Il Re è sempre il Re, ma in alcuni casi sono cazzi: i dischi del 2019

Lars Von Dryer

I riassuntoni di fine anno di Spotify hanno una particolarità: non sai se sono veri. Cioè, sei consapevole di quello che hai ascoltato ma di sicuro non hai calcolato le ore e non puoi sapere quanto Spotify sia stato preciso nel tirare le somme. Nei suggerimenti di ascolto, per esempio, ha già dato prova di approssimazione. La modalità di calcolo è diversa, cioè immagino che per capire i tuoi gusti e suggerirti un artista Spotify esegua un’operazione più complessa rispetto a sommare le ore di ascolto per fare le classifiche, ma qualche dubbio può venire.

In molti siamo stati definiti ascoltatori “fluidi” in questi riassuntoni. Anche questa credo sia una definizione calcolata in modo ancora diverso, cioè immagino ci siano dei cluster, tutti nominati con un aggettivo positivo, come “convinto”, “eclettico”, “fluido”, dentro i quali finisci in base agli ascolti, ma rende bene l’idea di come Spotify possa essere superficiale.

Se hai ascoltato anche roba pre 2019, Spotify prende in considerazione anche quella, quindi la sua è sì una classifica di fine anno, ma non solo dei dischi usciti nel 2019. Infatti elegge “l’artista del decennio”. Il mio è Stephen Malkmu, senza s e con il punto dopo la u, il che significa che è convinto di aver finito di scrivere il nome. Io potevo dire a mio nonno che Arnold Schwarzenegger non si diceva Svazgheiner, ma chi lo dice a Spotify che non si dice Malkmu? È un errore ancora diverso ma anche da questo si capisce che Spotify non è infallibile e può sbagliare. Potrebbe sbagliare anche a fare le somme, l’ALGORITMO potrebbe essere errato.

A cosa servono poi questi riassuntoni? Se condivido il mio, faccio vedere agli amici cos’ho ascoltato di più, e dò visibilità all’artista, famoso o meno che sia. Io dò visibilità a uno, tu a un altro, lui a un altro ancora, ma tutti diamo visibilità a Spotify. Per forza. La pubblicità più forte l’ottiene la piattaforma. Tutti gli artisti famosi ne ottengono di meno, quelli piccoli meno ancora, perchè saranno presenti in molti meno riassuntoni. In termini economici non credo che all’artista che vince arrivi qualcosa. Considerando come funziona per i rimborsi in base agli ascolti, per gli artisti meno noti non credo sia tanto vantaggioso. Per loro, quello che dobbiamo fare è sempre comprare il disco o il download.

Sarebbe bello se nelle classifiche che si leggono a fine anno, accanto a ogni disco, ci fosse scritto come è stato ascoltato (Spotify, Bandcamp, vinile e via dicendo), per capire che importanza dare alle classifiche di Spotify. Se uno scrive che ha ascoltato 8 dischi su 10 su Bandcamp, per esempio, sappiamo con certezza che la sua classifica di Spotify ha un’importanza relativa e non descrive al meglio il suo anno musicale.

I miei dischi preferiti del 2019 sono questi, in ordine sparso.

(Sandy) Alex G – House of Sugar (l’ho ascoltato molto su Spotify, pur avendo il vinile, perchè avevo paura che si rovinasse la copertina, che ha i brillantini). Mi piace qualsiasi cosa di questo disco, le disarmonie, la psichedelia, la sperimentazione. Il suo modo di mischiare insieme tutto non è propriamente il futuro, ma una strada verso il futuro del cantautorato con le chitarre. E come ogni buon disco sperimentale, non può fare altro che instillare dei dubbi. Il dubbio più grande è che House of Sugar è sì un disco di chitarre, che è quello che cerco, ma quello che preferisco sono le canzoni in cui le chitarre si sentono meno. E, invece, la canzone che mi prende di più è quella che inizia con tre accordi di chitarra, semplici, ma che mi lasciano a bocca aperta. Sono contraddizioni che House of Sugar non risolve. La risposta non la da ed è per questo che è uno dei miei dischi preferiti del 2019, perchè lascia aperti degli interrogativi, che mettono in dubbio il ruolo delle chitarre ma le tengono in campo, e lasciandoli aperti permette al discorso sperimentale di continuare. Non sappiamo, per esempio, come sarà il prossimo disco di Alex G. I precedenti erano sperimentali, ma in modo diverso. Non c’è pace tra gli ulivi ed è bene così.

