattiveria in Do you wanna get high? (e qui siamo ai livelli del disco blu) e King of The World e gli Weezer hanno fatto ancora una volta e ancora meglio quello che dovevano per tenersi stretto il cento per cento del pubblico. Hanno affinato e definito il suono, perché ormai devono riempire le navi e non le piste da ballo: un pubblico selezionato, più esigente. Dunque, serve una scelta di campo. Ed eccola: definirsi meglio dopo 15 anni di dischi medi non è un risultato trascurabile. In White Album ci sono i cori, a volte le chitarre forti come una volta, a volte solo per divertirsi. La scelta di dare un colpo al cerchio e uno alla botte viene estremizzata: dove ci sono le chitarre grosse sono veramente grosse, dove ci sono le chitarre tlin tlin tlin, sono veramente tlin tlin. Ed è fatto il nuovo disco dei Weezer. Alla fine sono riusciti a recuperare se stessi cambiando solo in quello che gli serviva cambiare, e fanno ancora video strepitosi. Chitarre belle, ma alla canzone dopo: zak, ti danno un ritmo da ballare e un coro da urlare, sotto il sole al largo di Miami. Sono furbi. Fanno le crociere concerto. La mandano.
Ci sono parole che appena pronunciate mi fanno venire in mente qualcuno. Se dici “Motorpsycho” mi viene in mente un amico, se dici “boscimane” me ne viene in mente subito un altro. Non ricordo bene come ho conosciuto la persona che mi si ficca in testa con “Prince” ogni volta che se ne parla, però ricordo il quando. Avevo poco più di 6 anni e avevo appena cambiato casa. I miei nuovi vicini futuri amici erano 5 e uno era lui, Andrea. Insieme abbiamo vissuto la stagione selvaggia, quella nella quale ogni cosa che fai rischi di prenderle dai tuoi genitori. Uno dei miei ricordi migliori è quella volta che dalla sua terrazza al terzo piano lanciò una saponetta Sole Piatti sulla coppa di suo zio, che stava annaffiando le piante in cortile, e lo fece crollare a terra. Io ero nella terrazza di fronte, a guardare. Era lo zio Francia, odiato da tutti noi perché rompeva sempre le palle. Come per punizione, A. la pagò con una serie di angherie ingiustificate a cui mio fratello lo sottopose per anni solo perchè era più grande di lui. Una volta l’ha costretto a incidere con un coltello il testo di Anarchy in the UK sulla tavola da skate nuova.
Fino al secondo anno di superiori ci siamo visti e frequentati spesso. Più o meno in quel periodo avevamo iniziato a suonare la batteria, tutti e due. Le nostre strade a un certo punto si sono separate anche perché lui è diventato bravo e io ho smesso. Un concerto insieme l’abbiamo fatto però, a Taibo di Mercato Saraceno, io con il mio gruppo, lui con il suo, i Feedback, una sorta di tribute band dei Guns ‘n Roses, la sua prima vera passione musicale, un amore incondizionato. Si era anche fatto tatuare la stessa donna bionda che Axl aveva sulla spalla, nella stessa posizione, ma in bianco e nero. Pochi anni dopo, sorpreso dal tempo che passa e sopraffatto dal desiderio di cambiare le cose fatte quando sembrava dovessero essere eterne, decise di coprire il tatuaggio di Axl con un disegno enorme e coloratissimo, dalla spalla all’avambraccio, per essere sicuro che della bionda non si vedesse neanche una doppia punta. Segnato dei gusti musicali che cambiano, eccoti lì costretto a farti disegnare un drago tra le rocce per smettere di vergognarti del te stesso di uno o due anni prima.
