Gomma, TOSKA

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Il revival del revival nel giro di pochi anni. Apparentemente i Gomma sono questo. È sicuramente una bella notizia perché ci sono orde di giovani che si distruggono di tristezza ad ascoltarli e si rispecchiano nei testi e la musica gli entra dentro, a fondo proprio. Ma è anche il segno di uno standard che si è consolidato. Il giovane che ascolta la musica va rappresentato così, dicono. Alcuni parlano di un disco generazionale, definendolo “un viaggio nel subconscio dei giovani d’oggi” (sentireascoltare). Penso però che non ci siano solo ventenni che si struggono. Alcuni hanno i loro problemi psicologici ma tentano di risolverli diversamente piuttosto che frignare e fare i profondi e gli intellettuali. Io, avessi ancora vent’anni, sarei un fan dei Gomma, perché mi ci crogiolavo (anche) in quella roba, in roba introspettiva e cose così. Però intorno a me c’erano anche un sacco di stronzi che non gliene fregava un cazzo, e credo che anche adesso sia così. Non credo sia il caso di definirlo un disco che parla dei giovani d’oggi e per i giovani d’oggi, ma solo di e per alcuni ragazzi di oggi che si sentono in questo modo. E di quattro ragazzi della provincia di Caserta che c’hanno lo scazzo e che di quello vogliono parlare: del loro scazzo. Non credo gli stia facendo davvero molto piacere di essere individuati come i portavoce dello scazzo di tutti. Voglio dire, nessuno è in grado di prendersi una responsabilità simile, neanche Michael Stipe ha mai accettato questa definizione. Volete che l’accettino i Gomma? Se leggi le loro interviste questa cosa emerge: loro fanno la loro cosa. La cosa peggiore dei Gomma in effetti non è il disco dei Gomma o essere i Gomma ma è essere quelli che stanno dando loro un ruolo che non hanno. Toska (uscito per V4V)  è un disco che è stato bollato come quello che dà inizio al revival di una cosa di cui c’era già stato il revival pochi anni fa: l’emo. In realtà, è molto di più: è pieno di passaggi post punk (l’inizio di Alice scopre), di ritmi post rock, di chitarre alla Mike Kinsella. È sbagliato attribuirgli un ruolo che non ha. Ci sono testi spontanei che parlano di rabbia e debolezza (Aprile) e c’è il singalong (Elefanti) ma musicalmente è un disco più ricco, più vario di altri (alcune volte bellissimi) ricollegabili al revival emo. Nel momento in cui un genere viene suonato da tanti, per il calcolo delle probabilità non può essere per tutti un’esigenza, ma una regola da seguire, un modo sicuro per suonare musica. Non è possibile, in queste condizioni, dare personalità alle canzoni e così vengono fuori dischi molto simili, in base ai luoghi comuni del genere, cristallizzandolo, fermandone l’evoluzione, anche nel suono. Toska ha più personalità. Ne ha moltissima nella chitarra e ne ha altrettanta nei testi, nei ritmi e ne ha molta nell’ironia, che alcune volte mi è sembrato di sentire, in mezzo alla desolazione. Del resto ironia e desolazione stanno benissimo insieme (c’erano anche in Sottovuoto, uscito nel 2016). Non è un disco piatto, ha molti sbalzi d’umore, non è arenato al livello della disperazione sempre e comunque (Vicolo spino). Elefanti è una canzone molto bella e ha un arpeggio, un testo e un coro classici per l’emo. Ma tutto il resto del disco non è musicalmente così emo.
Ma Toska è un disco che non sento mio del tutto, soprattutto per i testi, che dicono cose che non mi appartengono, ma a volte anche per la musica, che in certi momenti non è all’altezza di altri momenti (Aprile), non ho mai voglia di ascoltarlo tutto e a volte quel modo di cantare/recitare mi fa girare i coglioni. Ma ha un grado in più di sensibilità rispetto ad altri dischi del passato revival (And So Your Life Is Ruined, per dire). E credo che se avessi un figlio e ascoltasse i Gomma, in fondo, sarei contento. C’è più fantasia in loro, forse un po’ di posa, ma in molti (non tutti) ne avevano, di pose, una volta.

