Due per Ambertron dei Mint Mile

Aggiornamento. È già un successo internazionale. Anche il post che state per leggere – sempre che non vi fermiate a queste prime righe pensando che è impossibile avere così tanto successo – è un successo planetario come quello di Renato sui Silkworm e i Bottomless Pit. Sicuro che avrebbe replicato il giro del mondo, gli ho chiesto di scriverne uno sui Mint Mile. Alla fine però è venuta fuori una cosa diversa. Ed è stato questo il segreto. La recensione sui Mint Mile l’ho scritta io e lui ha fatto la recensione della recensione (dai, come fanno quelli più simpatici su facebook). Una sfida. Le nuove frontiere della critica.

prima parte, mia

In questo periodo di quarantena l’unica soluzione è la droga. Qualsiasi cosa, basta che ci porti lontano da qui. Cosa usate? Marijuana, alcol, ecstasy? Io uso “Ambertron”. È l’unico modo. Non mi fido di quelli che dicono che la campagna verso Gambettola è come il paesaggio lungo la I-90 da Chicago a Crystal Lake. Per andare fuori ho bisogno di autenticità. Quindi, mi metto sul divano ad ascoltare il primo disco dei Mint Mile.

Non mi trovo a mio agio a chiudere gli occhi e immaginare. Mi serve solo ascoltare e leggere i testi. Fare in modo che la musica e le parole siano l’unica cosa in mio possesso per passare di là. “Ambertron” ha una forza strepitosa in questo senso, perché ti porta lontano ma allo stesso tempo ti lascia inchiodato a te stesso, che è pur sempre un posto in cui non vai sempre, a volte serve una spinta.

A proposito di questo disco, Steve Albini ha detto: “Just recently I got the new album by Mint Mile. It’s called Ambertron and I think the sound quality of that record is fantastic. Matt Barnhart did the recording and I’m not just saying this ‘cause he’s in the other room, I think it is a really impressive recording. Very naturalistic sound, but very wide and very grand at times. The ensemble size changes a lot and the degree of layering on each of the songs changes a lot and I feel like whether it is a simple setting or a very busy setting that it is represented really nicely. That’s probably the record that I heard most recently where the sonics of the record were the most flattering to the music on it”.

Credo di aver capito cosa vuole dire. Per esempio, se ascolti Likelihood poi Christmas Comes & Goes poi Riding On & Off Peak e River of cars, ti accorgi che passa attraverso quattro registri diversi. Non è solo la chitarra, per quanto la sua presenza o la sua assenza, il suo raschiare o il suo vacillare, siano invadenti. È il suono della canzone, nel suo insieme. È l’atmosfera creata da quel suono. Seguendolo, posso andare lontano, oppure mi posso chiudere a riccio, dipende dalle canzoni. A volte il cervello si spalanca, altre volte è come un gatto che cerca qualcosa su cui fare il pane, e lo trova.

Ogni canzone sembra fatta lì, davanti a te mentre l’ascolti, come se fosse sul palco dal vivo. Penso che Steve Albini intenda questo con “naturalistic sound”. E proprio perché sembra fatta davanti a te, ogni canzone suona vicina, e andare via o rimanere qui diventa incredibilmente facile.

Così, questo disco ti dà il brivido della distanza e il soffio caldo della sicurezza, la gioia della scoperta del viaggio e la noia, rassicurante, del sentirti sempre te stesso nei soliti posti. Te ne puoi fregare di sensazioni come queste, oppure no. Io no, e mi sento abbastanza intrappolato in questo disco. Dal giorno in cui è uscito l’ho ascoltato e riascoltato, a pezzi o interamente, mi sono sentito a mio agio dentro ad alcune canzoni e a disagio dentro altre, fino a quando non ho capito che non è necessario trovare sempre una quadra e far convivere sensazioni differenti, ma va bene anche farle vivere separate, lasciando che rimangano opposte e si scontrino, generando un loro equilibrio. In questo senso, “Ambertron” è un disco che prende forma dando vita e rimanendo in equilibrio su un contrasto speciale, irrisolto ma consapevole. È il contrasto dei registri del suono di cui parla Steve Albini, ma è anche il contrasto dei testi.

Morning still came
Coffee down
Seasons seem to roll …
Don’t be sorry you’re the way you are
(Likelihood)

Come fai a non sentirti a casa.

What kind of rock
Can be found on the interstate
Eighteen hour round-trip to see a girl
Coat your car with asphalt
Streaming hard to see
What kind of rock
On the shoulder of I-90
I’m out on the east shore of Flathead Lake
With a wish to disintegrate
On a dream boat
You’re just like me
(Fallen Rock)

E come fai a non andare lontano

Tim Midyett racconta gli orizzonti mai raggiunti delle highway e quelli vicini e indagatissimi di noi stessi. Si nutre di tradizione, personale e musicale, di Neil Young, di Mark Kozelek e dei suoi Silkworm. Conosce il passato e il presente, non sa nulla di preciso del futuro, che è un viaggio di 18 ore durante il quale qualsiasi cosa può succedere, tra l’asfalto, una ragazza che vuoi raggiungere e la voglia di disintegrarsi.