Clever Square – Clever Square (cd). Al momento dell’uscita, nei loro vecchi album non c’era niente che non fosse ok. Mi piacciono ancora, ma quest’anno è uscito Clever Square. Può succedere che ti piaccia moltissimo tutto quello che un gruppo ha fatto e poi all’improvviso esce il disco nuovo che ti apre gli occhi sulle cose che non andavano nei dischi precedenti. Con i Clever Square è andata così. In Clever Square sono cambiati tre componenti su quattro e si sente: la batteria è meno ridondante, la chitarra solista è più decisa e ha più personalità, il basso è più definito e svisa di meno. Anche l’unico vecchio componente è cresciuto. La sua voce e la sua chitarra hanno fatto un salto in avanti evidente in termini di controllo e capacità di scrittura. Grazie a tutte queste cose, ogni canzone è un gioiello, non ha niente di più e niente di meno di quello che deve avere.

Adriano Zanni – Ricordo quasi tutto (Bandcamp). Ricordare è bene, ricordare è male. Da un certo punto di vista i ricordi sono la tua storia, dall’altro sono ciò rispetto a cui bisogna andare avanti, sempre. Non esiste un’accezione di “ricordo” univoca e che dia sicurezza. Allora, se un disco ti disarma completamente di fronte ai ricordi, mettendoti in pace con loro, rendendoli solo cose che sono successe, di cui non puoi fare a meno, perchè ci sono, senza che siano o buone o cattive, allora non può che essere uno dei tuoi dischi preferiti dell’anno. Ricordo quasi tutto mi ha fatto quest’effetto. Ed è uno di quegli album che ho ascoltato meno di altri ma che tutte le volte mi ha lasciato inchiodato, in senso positivo, quindi l’ho messo in classifica.

Wesdaruler – Ocean Drive (Bandcamp). Hip hop, old-old school, melodie minimali. Concentrazione sul flow delle parole e poche distrazioni. Le melodie tengono il ritmo, come il battito del cuore, vitale ma dal basso profilo, niente di più niente di meno, di più sarebbe troppo, di meno sarebbe mortale. Potrebbe essere il disco da portarsi dietro in situazioni estreme, su un’isola deserta o se scoppiasse una guerra (mi rendo conto che non sarebbe la situazione ideale ma rende l’idea), perchè ti insegna a usare quello che devi, senza sprecare nulla o senza eccedere in nulla che non sia necessario.

Horse Jumper of Love – Divine (vinile). È un disco slowcore, sadcore, slacker, emo. Rimescola tutti questi generi e lo fa benissimo, con un risultato che ti spinge all’ascolto e che ti fa provare un range di sensazioni ampissimo, un attimo prima ti fa sentire un leone, un attimo dopo ti mette una tristezza disumana. A volte alcuni musicisti si scapicollano per inventare qualcosa di nuovo e alla fine concludono poco. Gli Horse Jumper of Love non inventano niente ma fanno quello che vogliono fare, dritti, senza esitazione e senza porsi il problema di essere originali. Che finiscano per esserlo oppure no, non è questo il punto. Il punto è che ogni canzone è uno schianto. I suoni sono notevoli, la produzione è super.

Kate Tempest – The Book of Traps and Lessons (vinile). Quando attacca un disco di Kate Tempest sono come un tossico e potrei stare per ore ad ascoltarla, il che non significa che sia la mia cantante preferita ma che mi da quel tipo di dipendenza, all’istante. Una volta mi succedeva con Lou Barlow, poi con Chris Leo. Adesso con lei. E quello di quest’anno è il suo disco con cui mi sono reso conto di questa cosa, pur non essendo il suo disco migliore. È un album d’amore e di speranza. Preferisco quando è arrabbiata e spinge le corde vocali verso suoni che ottiene solo se è incazzata. Mi piace che abbia fatto il disco della speranza, non le auguro ovviamente di perdere l’amore, ma mi dispiace anche un po’ che sia più tranquilla. Pur non essendo al livello di Let Them Eat Chaos, l’ho messo lo stesso in classifica.

