Lo stile è tutto, eppure a qualcuno riesce meglio. Musicalmente borderline.

barba-o-capelli

So che qui verrò tacciato di essere un fighetto.
Si sa la supposta fa il suo sporco dovere, ma il folk rock che va di moda adesso, cantato da autori hipster spinti, che più spinti non si può (la tua voce può fare cagare, ma se hai una gran barba allora ti vengo ad ascoltare al festival), rimane comunque un suono eterno che ancora riesce a sprigionare energie, vitalità e molto altro ancora.
La cultura farà anche PAURA a qualcuno, ma se devo essere sincero è una cosa che ho sempre ricercato negli artisti. La rabbia, la performance, sono cose che venivano dopo (almeno negli ultimi dieci anni). Ma comunque dovevano esserci. Altrimenti mi arrabbiavo io: suoni acustico, canti lo spleen… e fai il finto-depresso? Ma sparati va là.
Ma tutto questo che c’entra?
È solo un modo per rientrare dentro questo blog, dove lo sguardo è sempre stato (e sempre sarà) diretto verso un suono diverso, alternativo, cazzuto e sempre indie (ma OVVIAMENTE non da fighetteria indie). Un suono levigato dalle intemperie degli anni Ottanta e spremuto all’estremo nei Novanta. Un circuito (forse) diverso da quello che prediligevo io in quegli stessi anni (che seguivo la scena mod, ska e soul…). Un mondo che comunque sgorga anche nelle mie escursioni soniche, nel riverbero di qualche riff, di qualche vinile (una parola questa che sembra uscita dal giurassico, adesso che viviamo nell’universo di mp3).
Potrò sembrare assurdamente fuori luogo: ma vedete come sono fuori sincrono? Distonici ma sempre euforici e di facile entusiasmo?
Il tutto per dire che il folk è ancora qui, vivo e vegeto, che decine di cantanti e gruppi si sbracciano e spaccano le nocche, si allungano le barbe e vai di camicie di flanella. Ma non tutto quello che luccica è indie. È un mondo, un brodo primordiale dove nascono e muoiono decine di gruppi e cantanti. Ci sono cantanti rock (Glen Hansard) che si presentano con un gran gruppo e dischi folk (The Swell Season), altri che si apprestano a esperienze mistiche con l’ukulele (Eddie Vedder) senza dimenticare la propria rabbia (ma preferisco di molto la colonna sonora di Into the Wild anche se non rientra direttamente). Spacconi, divertenti, esuberanti come i londinesi Mumford & Sons. Giovani carini e disoccupati danesi di Copenaghen (Cody, che 4 anni fa ho avuto la piacevole sorpresa di beccarmeli AGGRATIS a Stoccolma), molto giovani ma mostruosamente bravi. Un barbuto cazzuto come William Fitzsimmons, e in un certo senso anche Iron & Wine, Ryan Adams & The Cardinals, e tanti altri che mischiano il folk con sonorità country e punte di rock acustico. Continuo e visto che è un genere borderline ci metto quel che mi pare): Kings of Convenience, Grizzly Bear, The Mountain Goats (anche nella loro versione biblica), The Shins, quel barocco di Sufjan Stevens, The Tallest Man on Earth (perché diavolo me lo sono perso all’Hana-Bi?), Joanna Newsom.
Tanti, forse troppi, e forse alcuni non c’entrano proprio un cazzo. Rimane il gusto della ballata, lo scatto, l’arpeggio, e il ritmo forte del ritornello. Musica borderline appunto.

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