In un mondo malvagio in cui si ascoltano potenzialmente ottomila album all’anno, per evitare di chiudere senza capirci un cazzo è ancora più giusto fare un canovaccio dei dischi che mi sono piaciuti di più, cercando di farlo naturalmente più in là possibile in modo da tirarne dentro un numero più ampio possibile, anche se è impossibile. Non sono uno psicopatico, anche se mi perdo qualcosa non mi autopunisco e mi ritengo comunque soddisfatto, non ci vado neanche lontanamente vicino ad ascoltare tutto, ma neanche quasi tutto, ma mi impegno. La classifica l’ho scritta su VEZ ma la riscrivo anche qui, quasi uguale.
Il brivido più intenso, che se ci penso mi viene su ancora allo stesso modo, è quello che ho sentito ascoltando il 17 maggio 2024 la chitarra all’inizio di WSOD, la prima canzone del nuovo disco degli Shellac, To All Trains, il mio disco dell’anno. Dieci giorni prima, il 7 maggio, è morto Steve Albini. È un disco bellissimo, pieno di idee su basso, chitarra e batteria, con suoni, ritmiche e testi unici, come sempre, per ogni disco degli Shellac. Non c’è gara con nessuno.
Ammetto però di avere almeno un debole per Charlie XCX e di averlo da qualche anno, da quando un mio amico mi ha detto che aveva un debole per Charlie XCX e io ho pensato ma chi è questa Charlie XCX per cui hai un debole, sono andato a cercare, ho ascoltato e ho iniziato ad aver un debole per Charlie XCX. Era già uscita Boom Clap. How I’m Feeling Now è grandioso, forse Crash un po’ meno ma mi piace lo stesso, così come Sucker, e via dicendo. Quindi aspettavo l’uscita di Brat e sono contento perchè devo dire che le ha asfaltate tutte le altre pop star, si insomma non sono io a dirlo, ma è così, anche perchè mi pare evidente che, da quando è uscito Brat, Dua Lipa abbia molto più tempo per il suo book club. Era già tutto nei dischi precedenti ma in Brat Charlie XCX ha fatto anche tutto il resto, dando alle canzoni una forma travolgente e un sapore amaro e divertente allo stesso tempo. L’età per la brat life per me è passata da un pezzo ma il disco fa per me, amo i testi, introspettivi e sfacciati e legati così bene ai ritmi e alle melodie da creare una scrittura fluida e in alcuni momenti unica. Chapeau.
Il terzo posto per me è di Kim Gordon, The Collective, un disco che mi dà un gusto macabro ad ascoltarlo, sicuramente per l’età di Kim Gordon, nel senso che me la immagino a registrare queste canzoni, dietro al microfono con la sua faccia seria, che osserva, quasi distaccata ma completamente dentro alla cosa, e tira fuori queste bombe qui. L’ho poi vista anche dal vivo ed è proprio così. Non capisci cosa le passi per la testa, di sicuro le canzoni, ma ha quello sguardo così oscuro e ironico al tempo stesso che è difficile capire davvero. Sembra quasi impacciata a esibirsi dal vivo – del resto non è mai stata super agile – ma fa le sue cose, non esagera, ed è sempre lei, solo che stavolta ha superato le aspettative con The Collective. Grande merito va anche a Justin Raisen, accreditato in tutte le canzoni come coautore, sound designer, programmazione e altre cose così non di poco conto. Una Regina sa scegliersi i migliori collaboratori.
Al quarto posto un disco di un’ora e venti minuti che alla fine di ogni canzone mi lascia come se non l’avessi ancora ascoltata, cioè con la voglia di ascoltarla ancora. Non è detto che uno abbia voglia di ascoltare per forza una canzone che non ha mai ascoltato, per esempio io non ho nessuna voglia di ascoltarne una di Tony Effe, ma nel caso del quarto posto di questa incredibile classifica è così: questo disco non vedevo l’ora di ascoltarlo quando è uscito, mi ha lasciato bramoso di ascolto anche dopo averlo ascoltato. Perché nasconde un sacco di cose, nei suoi meandri. Eppure si tratta per lo più di un disco triste. È un mondo a sé, come tutto quello che fa Mount Eerie/Phil Elverum nella sua vita. L’album di quest’anno si chiama Night Palace. Non è triste nel senso di triste, ma è come la vita, con delle riflessioni, delle esplosioni, dei momenti down, stati d’animo e suoni diversi. Non lo ferma nessuno questo qui, è il custode dei segreti del cuore di tutti quelli che amano queste chitarre.