Action Dead Mouse – Il contrario di annegare (Bandcamp). Se per caso dovessi dare una definizione di poesia che mi piace, direi che è quella che riflette me stesso e quindi contiene una buona dose di sclero, ma controllato, e tentativi riusciti di raggiungere la felicità. Tutto aiutato dalla ripetizione, nel senso di ripetizione che sta nei vari tentativi. Il disco degli Action Dead Mouse è uno dei miei preferiti di quest’anno perchè rispecchia questa definizione. I testi sono tra nirvana e sclero, la musica è insistente, ripetitiva ma anche di incalzante, tenace, i suoni sono cattivi ma amplificano sensibilità e debolezze. I generi sono post rock e post hard core. Il cantante è Eugenio Montale. Usa l’ermetismo come faceva lui: con delle immagini che mi hanno lasciato secco. Tipo “c’è il sole e piove”, che è la banale situazione in cui compare l’arcobaleno, ma ripetuta come fa lui diventa una cosa speciale.

Spencer Radcliffe – Hot Spring (Spotify). Vivere in un ranch nel sud degli Stati Uniti e allevare cavalli, ma anche maiali, è uno dei miei sogni. Hot Spring è uno dei miei dischi preferiti del 2019 perchè mi regala immagini che riflettono questo sogno. Mi vedo con un bel paio di stivali, una camicia a scacchi, ma non voto Trump. E sono un po’ hippie, perchè il disco ha quel groove lì, tranquillo. Non hippie hippie degli anni 60, hippie nel senso di sereno, che vivo la vita facendo quello che mi piace fare.

Justus Proffit – LA’s Got Me Down (Spotify). Si sente molto l’influenza di Elliott Smith, nel modo di scrivere e di cantare. Il tono dimesso della voce, le strofe pacate, il blues della chitarra, le aperture sui ritornelli. LA’s Got Me Down non è un disco tanto originale da questo punto di vista ma è il frutto di una scelta, perchè nell’ep con Jay Som Justuss Profitt è già diverso. Se vi interessa cercare in giro qualcuno che sappia fare bene questo tipo di canzone, è il vostro uomo. Si differenzia nella voce, se possibile ancora più affumicata e flebile, e perchè spinge di più e sempre sul ritmo, bello presente in tutti i pezzi del disco. Le canzoni hanno melodie bellissime e la produzione è molto accurata, i suoni sono eccellenti. Justus fa la sua cosa e la fa così, non c’è nessuno che la fa meglio di lui, se non v’interessa, ascoltate altro. Del resto, il titolo LA’s Got Me Down è un riassunto perfetto della vita di Elliott Smith.

Purple Mountains – Purple Mountains (vinile). È stata un’estate difficile, con la notizia improvvisa della morte di due pilastri del pessimismo arguto e ironico: Daniel Johnston e David Berman. David Berman è uscito con un disco poche settimane prima di uccidersi: un attimo prima era un supereroe che scrive canzoni meravigliose, subito dopo un supereroe che scriveva canzoni meravigliose e non le scrive più. Un’altra tacca sul muro di quelli che se sono andati. La sua morte mi ha fatto pensare allo “smarcarsi dalla vita”. Normalmente, per noi, ha un’accezione positiva, cioè vuol dire liberarsi dalle cose che ci rompono il cazzo tutto il giorno e farne altre che ci fanno respirare. Una di queste cose, per me, è la musica. Per Berman, invece, smarcarsi dalla vita ha significato ammazzarsi. “All my happiness is gone” dice del resto nel nuovo disco. Smarcarsi nel suo caso non ha un significato positivo, anche se per lui il suicidio è stata la scelta giusta. Così riflettevo su questa cosa, sul ruolo che ha la musica nelle nostre vite. Per me rimane un luogo di fuga, per Berman, che doveva partire per il tour il giorno dopo, è il mezzo attraverso cui comunicare la volontà di morire ed è la cosa da abbandonare morendo. Io, fuggendo, vado verso la musica. Lui fuggendo, se ne allontana, pur avendola amata e usata come arma di sfogo per tutta la vita, fino all’ultimo. La musica può essere un posto sicuro ma anche una cosa abusata, che non ti dà più le sicurezze che ti dava una volta, e quindi un ulteriore motivo di insicurezza. È questa la differenza tra un uomo comune e un uomo speciale: l’uomo speciale vede quello che l’uomo comune non vede, vede i dubbi nelle certezze perchè scava più a fondo.