I gusti musicali di Andrea non hanno quasi mai avuto niente a che vedere con i miei, a parte i Guns. Una volta, qualche anno dopo, mi disse che Anastacia aveva un groove da paura, bellissimo. Capisco il groove, ma non riesco a comprendere il bellissimo. E a casa sua alzò il volume dello stereo a tutta randa con dentro Pay my dues. “Groove”. Se qualcuno me lo dice mi viene in mente Andrea. La sua ricetta di groove era composta da due ingredienti: la botta e la figaggine del sound che ti invoglia a ballare. Lui, oltre a spiegarmi cos’è il groove, inventò anche la definizione “Fun selector” al posto di “DJ”. Per un po’ di tempo, non so, al Velvet, i dj non li chiamavano più così ma “Fun selector”. Ma lui la inventò per se stesso, quando iniziò a praticare. Era Fun selector Bennys. Mi viene in mente lui anche quando sento quell’esprensione, che se volete è molto più altruista di dj.
Una volta parlavamo di punk rock, a lui non piaceva, si vedeva lontano un chilometro che non era roba per lui, che la roba che ascoltavano i suoi amici (più che altro hardcore) non gli dava soddisfazione. Lui cercava qualcosa di diverso, ed era il vero punk tra tutti quei punk. Cercava il funk, lo conobbe e andò fuori di testa. Il funk, non il funky: ci teneva molto a precisarlo. Il funk dei The Meters, non il funky dei Black Eyed Peas. L’ho imparata da lui la differenza. Una delle ultime volte che siamo usciti insieme l’ho lasciato mentre suonava la batteria a una mega festa. Lo faceva a modo suo, molto arty, molto espressivo. Io lo prendevo in giro per le facce (lui ha inventato i batteristi che fanno le facce!) ma era bravo a suonare, piuttosto preparato tecnicamente. Commentando la serata a Taibo di qualche anno prima, una volta disse che le mie cose le avevo fatte bene, marcando una differenza (giustissima) tra me e lui, con l’espressione “le tue cose”.
Non so quando di preciso gli venne la passione per Prince, ma gli venne, e forte. Anche oggi – ne sono convinto anche se non lo vedo da anni – vede in Prince proprio la musica come la vive lui, ci sente il groove, ci vede il fun selector per eccellenza, l’eccentricità, la tecnica. Se qualcuno oggi mi dovesse chiedere cosa ne penso di Prince, risponderei queste cose, perché ce le sento davvero se per caso mi capita di ascoltarlo. E le sento perché Andrea me le trasmetteva quando ha incominciato ad attaccarmi le pezze su di lui. In quel periodo mi convinse a comprare il cd di Purple Rain da Marco Polo, neanche con il 3×2. Guardando quegli espositori in altre occasioni, più di una volta sono stato tentato di comprare qualcos’altro di Prince. Non l’ho mai fatto. Non sono mai riuscito ad ascoltarlo con impegno e vero interesse, per me è ancora quelle cose là, per me è Andrea.
Era veramente in bomba per Prince. Sono passati anni da quando ha iniziato a essere in bomba, non ha mai smesso e adesso è parte di lui, di quelle parti irrinunciabili e che hanno contribuito tantissimo a farlo diventare quello che è. Vive a Berlino da un po’ di tempo, fa il musicista, il fun selector, il produttore e in tasca ha di sicuro un santino di Prince in primo piano che guarda quando cerca ispirazione. Una volta si era messo in testa di girare un cortometraggio e una sera ha convocato tutto il cast a casa sua. Io, che avrei dovuto scrivere la sceneggiatura, ero preso così bene che nelle settimane successive gli chiesi un centinaio di volte, telefonandogli solo per quello, “quando si fa? quando si fa?” senza mai aver scritto una riga. Forse è per questo che poi abbiamo iniziato a sentirci meno. È comunque strano adesso pensare che l’unico modo che avevo per sentirlo da casa mia a casa sua fosse il telefono fisso. È comunque strano pensare che da fare musica in un condominio dietro casa mia A. sia passato a fare musica a Berlino, in giri di cui sono a conoscenza solo perché vedo delle foto su Facebook. Giri diversi rispetto ai miei, che qua in Romagna hanno preso un po’ piede in alcuni casi, ma solo un po’. Non come avrebbero potuto fare, e hanno fatto, a Berlino. Dove Andrea, che oggi si fa chiamare Mop Mop, ha costruito la sua vita, con il santino di Prince nel portafoglio.