Songs: Ohia, IMPALA

 

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L’impala può essere due cose, o il cerbiatto delle savane del centro-sud america o la Chevrolet. Di quel modello di Chevrolet ho solo un’immagine: quella dei tipi di Il lato oscuro dell’anima di Joe Lansdale, tre assassini stupratori e due sprovveduti, che corrono lungo le strade del Texas, su un’Impala. Strano che una macchina abbia il nome di un cerbiatto, ma tutto torna nel disco di Songs: Ohia (aka Jason Molina), di una violenza pari a quella di una Chevrolet che si schianta contro un cerbiatto che gli attraversa la strada.

La prima canzone è An Ace Unable to Change, un crescendo di 7 minuti e 40 che imposta il discorso su un filo diverso rispetto al precedente, l’esordio Songs:Ohia. Qui è tutto più slow-core ma con la carica dei Sebadoh. È il folk della maledizione, senza nessuna traccia alt-country. Il battito cardiaco diminuisce sensibilmente in alcuni momenti, per accelerare in modo incontrollato qualche secondo dopo. Il cerbiatto è a terra, i suoi sono gli ultimi sospiri. An Ace Unable to Change parte con un organetto a cui si aggiungono la chitarra e la batteria, poi la voce che cresce fino a urlare, ma nel modo educato proprio solo di Jason Molina. “Questa notte gioco d’azzardo con il mio umore, questa notte gioco d’azzardo con il mio rimorso“: inizia così e ti sbatte in faccia subito la pericolosità del territorio in cui ci stiamo addentrando, governato da quest’uomo che non sta bene, ed è come se un animale si schiantasse contro l’auto che guidi tutti i giorni per andare a lavorare, sulla strada che fai sempre. Una cosa inaspettata e spaventosa. La sequenza delle canzoni è una corsa che inizia dalla parte più bassa dello stomaco e rimane lì, a scavare, con alcuni punti di fuoco lungo il percorso, come l’inizio di This Time Anything Finite At All, dove il native grieving scaraventa Jason nella schiera dei migliaia poeti romantici leopardiani della fine del ‘900. Ma lui apparterrà a questa schiera in modo più sincero di tutti, sempre, fino al 2013, quando morirà da solo, sottomesso dall’alcol, senza assicurazione sanitaria, a Indianapolis, a quattro ore di macchina dalla città in cui è nato. Impala sembra già l’immagine dello schianto della Chevrolet, la consacrazione del massacro dovuto all’avvitamento malato su se stessi, nel pessimismo e nella consapevolezza della mancanza di una speranza, già, 15 anni prima di morire. E le melodie di questo disco sono un disinfettante da due soldi da buttare su ferite profonde, nel tentativo che prima o poi si chiudano. Ma mi sa che quell’acqua ossigenata non è mai stata efficace, e che le melodie sono state solo oppio, che l’hanno intontito e inchiodato di fronte all’inadeguatezza e non gli hanno permesso di rimediare a niente. Allora, c’è voluto l’alcol.

Eppure sono anche dolci, queste melodie. Di certo non sembrano del tutto lucide nella descrizione della realtà, così come non lo sono i testi, che procedono per immagini spezzate tra loro. L’unica cosa certa è la sconfitta, al centro di molte delle “storie” raccontate. Quest’uomo, con queste sopracciglia così selvagge e quel viso che a volte sembra così sereno, è sempre illuminato dalla tristezza. E la sua voce è limpida e stabile e canta cose terribili con una capacità fortissima di semplificarle per renderle dirompenti e per rendere lampanti le immagini terribili della fine, già scritta, non facile da digerire. Come quando rende l’idea del dolore fisico e delle conseguenze, in due righe, la prima e l’ultima di One Of Those Uncertain Hands: “We’re close, the lamps are burning blood […] And disaster warms our sails“. Dicono che abbia iniziato ad avere problemi seri con l’alcol dieci anni prima di morire, ma se c’è una cosa di cui sono sicuro è che in questo disco ci sono già molti problemi e così tante immagini dell’insoddisfazione che non può essere tanto lontana dall’essergli entrata già dentro. Molina è ossessionato dal riuscire a coglierne tutte le sfumature con le parole e la musica, e gira intorno al buco nero dell’inadeguatezza per 13 canzoni (e per un’intera discografia). Il suo problema non fu solo l’alcolismo, ma questa botta, che magari l’ha condotto all’alcolismo, e alla fine di un matrimonio. La botta è un fulmine che lo ha colpito presto. Per tutto il tempo in cui ha scritto canzoni ha dimostrato di essere totalmente disorientato, solo un maledetto genio nel descrivere in mille modi diversi il lato buio della vita.

