Cosa succederebbe se Daniel Day Lewis iniziasse a recitare senza guardarsi allo specchio

Daniel Day Lewis

Lincoln è un filmone e Daniel Day Lewis è un attore che spacca. Però ogni volta che vedo Daniel Day Lewis recitare è come vedere il milanese in giacca e Tod’s che ti dice “Qui si lavora, besugo! Va a dé via el ciàp!”. Così, senza ritegno, troppo nella parte. Daniel Day Lewis recita sempre per se stesso, chino su se stesso, dentro (dentrissimo) al personaggio. E, intorno, non c’è più nessuno, non ci sono gli altri, non ci sono le scenografie, non c’è la storia. L’uomo studia molto, bisogna dargliene atto, quando altri colleghi aprono il copione ed è come se avessero di fronte Il giornalino di Gianburrasca, si deconcentrano e non pensano più a nulla. Forse studia troppo e si prende troppo sul serio, per quanto sia simpatico nelle apparizioni pubbliche. Intendiamoci.

Il problema è che DDL sembra autoreferenziale. Diventare auoreferenziale per un artista piuttosto/molto conosciuto significa cadere nel tranello più terribile che la popolarità possa tenderti: entra in loop, ripete ciò che alla gente è piaciuto, spegne la creatività e la voglia di ricercare, radicalizza le gloriose scelte del passato che gli hanno dato più lustro e finisce per essere un contenitore vuoto, per non esprimere più nulla. Mi viene in mente Thurston Moore che registra il rumore della mosca nel periodo the promise con Evan Parker e Walter Prati, o i Radiohead, che si sono appiattiti in un album perfetto ma privo di anima e cuore (King of Limbs). E mi viene in mente DDL, sempre troppo concentrato nell’impegno a dover essere l’attore grandioso che tutti si aspettano.

Illuminante una riflessione (non mia): quando Meryl Streep ha fatto Il diavolo veste Prada e Mamma mia! è diventata un’attrice migliore, non perchè in questi film ha recitato in ruoli più frivoli e leggeri rispetto agli altri (aveva già fatto La morte ti fa bella per fare un esempio) ma perché ha reso comprensibile e ha condiviso il suo talento, lo ha messo a disposizione di tutti, primi quelli sul set con lei, e non si è isolata in una bolla per fare la migliore prova della sua vita, sempre, ogni volta.

Daniel Day Lewis ha lo stesso problema. Lui poi non ha mai fatto ruoli per (anche) prendersi meno sul serio. Ultimo, prima di Lincoln, dei suoi ruoli impegnativissimi, Nine, un disastro su tutta la linea, non solo su quella di DDL. Se cambiasse espressione, se non avesse il viso sempre così contrito sarebbe un attore ancor più gigante di quanto non lo sia già. Non è il problema del recitare sempre la stessa parte, ma di tentare di recitare anche per gli altri, non solo per vincere un Oscar o per fare la parte della vita, che tanto ne ha già fatte mille, sin da Il mio piede sinistro. Daniel Day Lewis è un pò sempre staccato dal resto, come un effetto speciale fatto senza troppa cura o troppi soldi, che viene via dal fondale. E affronta i ruoli sempre con la stessa mentalità, con lo stesso approccio.

Il metodo Stanislavskij, si, importantissimo, per comprendere, sprofondare nel personaggio. Ma ci sono anche gli attori non protagonisti, le sceneggiature e le scenografie cui volgere lo sguardo e la mente. Daniel Day Lewis ha una faccia stupenda e una testa gigante (nel senso di cervello, di intelligenza artistica) ma dovrebbe metterle al servizio degli altri, non solo di se stesso. Non è per un uomo che si vince un premio come miglior film, è per l’insieme delle cose. E domenica, oltre alle elezioni, c’è anche la Notte degli Oscar.

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