Vivevo in tuta. Breve storia dei TAD

Tad Doyle Tuta Man in crowd surfing. Foto di Martyn Goodacre/Getty Images.

Negli anni ’90 una cosa era essere trasandati come Kurt Cobain o Eddie Vedder, un’altra era esserlo come i TAD. Pur cavalcando l’onda dei gruppi di Seattle, che iniziavano a spaccare il mondo, MTV nel ’90 respinse il video di Wood Goblins perchè era “too ugly”. C’è un limite a tutto.

In una famosa dichiarazione del ’91, Tad Doyle disse: “Faccio musica grande, grassa e orribile, proprio come me, e ne sono contento… Onestamente, non me ne frega un cazzo di tutto il resto. Non diventerò mai popolare, a meno che non perda un sacco di chili, e questo dovrebbe bastarti per capire in che stato si trova la musica contemporanea”. Un anno dopo esplose definitivamente il fenomeno Grunge ma i TAD, che erano di Seattle, rimasero sempre degli outsider. Hanno sempre fatto la stessa musica, senza mai andare incontro alle esigenze del mercato, ok, e questo è sicuramente uno dei motivi del non successo dei TAD, ma non è l’unico. La loro storia, lunga solo sei anni, è segnata da alcuni episodi che li portarono allo sfinimento, tre dei quali legati a delle immagini. 

Un giorno, nel 1991, alla Sub Pop Records suonò il telefono.

“Pronto?”
“Sei tu Bruce Pavid?
“Pavitt, PaviTT. Comunque si, sono io, chi parla?”
“Stronzo, hai usato la foto con la mia amante per la copertina di quel cazzo di gruppo di merda. Se la vede mia moglie m’incula. Io ti rovino”
“Oooh.. Quindi, fammi capire, tu sei il baffone fotografato con la baffona sulla copertina di 8 Way Santa? Wow, non ci credo. Gran scatto amico! Ahah”
“Gran scatto tua nonna. Non hai niente da ridere. Non mi pare di averti firmato nessuna autorizzazione, se non fai qualcosa per rimediare pianto un casino. E ne pianto uno più grosso se chiami ancora baffona la mia donna”
“Ok va bene, però stai tranquillo.. cosa vorresti che facessimo?”
“Dovete ritirare tutte le copie dal mercato”
“Ma te sei fuori”
“Si infatti, sono già fuori sulla strada che mi porta dal mio avvocato”
“Eh capirai il tuo avvocato sarà un hippie rincoglionito”
“Cosa? Va bene, ciao, vedrai com’è rincoglionito quando farà saltare in aria te e la tua casa discografica di morti di fame”
“No dai, aspetta”
Tu tu tu

Facciamo un passo indietro. In due parole andò così. Tad Doyle trovò una foto in un mercatino. “Che roba oscena! Mettiamola nel disco!” disse, la comprò e la piazzò sulla copertina di 8-Way Santa. A quei tempi i TAD erano una piccola band e la Sub Pop una piccola etichetta (Nevermind dei Nirvana, pubblicato insieme alla Geffen, doveva ancora uscire). Fu un caso se il baffo e la sua compagna scoprirono il disco, ma lo scoprirono. Alla fine, 8-Way Santa venne ritirato dal mercato e le copertine rifatte. Fu un costo, soprattutto per la Sub Pop. 

Il secondo episodio fu un casino più grande. Uno dei singoli di 8-Way Santa era Jack Pepsi. Per la sua promozione, i TAD e la Sub Pop usarono senza ritegno il logo della bibita, che poi, intenzionata a ricavare trilioni di trilioni di dollari da una realtà così schifosamente ricca come la Sub Pop, le fece causa e la minacciò: “vi facciamo fuori”, “è la vostra fine” (cit.) e così via. Quindi la canzone venne ribattezzata solo Jack. E dopo due dischi e un EP (God’s ball, 8-Way Santa e Salt Lick), i TAD uscirono dalla Sub Pop, per le tensioni che si erano create. Ma non credo che la Pepsi abbia tirato fuori molti soldi dalla faccenda.

L’immagine legata al terzo episodio è geniale. È un poster che l’agenzia di promozione stampò durante il tour di Inhaler, nel 1993.