Quando arriva The Rules of Absence, Mark Linkous trova un posto definitivo dentro a Impala, dopo aver vagamente latitato per tutto il disco. Proprio nel ’98, tra l’altro, di Sparklehorse esce Good Morning Spider e sembra l’anno giusto per chi aveva scoperto nell’ascoltare roba triste il nuovo uscire a divertirsi.
Ma a quel punto di Impala mancava ancora un testo a Molina, quello che esplicitasse con una violenza fredda e atroce un’altra cosa che si porterà dietro tutta la vita, nonostante il matrimonio: la solitudine. Nato a Lorain (Ohio), è la voce della solitudine dell’agricoltura e delle fattorie del Midwest, cresce sulla strada arata lì vicino, ma più verso la grande città di Chicago (Illinois), dai Cap’n’Jazz. E scava un solco più profondo, più insistente, nell’emotività. Un’emotività diversa da quella schizoide dei Cap’n’Jazz. Più piatta e quasi autistica, fatta di colpi al cuore sparsi.
Il ritornello di Just What Can Last è così liscio che è da cantare a squarcia gola, anche se non converrebbe. Dice (un sacco di volte) “Leavin’ will bring you down“, in un ritornello all’apice più infame di una “storia” in cui gli amici, alla fine, l’hanno abbandonato. La canzone è fatta di due strofe. La prima si apre con “All friends will leave you“, la seconda con “All your friends have left you“. In una manciata di righe si passa da una situazione possibile a una sicura, già successa. E il ritornello diventa reale.
In quel che rimane del disco non viene sviluppata la speranza racchiusa in “I know someone I know someone waits for me” e nell’energia di Program: The Mask Lyrics. Se non altro, compare un tu definito, un’altra persona con cui Molina si confronta almeno per un po’, oltre a se stesso. L’interlocutore ritorna in Separations: Reminder ma le cose non sembrano andare tanto bene. La batteria e la chitarra insieme spingono tanto (senza regolarità) fino a Program: The Mask Lyrics. La batteria è la prima ad abbandonare Songs: Ohia. La sua chitarra invece non lo abbandona mai, com’è sempre successo, anche dopo il ’98, in questo amore-odio, ti voglio-non ti voglio, per la band. Ha viaggiato un po’ da solo un po’ accompagnato da altri musicisti, respingendo anche in questo senso un possibile interlocutore, abbracciando la solitudine anche in questo. Il modo in cui entra la batteria in Impala a volte è scontroso, sembra quasi una battaglia tra strumenti e tra gli uomini che li suonano. Anche per il basso è così e a volte scaglia delle schegge che sembrano non c’entrare niente con tutto il resto, come se volesse ferire qualcuno. La battaglia finisce nel 2009, quando Molina si ritira dalle scene per i problemi che continua ad avere con l’alcol, dopo un altro tentativo di non essere solo, con Will Johnson. Tornerà da solo, dopo l’esperienza Magnolia Electric Co, affrontando la realtà con il suo vero nome e non più come Songs: Ohia, per un ultimo saluto, nel 2012. Ciao.
Impala si conclude con un pezzo in cui la chitarra tuona anche alla fine, da sola, torna il “tu” ma si perde in un istante dentro a immagini incomprensibili. Molina urla e sembra dire dove cavolo sei?! dove cavolo sei!? Ma non è che ci creda poi tanto. L’ultimo verso è: “till winter denies me my sails“. E non c’è niente da dire, l’inverno gli ha negato di salpare tutte le altre volte in cui magari avrebbe voluto farlo. Ma l’inverno era proprio lui, lui stesso, quello che si arrotolava nei guai dentro a Impala. La vita sembra essergli passata sopra come l’Impala contro il cerbiatto nelle strade del Midwest, poco distante dal proprio ambiente naturale e per questo ancora più disorientato, piantato a terra e guardingo al momento dell’impatto. Così, la botta è stata ancora più forte.

Tra poco più di un mese, il 16 marzo, è l’anniversario della morte. Il 15 maggio esce Jason Molina Riding With the Ghost di Erin Osmon, la biografia autorizzata.