A questo punto io assegnerei un quinto posto pari merito. Che senso ha un quinto posto pari merito? Non lo so, ma mi pare che possano starci bene questi due dischi insieme. Non lo so per certo ma sospetto che il disco di Beth Gibbons, Lives Outgrown, e Nobody Loves You More, quello di Kim Deal, siano legati. Il primo non è catalogabile in nessun genere: è Beth Gibbons. Il secondo ha un sacco di cose (archi, appeal cinematografico, brezze jazzate, aromi esotici, un po’ di Blondie e tutto quanto) ma rimane un disco dal cuore indie rock, intimo, dal profilo basso ma potente, con chitarre meravigliose, quell’approccio Pixies di una volta, di divertimento e voglia di non porsi limiti, con giri circolari che creano un vortice e poi ripartono. Dal punto di vista musicale Lives Outgrown e Nobody loves You More sono lontanissimi ma mi pare che entrambi ti facciano sentire come se nel mondo per farsi ascoltare non si debba per forza urlare. Trovarsi a proprio agio in questo pianeta è impossibile, è una speranza totalmente vana, ma se la musica mi da un’illusione, forse si può dire che è roba buona. Sono dischi gemelli perché sono i primi solisti di due artiste di lungo corso, che in passato hanno fatto parte di gruppi di un certo peso, ma oltre a questo noto anche una certa affinità: entrambe hanno fatto le cose con delicatezza, senza rinunciare a spingere l’acceleratore e al tocco personale e hanno abbracciato la malora, superando il passato ma tenendoselo nel cuore.
Un disco che non ho preso per niente sul personale e ho analizzato in modo serio e non di stomaco è Sandwell District, Where Next. Ipnotico, ho preso il suo ripetersi ossessivo e con poche ma significative variazioni che però alla fine diventano un tutt’uno con quello che già c’era in precedenza e che ci sarà dopo, dicevo ho preso il ripetersi ossessivo come una metafora del tempo passato a cercare di risolvere la mia suscettibilità senza mai arrivare a una soluzione. Disco pazzesco.
Ho ascoltato molte cose italiane che mi sono piaciute. Oltre ai Disquieted By e Cemento Atlantico, due miei numi tutelari, ci sono anche: Any Other, bellissimo disco (stillness, stop: you have a right to remember, 42Records) di cui in particolare ho sentito molto mia, per lo stesso motivo di Where Next e con gli stessi risultati, la canzone che si chiama If I Don’t Care, ascoltatela; Bloom dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), shoegaze noise rock ma a modo loro, con quella cupa perfezione che li rende unici; Lazy Lazarus, Spilt Milk (Jipo records), pieno di antri (anche lui) e variazioni, pieno di idee; Generic animal, Arianna Pasini, Bulgarelli e Sleap-e (rispettivamente La Tempesta, Brutture Moderne e Urlaub, una cordata di etichette, Bronson Recordings) hanno fatto dischi molto belli di cui in questo momento non so cosa scrivere ma che ho ascoltato tantissimo; Essere felici come nei libri d’inglese (il mixtape e la title track con i Bellanotte) e tutte le canzoni che ha fatto uscire nel 2024 Edgar Allan Pop. Tornando a bomba, Disquieted By, Pet Of The Week (To Lose La Track) è post hard core elegante, un disco in cui c’è un pezzo che si chiama Raviolony, la canzone di Natale per eccellenza. Ecco perchè mi piacciono i Disquieted By: sanno essere travolgenti ma anche tradizionalisti. Quello di Cemento Atlantico, Dromomania (Bronson), è un disco in cui ricerca e voglia di nomadismo – fisico e intellettuale – abbracciano tutto il mondo, compreso il paesino in cui abiti. Il disco precedente (Rotte Interrotte) è un viaggio in posti lontani diversi, ascoltandolo ti dà la stessa impressione delle batterie di Steve Albini e Todd Trainer: ti sembra di avere la testa dentro la cassa. Anche Dromomania è un viaggio lontano e ti dà la stessa sensazione. Però con una storia bellissima, raccontata in “Via Pablo Neruda”, nel disco nuovo rimette al centro del Mondo Gatteo (FC), casa sua. Il viaggio è ancora sinonimo di sete di sapere come in Rotte Interrotte ma, non so, mi pare che, prevedendo un ritorno, tutto venga messo sotto una luce nuova. Cemento Atlantico è come Ulisse, che ritorna a Itaca, agli affetti familiari.
A proposito di batteria, il premio Valentina Magaletti, che vede in concorso esclusivamente i progetti a cui ha preso parte Valentina Magaletti nel 2024, va ai Moin, con You Never End.
Gnx di Kendrick Lamar rappresenta e mi sta piacendo molto.
Categoria a parte il nuovo The Necks, Bleed, canzone unica di 42 minuti, ascoltandola si assapora tutta la bellezza della decadenza e della fine inesorabile dell’essere umano. Infatti non sappiamo definire la musica dei Necks, avanguardia non-avanguardia, con riferimenti a generi precisi, come il jazz, postrock ma non quello dei Mogwai e neanche dei Godspeed You!, forse più quello di Emma Jay Thackray, ma neanche. Nemmeno i Necks stessi vogliono definire la propria musica e in questo siglano la mancanza di punti di riferimento che non è mancanza di idee, anzi il contrario, è una vera e propria poetica. In 42 minuti succede di tutto.