Disruptive, senza alcun dubbio. Ma scoppiò un casino e la nuova casa discografica (la Giant/Warner bros) scaricò i TAD nel bel mezzo del tour. Tra l’altro i TAD non avevano deciso nulla di quel poster, l’agenzia si era mossa in totale libertà. Surprise! 

Insomma, loro che dell’immagine e dell’aspetto esteriore se ne fregavano si sono incasinati proprio per delle immagini. Immagini nel senso di fotografie, loghi, ok, ma comunque legati a questioni di apparenza, vanità o reputazione – insomma all’immagine – di altri. E queste immagini hanno messo in atto cambiamenti importanti per la band. La prima foto fu un intoppo e un guaio economico; il casino con la Pepsi è stata l’occasione dei TAD per abbandonare la Sub Pop e tentare il salto; il poster di Clinton (appena eletto) fu decisamente compromettente. Di male in peggio, ma pre gradi.

Una cosa bisogna dire a proposito del poster di Clinton. Se i TAD fossero stati un gruppo dietro cui aveva annusato i soldi veri, la Warner Bros avrebbe risolto l’incidente. Inhaler (prodotto da J. Mascis), che doveva essere il disco della svolta, non ottenne il successo sperato, nonostante il tour con i Soundgarden, e la Warner trovò nel poster un’ottima scusa per scaricarli. E fu solo l’inizio, perché altre due volte, nel post Sub Pop, la major di turno scaricò i TAD all’improvviso. Con ognuna fecero solo un disco: non ottennero i risultati di vendita sperati, quindi tanti saluti.

Tad Doyle e Kurt Danielson sono i due fondatori e unici elementi sempre fissi del gruppo, l’anima dei TAD. KD aveva dei capelli assurdi e una vaga somiglianza col mostro di Milwaukee. Di Tad, oltre alle caratteristiche che lui stesso sottolinea in quel virgolettato pieno di autostima, bisogna ricordare in particolare la grande eleganza, fatta tutta di semplicità: felpa e flanella. Non ti puoi vestire diversamente se ti senti a tuo agio così. Anche per suonare dal vivo, non puoi metterti i jeans se sei comodo con la tuta ascellare infilata nelle chiappe, non saresti te stesso. E Tad così si vestiva. E così era anche la musica dei TAD: non puoi buttare giù suoni più alla moda se in testa ti ronza la distorsione totale, metal, tagliente come la barba ispida e setosa di Tad. 
Il risultato dell’unione tra Tad e Kurt era la loro musica, una specie di rappresentazione sonora del loro aspetto fisico e del loro modo di essere. Esteticamente, erano troppo per il Grunge. Oltre agli incassi non sufficienti, c’era quel modo di presentarsi, che non aiutava i TAD in un periodo in cui andava di moda essere trasandati, ma con cura. Le grandi case discografiche vedevano nei pochi soldi ricavati un insuccesso e nell’aspetto esteriore un ostacolo a qualsiasi possibilità di recupero. La musica, seppur più noise metal, sarebbe stata ok se gli avesse fatto guadagnare di più. Non fu così. Quindi, appunto, tanti saluti.

Detto questo, in realtà non è vero che ai TAD non fregava niente di diventare famosi. Volevano diventare più famosi ma volevano diventarlo facendo la musica che volevano. Così, nelle parole di Tad Doyle c’è un po’ di verità e un po’ no. Prendiamo i Mudhoney, per esempio. Hanno fatto tre dischi con la Reprise, nel periodo in cui Seattle tirava di brutto (‘92-‘98, lo stesso in cui c’hanno provato i TAD) e uno con la BBC nel 2000, poi sono ritornati alla Sub Pop. Oppure i Melvins: anche loro negli anni ’90, da Houdini a Stag, sono usciti con la Universal, poi basta major. Altri gruppi, più o meno nello stesso periodo, come Love Battery o Blood Circus, minori ma sempre blasonati nel giro Seattle sound, non hanno mai firmato con una major. Al massimo hanno fatto un disco con un’etichetta più grande, per tornare a un’indipendente per quello successivo: Gato Negro delle 7 Year Bitch è uscito su Atlantic e Fast Stories From Kids Coma dei Truly con la Capitol, ma poi stop major. I TAD non hanno mai voluto percorrere questa strada. Non hanno mai capito che lo scopo non doveva essere diventare più famosi ma durare più a lungo, visto che avevano voglia e talento per suonare. A giudicare da quel che dicono in TAD: Busted Circuits and Ringing Ears – Found Tapes mi pare proprio che si possa dire che finchè sono esistiti c’hanno provato: a registrare il disco con la prima major si erano trovati bene, quindi ne provarono un’altra. A loro piacevano le major, erano loro a non piacere alle major. E si sono fatti un po’ mangiare dal desiderio di diventare più conosciuti. Da un lato non avevano alcuna intenzione di cambiare musica, e non lo fecero, dall’altro volevano rimanere nel giro major perchè non si sa mai. Ma quel giro li ha condotti alla fine.

