Due mesi dopo

bradley-cooper

Ho visto American Sniper due mesi fa, a Natale, il 26 o il 27. Quasi subito Roy Menarini ha detto la sua, che avrebbe dovuto essere quella definitiva per tutti.

“Non sostiene nemmeno per un momento che la guerra in Iraq sia stata giusta (anzi, nel confronto del protagonista con la moglie si chiarisce la sconsideratezza e la sproporzione del conflitto), ma racconta la guerra per quello che è stata, un brutale confronto tra un esercito invasore e un nemico spietato e sanguinario, dove i buoni sono buoni solo perché i cattivi sono più disumani… Insomma, la guerra in Iraq ha ragioni a dir poco controverse e motivazioni dubbie, ma semplicemente c’è. E se c’è una guerra, e se Kyle è il più letale cecchino in circolazione, allora bisogna procedere. Senza mai guardarsi indietro, scegliendo sempre il tiro giusto, anche se nel centro del mirino ci sono donne e bambini (armati). Solamente una coscienza rocciosa, una convinzione che sfiora l’ottusità, una convinzione cieca e talvolta canina, fanno di Kyle un soldato coraggioso, perché altrimenti sarebbe impazzito”.

Ma molti, anche se non tutti, hanno continuato a pensare che fosse un film bel film, sì, però repubblicano, perché affascinato dalla guerra, e per questo non ammissibile. Fondamentalmente, bocciato.

America Sniper è una storia vera, ed è tratta da un libro. Dopo un’ingiusta notte degli Oscar (il montaggio del film è strepitoso, quello avrebbe dovuto vincerlo – ma secondo l’analisi delle interazioni sui social dell’agenzia di comunicazione Way To Blue, il miglior film è American Sniper) è notizia di oggi che Eddie Ray Routh, l’ex marine che ha ucciso Chris Kyle, è stato condannato all’ergastolo. Routh non riesce a riprendere una vita normale dopo essere stato in Iraq e sua mamma chiede a Kyle di portarlo a sparare, vicino a casa, per passare il tempo. Routh dà di matto e uccide Kyle. Le ragioni della condanna sono post-traumatic stress disorder e malattia mentale. Un uomo dissociato a causa della guerra uccide l’uomo che per tutto il film e buona parte della vita vera quella guerra l’ha combattuta. È un finale stupido, perché è stupido quello che succede, e succede a causa della guerra. La guerra è la causa della malattia per la quale uno che ha fatto la guerra ed è ammalato a causa della guerra uccide quello che la guerra non ha mai rifiutato di combatterla. La guerra è la causa della morte – fuori dal campo di battaglia – di chi ha sempre risposto si alla chiamata. Mi sembra una condanna molto forte, che mette sotto una luce molto critica quello che la guerra può fare all’uomo non solo durante ma anche e soprattutto dopo. Kyle ha combattuto la guerra e la guerra l’ha ucciso quando neanche se l’aspettava, a casa sua. Una bella presa per il culo per lui. E allora la guerra non è più posta sotto una luce così positiva.

Roy era l’assistente del mio professore di storia del cinema italiano a Bologna, ho sempre pensato che fosse molto portato per la critica cinematografica.

3 pensieri su “Due mesi dopo

  1. Visto domenica scorsa: vero, non mi è sembrato un film che propaganda il punto di vista repubblicano sui fatti che conosciamo bene. Kyle probabilmente è il classico patriota americano che crede che imbracciare il fucile risolva tutti i problemi (è stato cresciuto così d’altrone), il film invece è un qualcosa di diverso. Che poi ecco sì: la cieca convinzione di essere nel giusto di Kyle, anche quando i compagni cominciano ad avere dubbi (fa un po’ ridere però che due parole patriottiche del protagonista risolvessero le tensioni interne provocate dal combattere in prima persona una guerra degli altri), sembra proprio uno scudo che gli permette di non perdere del tutto il senno. E cmq il film mostra abbastanza bene come non sia così semplice come sembra per Kyle. L’unica cosa è che cecchineggia poco, mannaggia a lui! Avrei lasciato perdere la parte centrale dove fa il rambo della situazione per dimostrare di valere di più. Poi i discorsi sul fatto che è una storia inventata e blabla, sono altra cosa.

    • In effetti Kyle è un personaggio molto più complesso rispetto a come molti l’han definito, cioè a favore della guerra e basta. È molto chiaro dal film, e infatti quelle critiche mi hanno stupito. Mi sembra che Clint Eastwood (nonostante questo sia un film su commissione, credo) abbia dato al personaggio uno spessore umano prima che politico.

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