Indossare le magliette è ancora utile a far diventare famosi i gruppi che non conosce nessuno

 

A metà degli anni ‘90 la lentezza era la nuova sensazione. La chiamavano “Slowcore”. Lo Slowcore si contrapponeva al Grunge e i Low sono stati un punto di svolta in questo senso. S-Low. Ma sono passati altri 20 anni e ora mi è chiaro: non è vero che lo Slowcore è diverso Grunge per il fatto che ne azzera la violenza. Per “Grunge” intendo quello meno radiofonico, Green River, Mudhoney, Tad, i primi Soundgarden, i Nirvana che si rifacevano a quei suoni, roba al limite del metal, talvolta vicinissima ai Melvins, comunque sostanzialmente lo sfogo di gente malata.

Al contrario, nello Slowcore la violenza c’è, ma non esplode: implode. E soprattutto c’è la depressione, sempre. Sono questi i tratti comuni tra Grunge e Slowcore. La cosa bella è che i Galaxie 500, che forse hanno inventato lo Slowcore, e anche i Codeine, sono di New York. Quindi non solo dalla provincia può venire la depre, come già avevano dimostrato i Velvet Underground. Ma la depre della provincia è meno liscia, ha più elementi ruvidi, respingenti. È mancanza, è vuoto. Al contrario, quella della città è assuefazione. Non è solo il suono a fare la differenza, ma anche la sua materializzazione: la depre di provincia è una materia raccappricciante, quella della città mantiene sempre un suo splendore, che al massimo può essere decadente. Mai fare schifo. Questa potrebbe essere una differenza tra Grunge e Slowcore: le anime del grunge venivano soprattutto dalla provincia (Seattle è stata un aggregatore). Il gruppo Slowcore più Grunge che ci sia sono gli Idaho. O i Red House Painters? Gli Idaho sono di Los Angeles, città in cui è tutto città ma una buona parte di essa è isolata come la provincia e abitata da avanzi di galera dichiarati. I Red House Painters sono di San Francisco, una città molto accogliente e luminosa, per chi non è dropout. La risposta a questa mia ficcante domanda è quindi: Idaho. C’è vivere e morire a Los Angeles, non a San Francisco. Bisogna tenere in considerazione delle città in cui vivono gli artisti, perché le città sono le scatole in cui friggono queste bestie umane, più o meno disperate. Guardate Elliott Smith: sempre a Los Angeles, naturalmente.

Tornando a bomba, la lentezza è il rivolo che si è insinuato nel tempo e ha modificato gli stili a venire. Dopo essersi palesata alla fine degli anni ’80, la lentezza estenuante dello Slowcore è diventata incontenibile, un’epidemia che ha rallentato tutto. La SST è stata protagonista di questo cambiamento, portando l’hard core a diventare “post”.

Lo Slowcore è come un braciere che tiene caldo il nostro posto, in modo costante, diventando così una certezza, grazie a Codeine, Galaxie 500, Arab Strap (dalla Scozia, lo stesso flavour della provincia americana) e Low, che continuano a soffiare sulle braci perché continuiamo ad ascoltarli, e grazie ai semi sparsi nei nuovi gruppi, che riaccendono il fuoco.

Questi Taxidermists, che ho scoperto oggi perché ho visto su Instagram una foto del cantante degli Horse Jumper of Love con la loro maglietta, mischiano lentezza e tristezza e ne fanno il cuore del loro suono. In più, rallentano anche altri modelli degli anni ‘90. Le chitarre dei Pavement e le linee vocali dei Weezer, per esempio. Taxidermist sono la Rollins Band senza la cattiveria. Sono i Bedhead privi del desiderio di cullare chi ascolta. Vogliono solo complicandogli l’ascolto con una scrittura a volte non prevedibile. Come i Sonic Youth di Bad Moon Rising, senza il lato dark. Tutto sotteso a un’idea: la lentezza. È forse la lentezza uno dei tratti distintivi del tassidermista? Non credo. “Il tassidermista”, il nuovo film con quello degli Horse Jumper of Love. Tag line: se urli in una stanza piena di cani imbalsamati, nessuno di loro è il tuo migliore amico. Isolamento, solitudine. Questa è la sensazione che dà il disco dei Taxidermists (2015).

EE (il singolo del 2018, una canzone) è una specie di emo, è diverso dal disco. Suona più nitido, zero distorsioni grette. Suona come una canzone dei Talking Heads, o degli Housemartins senza gli Housemartins, cioè senza la stucchevolezza di quell’insopportabile suono nasale che dopo un po’ copre ogni cosa, anche le chitarre. Ed è tutto rallentato. E aggiunto di un modo di suonare chitarra e batteria che sembra riprendere i passaggi e gli stacchi dell’emo-core verso l’improvvisazione jazz, ma più imprecisa e semplificata nelle soluzioni. La strofa è più stile “Brand New Cadillac” dei Clash. Si scava nel passato e nelle rughe del tempo.

Tax Returns è il mini EP del 2019. Non dico Pavement della prima ora perchè non voglio dire ancora Pavement, e allora dico Built to Spill di There is Nothing Wrong with Love. La seconda traccia delle tre ricorda i ritmi di Entertainment dei Gang of Four, giusto in tempo per tornare a versare qualche lacrima. Poi tutto prende strade diverse e appare con evidenza che le canzoni sono buttate lì, strofa e ritornello e poco più. Tocca aspettare la terza canzone per avere la “long song” di tre minuti, in cui non manca qualche scivolone, che porta il suono e gli arrangiamenti a una rigidità eccessiva. Funziona tutto. Comunque l’EP rimane una veloce prova per dipingere un futuro. In generale, ogni cosa è più limpida, l’album era un baratro in cui i Taxidermists erano caduti (momentaneamente?) e quello che hanno fatto prima e dopo è più sereno. Tax Returns perde anche un po’ in lentezza. Speriamo che non fosse momentaneo, il baratro, speriamo che nel futuro ci si infilino di nuovo fino al collo.

L’ultima cosa dei Taxidermists è questa. La migliore è questa.

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