Sunday Morning, Let it Burn

 

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Alcune volte pensi di lasciar perdere. Ti rendi conto dei tuoi limiti, o anche solo della fine. Poi passa del tempo, qualcosa magari si riaccende e allora riparti. Per un attimo, o di più, trovi le parole giuste e va tutto come un treno. I Sunday Morning a un certo punto hanno smesso. Poi sono tornati. Queste dinamiche sono frequenti, funzionano diversamente per ognuno di noi e non possono essere descritte semplificandole. Però hanno in comune una cosa: la necessità. Non sempre uno è in grado di gestirla, e allora, a un tratto, come se il bisogno non esistesse più, si stacca la spina. Il bisogno non è che torna, perché (magari) c’è sempre stato, ma può diventare imprescindibile. Dopo anni che (boh) uno si chiedeva chissà se succederà, dopo qualche voce, qualche prova a fondo perduto e un concerto, arriva il 2015, primavera inoltrata, e i Sunday Morning fanno uscire Instant Lovers, autoprodotto. Da fuori sembra il risultato di una fatica estenuante e non mi aspetto altro, almeno a breve. Invece no: a fine 2016 esce Let it Burn, per Bronson Recordings. Quanto possono essere fiume i ritorni, a volte.

La differenza tra i due album segna uno scarto in positivo. Mentre Instant Lovers è molto tirato, come l’ha definito bene Paso (che ha scritto questa) e ha pochi momenti in cui la tensione diminuisce, Let it Burn spara ritmi, senza però dimenticare di descrivere al loro interno quella vena triste che alla fine rappresenta il tocco. È proprio la maggiore profondità dei suoi pezzi a rendere concretissimo il passo in avanti di Let it Burn. Che inizia con Carry Home, dimostrazione senza mezzi termini di quello che ho appena tentato di dire.
Ho cercato nel disco qualcosa che parlasse di ritorno ma non l’ho trovato. Ci sta, perchè il ritorno era Instant Lovers. Il disco nuovo, invece, va avanti. E lo fa cambiando sempre direzione, una canzone dopo l’altra, confermando così quella capacità di scrittura già evidente in Instant Lovers ma dimostrando anche quella fantasia compositiva che al disco precedente era mancata. Ogni pezzo è forte di una bella melodia (migliori tre: The Loneliest Boy On Earth, Ask the Magician Stories From A Small Town) e di quella vena triste che corre sotto, ma neanche tanto sotto (Creatures vince la corona della tristezza malcelata). I riferimenti (Big Star, Neil Young, Beatles) sono sempre quelli ma è più difficile riconoscerli: i Sunday Morning, semplificando e rendendo più ripetitivi gli arrangiamenti, fanno del songwriting una roba loro, in cui riescono a conciliare due cose apparentemente inconciliabili. Da una parte, spingono sempre tantissimo sul pedale dell’entusiasmo, dall’altra fanno in modo che il disco restituisca in ogni momento una sensazione di calma. Adesso te le suoniamo per bene queste canzoni però, man, easy. Sembrano dire così. E all’apice della tranquillanza suonano Plans, un levare. Cazzo, un reggae. Ma come ti viene di fare un reggae?

Il disco, però, lo chiudono belli seri. Con Should I, in cui confluiscono vena di tristezza, melodia e ritmo, e Through The Eyes Of My Love, una ballata blues no batteria, all’inizio pulita come il Nick Cave più pulito, poi, quando la voce s’imbruttisce, zozza quasi come Mark Lanegan.

Riding Place era una canzone strepitosa dei Sunday Morning del 2005, finita nel primo disco Take These Flowers to Your Sister (Midfinger e Ghost Records), prima dello stop. Era IL PEZZO dei Sunday Morning. Lo stop ha portato a Instant Lovers, che mi ha lasciato nelle mani un punto interrogativo grosso così, poi a Let it Burn, che l’ha risolto quell’interrogativo, almeno per ora. Let it Burn abbandona per sempre l’origine emo di QUEL PEZZO ma in alcuni momenti ne raggiunge il livello. E ne riprende anche la cadenza: alla fine, pare proprio che il passato in qualche modo debba ritornare e che non possiamo mai liberarcene davvero (creepy). Però possiamo fare lunghi passi in avanti. E i Sunday Morning, questa volta, ne hanno fatto uno.

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