Poi c’è un grumo di chitarre slumate, chitarre non proprio di una volta, solo a tratti, ma con delle idee in più che non sono per niente male. Questo grumo è composto dai seguenti gruppi. English Teacher, This Could Be Texas è un disco miracoloso (che ha soffiato il Mercury Prize a Brat) in cui le sei corde si uniscono al pop contemporaneo con una naturalezza impossibile. This Could Be il posto in cui l’amore per la pop music e l’indie rock si sono incontrati. Nella stessa direzione va anche il disco di Fay Webster, Underdressed At The Symphony, ripetitivo, leggero e ossessivo al tempo stesso. Belli belli Crafted Achievement degli Eggs e Still Willing dei Personal Trainer.
Uscendo dal grumo, disco drughez dell’anno, un po’ Nico dei Velvet, è quello dei Being Dead, che si chiama addirittura EELS, titolo grazie al quale ha vinto anche il concorso Equivoci 2024. Sicuramente più tradizionale rispetto agli slumati. Ma il premio al disco più fuori stagione fatto da signori anziani va a Roughrider dei Mint Mile, seguito da The Hard Quartet. E da blue wav dei Grandaddy. Si tratta di opere complesse. L’altro giorno una persona di 29 anni con cui stavo lavorando non sapeva che musica mettere su. Allora ha cliccato a caso sui miei ultimi ascoltati ed è partito un pezzo degli Hard Quartet.
“No così no” ha detto.
“Perché?” ho chiesto io, nascondendo male il tira culo.
“Sembra la tipica canzone di mio nonno”
“In ghe zenzo scusa?”
“No.. adesso, non è per mio nonno eh poveretto.. ma ha la cadenza tipica di mio nonno che va a fare una passeggiata”
Ecco, sono dischi d’altri tempi, opere drammatiche e ironiche, che racchiudono lo spirito di un tempo, gli anni ’90, e che è come se non esistessero più ma che vengono miracolosamente ancora immesse sul mercato.
Il premio disco più fuori stagione realizzato invece da giovani va a Revival Of A Friend dei Sour Widows, da cui sto facendo veramente fatica ad uscire perché mi sembra di essere coccolato per l’eternità. Secondo posto a Bite Down di Rosali.
In veste di sbarbato ascoltatore di roba pesa, ha un fascino tutto suo, che definirei ombelicale, il disco omonimo degli Eye Flys. Per parlare di A Chaos Of Flowers dei Big Brave mi piace invece molto la cosa che ho scritto per VEZ e mi permetto di copiarla qui: “è il rovescio di ‘nature morte’ dell’anno scorso, ne replica la bellezza profonda aggiungendo densità a quel cuneo che i due dischi creano tra oscurità e luminosità”.
Anche Yaya Bey con Ten Fold rappresenta.
Deluso per tutto l’anno, poi messo su il 31 dicembre pomeriggio e pensato che disco della madonna. È Closer di Maria Chiara Argirò.
Se volete un disco che vi scava dentro, che non vi rassereni l’animo per il 2025 ma che vi faccia dire “però che cartola” vi consiglio di ascoltare “the shadow carvings and other short poems” di Hazy Loper uscito per Ribéss records. Dark folk con melodie che rapiscono.
Per la sezione Come il bambino che scopre il gelato, nel senso che sono leggermente affascinato e influenzabile di fronte a una simile etichetta discografica, tra le duecento cose che ha fatto uscire la International Anthem mi hanno fatto stare bene Ariel Kalma, Jeremiah Chiu & Marta Sofia Honer, The Closest Thing to Silence, e Jeremia Chiu, In Electric Time. Jeremia Chiu unico artista presente con due titoli in classifica.
Non posso dimenticare, e siamo giunti quasi alla fine, quella volta in cui in negozio ho venduto un disco a un ragazzo raccontandogli col cuore in mano la storia del gruppo, lui è andato via tutto sorpreso e contento, alla sera mi ha scritto un messaggio: “Il disco che mi hai dato fa cagare, mi ha fatto venire voglia di buttarmi giù dalla finestra, posso cambiarlo??”. L’album in questione è Searching di Staples jr Singers, che a mio modestissimo parere è a dir poco commovente.
Sarebbero stati bene nella categoria signori anziani, ma ho voluto metterli da soli, i Karate, il cui disco del ritorno si chiama Make It Fit, che – prendendo il LA da un discorso di @disappunto – secondo me significa Facciamo in modo di starci dentro. Hanno sempre avuto la capacità di essere precisissimi, infallibili. Geoff Farina lo scienziato della chitarra suonata e dei testi, pacato, realista, rassicurante ma allo stesso tempo scostante. Un appeal robotico, una capacità di entrarti dentro con quell’insistenza gentile che è solo la sua, la loro. Anche questo disco è così, sono sempre gli stessi (emo core jazz, poco math). Ma sulla brillantezza delle note e della voce si è posata un po’ di patina del tempo, è una cosa molto bella, anche loro sono umani. E questo me li fa amare oggi come un tempo, anzi di più.
E basta, ho voluto chiudere così, e anche quest’anno è andata.
Sto ascoltando adesso Mosaic di Fennesz e si insomma speriamo che il 2025 non sia un anno ambient come il 2023.
Buon anno.