AND THE WINNER IS

Se siete proprio curiosissimi di saperlo, state sintonizzati e tornate il 31 dicembre su questo articolo: aggiungerò le posizioni in classifica e il numero 1. Essendo questo un blog liquido, o – se volete – fluido, funziona così. Scherzo, secondo me il disco più bello dell’anno è quello dei Clever Square.

Menzione d’onore

Guided By Voices – Zeppelin Over China, Warp and Woof e Sweating the Plague (Spotify, Spotify e Spotify). Tra i tre dischi dei Guided by Voices usciti quest’anno, Zeppelin over China è il mio preferito, ma non c’è un motivo particolare, è perchè è stato l’inizio di un anno glorioso per Pollard in termini di numero di uscite, come non succedeva dal 2005. Le canzoni sono sempre così, come le ha sempre scritte, il livello è sempre altissimo, in tutti e tre i dischi, e sono incredibili. Questo tipo a 60 anni suonati ha ancora voglia di scrivere così, col cazzo che si dà al folk. Ne manda fuori di continuo, è come trovarsi dentro Alien Scontro finale e vedersi gli Alien tutti intorno. I suoi dischi vengono fuori dalle fottute pareti!

Quindi

A me in generale la classifica di Spotify torna. Ma non ho ascoltato musica solo su Spotify e i miei ascolti fuori di lì sballano i suoi conti. Magari ho ascoltato molto un disco col giradischi e questa è una cosa che Spotify non può sapere. Per dire, il mio album numero uno dell’anno Spotify lo nomina solo nella parte bassissima del suo riassunto, perchè l’ho ascoltato soprattutto in streaming ma su un’altra piattaforma, o su cd, prima che la macchina della mia morosa lo inglobasse per non restituirmelo più.

Se uno usa solo Spotify per ascoltare musica non può che fidarsi o, in alternativa, il prossimo anno si calcola da solo il numero di ascolti e ore per ogni album. Se invece non usi solo Spotify, il riassunto vale solo per Spotify e non può riassumere il tuo anno musicale.

Il riassuntone può essere anche falsato da fattori umani. Per esempio, potresti aver ascoltato di più un disco che alla fine non ti piace tanto quanto un altro che hai ascoltato meno (come è successo a me per Zanni), questo Spotify non può saperlo, quindi non è detto che il suo riassunto corrisponda davvero ai tuoi gusti. Spotify non arriva a questo livello di analisi, è un robot da perfezionare. Il suo è un riassunto in termini di tempo: “hai ascoltato per più tempo questo rispetto a quello, quindi questo è il tuo primo in classifica”. Google interpreta la tua ricerca, ma lo fa a partire da quello che scrivi, su una traccia concreta, che rilasci battendo i tasti. Preferire un disco che hai ascoltato poche volte a uno che hai ascoltato tanto non lascia nessuna traccia e non è calcolabile per Spotify. Magari tra qualche anno lo sarà.

Prendiamo insomma il riassunto di fine anno di Spotify per quello che è: ben calibrato dal punto di vista quantitativo (forse) ma non da quello, possiamo dire, umano e relativo alla concorrenza.

Rimane il fatto che la fotta delle classifiche tiene duro e ha conquistato anche Spotify, Re delle piattaforme di streaming. Poi io mi metto a fare classifiche anche inutili, come quella delle cose in casa. Per dire, la bevanda dell’anno è stata la birra Moretti nella lattina da 33 cl, che è piaciuta molto perchè va giù molto meglio. Nel 2019 poi ho scoperto che l’asciugatrice è una figata, rende morbidissimi i vestiti e ti permette il lusso di non stirarli. Unico sbattimento: ogni volta devi svuotare l’acqua e pulire il filtro. Ma si fa. È l’elettrodomestico dell’anno. Ho scoperto anche che preferisco le cornici vere, e non quelle a giorno. E via dicendo.

Buone feste a tutti.

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