I’m standing on the shoreline
It’s so fine out there
Leaving with the wind blowing
But love takes care

Diceva così Through My Sails di Neil Young: è esattamente la stessa droga. Ti porta a fare un viaggio fuori ma anche dentro. E proprio da Neil Young, “Ambertron” ha preso la capacità di alternare in modo naturale suoni ruvidi come la carta vetrata a suoni puliti come la faccia di Mr. Crocodile Dundee dopo che si è fatto la barba col coltello da Rambo. C’è un filo rosso grosso come una fune. La fune a cui mi aggrappo per volare o andare in profondità.

The world is spinning
Maybe you leave a mark
(Riding On & Off Peak)

“Ambertron” non è un disco ottimista o pessimista. Rende prima un po’ irrequieti, poi più tranquilli. Di nuovo un contrasto. È un disco che descrive lo scorrere della vita, così come accade: “naturalistic”. I suoni vibrano e si calmano, le parole fanno lo stesso. Tim Midyett è una personalità difficile da inquadrare. Un attimo prima sembra soffrire forte, un attimo dopo ti tira fuori un verso che splende come il sole. Dentro di lui è ancora acceso il dolore della storia dei Silkworm. O è lontano anni luce. O entrambe le cose. Non lo so. Quello che so è che le sue canzoni sembrano vibrare di una specie di equilibrio che si sbilancia di continuo, una volta a favore del dolore, la volta dopo della gioia. Tutto ciò che Midyett scrive si nutre di questo. Le persone, le immagini, tutte le cose che ci sono dentro rimangono lì in sospeso, così possono essere riviste più volte ed esaminate. Niente è veramente a fuoco nella sua vita, ma è sotto il controllo della sua penna.

Personalità complessa, Tim Midyett. Gli disobbedisco: ripongo un po’ di fiducia nel futuro, spero che continui a scrivere canzoni di questo tipo. E che continuino a venirgli così bene, anche perché se questa quarantena dovesse continuare a lungo, qualcuno dovrà pur darmi la droga. La prenderò e mi metterò sul divano, ad ascoltare e cercare di capire a che punto sta il suo personale, irrequieto equilibrio.

seconda parte, di Renato

Aborro quest’apologia della droga come lenitrice del deperimento psichico da quarantena, La droga da che mondo e mondo serve a evadere, non a pensare, non a soffrire. Questa estrema (per quanto fragile) sofferenza che ci sta sferzando ci sarà utile, ci farà crescere, ci trasformerà in persone nuove. Non lo so se migliori o peggiori, più forti o più deboli, ma ci cambierà. Come la musica ascoltata da piccoli ci forgia, anche i virus che ci colpiscono e che cambiano le nostre abitudini lo fanno.

Quindi è ineluttabile adeguarsi al cambiamento, non c’è nessuna droga che tenga, non serve evadere, serve pensare, concentrarsi e prepararsi al nuovo e soffrire, soffrire molto.

E per acuire questa sofferenza l’ascolto di “Ambertron” è fondamentale, ancora una volta.

Quindi nessun sogno nessuna evasione, durissima sconfortante realtà, esattamente la realtà tradotta in suono di cui racconta Albini, un suono naturale che ci ricorda come il dramma della caducità suonava forte anche quando gli assembramenti erano possibili, c’era solo molta gente con cui condividerlo.

La drammaturgia dei Mint Mile è ormai di scuola, Midyett sa esattamente come raccontare il dramma, da anni è la sua esperienza che ha forgiato il metodo. Likelihood è esattamente questo, gli strumenti che diventano un flusso cognitivo, non servirebbero nemmeno i testi, quanto sono granitiche nel loro incedere le melodie, ogni cosa funziona nel complesso e non per sé.

Quando Giacomo parla di essersi sentito a suo agio all’interno di qualche pezzo lo fa esclusivamente perché i pezzi di “Ambertron” sono luoghi confortevoli, sono quello che abbiamo sempre ascoltato, non vedo altrimenti come sia possibile trovare conforto in canzoni atroci come Fallen Rock e i suoi fiati funerei o la melodia della voce che tradisce una sofferenza interiore inequivocabile.

18 ore di viaggio per vedere una ragazza, un viaggio della speranza, chissà come è finito, non lo so ma probabilmente alla fine ce lo dice: “tu sei come me”. Male.

Stilisticamente il disco è come al solito un impasto di tradizione rumorosa americana, certo Neil Young, certo i Silkworm, ma anche i Bottomless Pit dell’atroce coda di Amberline, 14 minuti di deserto trasformati in musica, polvere nei polmoni che è meglio che avere il Covid-19 nei polmoni, ma non è comunque piacevole. Ma il deserto anche in The Great Combine che è un plagio di I Wanna Make it Wit Chu meno blues ma allo stesso modo blues, etimologicamente parlando.

Restare fermi non significa restare inermi, mai.

THE REVOLUTION COMES
LIKE CHRISTMAS DOES
BUT CHRISTMAS COMES AND GOES
AND REVOLUTION STAYS THERE
PAVED INTO DARK

Una rivoluzione che iniziamo a casa (cit.) davanti a uno specchio, con i capelli lunghi di un mese senza parrucchiere, pronti a uscire e ricominciare a imparare, quello che ci aspetta non ci priverà del cuore, no.

Those hard hearts
They still have the spot
Where they can be crushed
Where they can be drugged
Where they can be touched or moved
Where they can be bought sold
Fooled for good
They still have spots

10.0

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