Si drogavano anche, molto, non così tanto da restarci secchi, ma qualche conseguenza l’hanno pagata. La peggiore fu l’abbandono di Gary Thorstensen. Era nei TAD dall’inizio, era la loro chitarra, non fu sostituito neanche quando se ne andò. Era l’unico che non beveva, guidava sempre, faceva da babbo. Dopo un po’ si è stancato ed è uscito dal gruppo. Un duro colpo, che ha accelerato il crollo. Quindi possiamo mettere anche la droga e l’alcol nelle cause della loro fine.

Ridotti in tre, nel ‘95 i TAD fanno uscire Infrared Riding Hood con la EastWest (Warner). Un disco bellissimo, il loro più grande insuccesso. La casa discografica li scarica. E questa è la vera fine. Non si sono mai sciolti ma non hanno più fatto dischi nuovi.
Basta, hanno detto stop, come se essere scaricati da una major volesse dire che non valevano niente. È umano scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, e forse è anche giusto che si siano sciolti perché sa dio se avrebbero fatto ancora bei dischi, ma è stato come smettere di provarci, è come se il loro unico scopo fosse stato fino a quel momento il successo e questo è senza dubbio deprimente. Lo capisco, ti trovi lì, le cose non girano, non vanno come vorresti, ti deprimi e molli tutto anche se in realtà non vorresti mollare. Smetti anche se in realtà non vorresti, è più forte e grande di te, non sai come gestirla. Alla fine il successo è davvero una questione di perseveranza, non solo di talento. Non voglio dire che avrei voluto per forza che fossero ancora attivi, ma c’è una cosa che mi dà fastidio: i TAD superarono gli abbandoni dei compagni ma non quelli delle case discografiche. Non danno mai una spiegazione della fine se non “alla major non piacque”. Non è bello.
Facevano la musica che gli pareva, che però non vendeva abbastanza. Avrebbero dovuto cambiarla e forse anche darsi una sistemata, ma non lo fecero mai. Erano loro stessi, non volevano cambiare per ottenere successo. E questa è la parte della storia senza compromessi. Che però è da mettere accanto al grande compromesso a cui si sono scesi, cioè smettere perché il non piacere alle major gli ha tolto le forze. Quindi, non scendere a compromessi per poi scendere a compromessi. Di fatto ci troviamo di fronte a un gruppo che da un lato non piaceva alle major perché non vendeva tanto ed era composto da zoticoni, dall’altro non capì che strada prendere. È umano essere disorientati, ma non li capirò mai fino in fondo.

Al netto di tutto questo, per i fan i TAD erano e sono il top. Una carriera simile, piena di incidenti e abbandoni, è stata anche la loro fortuna. È strano, ma ciò che li ha stremati gli ha anche permesso di fare la cosa migliore di tutte, forse in modo non del tutto consapevole e forse contro voglia, ok, ma gli ha permesso di farla: fermarsi sempre un attimo prima di diventare più famosi. E questo per la musica è positivo. Del resto siamo qui per la musica, no? Oggi, a distanza di anni, sono la migliore band dell’epoca grunge, la più fulminante. Quello che non gli ha permesso di essere la gallina dalle uova d’oro li ha resi adorabili agli occhi dei fan. In pratica erano dei boscaioli con gli amplificatori a palla, era il loro modo di essere, non potevano essere diversi e non lo sono mai stati. C’hanno anche provato a fare l’album della svolta, ma era uguale agli altri. Erano così, e così si sono sempre presentati, senza preoccuparsi che la loro immagine fosse più o meno accettabile per i canoni della moda o che la loro musica fosse più orecchiabile. Hanno continuato a vivere in tuta e a scorreggiarci dentro. È durata poco, ma che dischi che c’hanno lasciato. Ti amo ancora, Tuta Man.

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